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Athanor · Le dieci Sefirot · 5 di 10 גבורה

Gevurah

Rigore

gevurah

«Se non fosse stato con me il Dio di mio padre, il Dio di Abramo e il Timore di Isacco...» Genesi 31,42, dove Isacco ha per nome divino un timore

Una delle dieci camere della stanza sulla Kabbalah, che spiega la figura intera. Come quella, questa pagina non sta in nessun menu: ci si arriva dall'albero.

Uno

Il nome

La radice g-b-r dice la forza, e da essa viene gibbor, l'eroe, il prode. Gevurah è la potenza nel senso di ciò che tiene, non di ciò che travolge: la forza di chi resiste, non di chi sfonda. È il primo dei tre nomi di questa Sefirah, ed è quello che compare nel versetto delle Cronache.

Gli altri due spostano l'accento. Din è il giudizio, nel senso giuridico della parola: la sentenza, la misura applicata al caso. Pachad è il timore, e ha un ancoraggio biblico sorprendente, perché in Genesi 31,42 il Dio di Isacco è chiamato «il Timore di Isacco», come se il timore stesso fosse un nome divino. I tre nomi coprono lo stesso terreno da tre altezze: la forza, la sentenza, e ciò che si prova stando davanti alla sentenza.

Due

Dove sta nell'albero

Gevurah è la quinta delle dieci e sta sul pilastro del rigore. Sulla stessa colonna ha sopra di sé Binah e sotto di sé Hod. Sulla stessa riga, di fronte, sta Chesed, sull'altra colonna: le due vanno lette insieme.

Tre

Che cosa nomina

Gevurah è il limite, e questa pagina insiste sul fatto che il limite è una funzione positiva. Senza confine non c'è oggetto; senza il no non c'è il sì; senza misura l'effusione di Chesed non arriverebbe mai a nessuno perché non ci sarebbe nessuno a cui arrivare. La colonna di sinistra non è la colonna del male: è quella della forma.

Detto questo, la tradizione colloca proprio qui il punto in cui il male ha origine, e la distinzione fra le due affermazioni è il cuore di questa Sefirah. Non è Gevurah a essere cattiva. È Gevurah staccata dalla colonna di destra, cioè un rigore che non riceve più nulla e continua a misurare: quello, dicono le fonti, è il luogo da cui si generano le scorze. Isacco ha-Kohen, in Castiglia intorno al 1265, è il primo a costruire con precisione un sistema delle potenze della sinistra, e Luria tre secoli più tardi lega quel sistema alla rottura dei vasi. In entrambi il meccanismo è lo stesso: non un principio rivale, ma una forza buona che si isola.

Il patriarca è Isacco, ed è il più duro dei tre. È il figlio legato sull'altare, quello a cui nella narrazione non viene chiesto nulla e che tuttavia sale; è anche l'unico dei patriarchi a non uscire mai dalla terra, l'unico che scava pozzi invece di viaggiare, e quello di cui il testo dice meno. Il ritratto che ne esce è coerente con la Sefirah: una figura che tiene e non si espande.

Una nota sul giorno. Le sette Sefirot inferiori sono associate ai sette giorni della settimana e ai sette ospiti che la tradizione invita nella capanna della festa delle Capanne, gli ushpizin. Chesed è il primo giorno e Abramo, Gevurah il secondo e Isacco. È una pratica liturgica viva, non una speculazione, ed è la ragione per cui questi accostamenti hanno una solidità che le corrispondenze planetarie ottocentesche non hanno.

Ancorato ai testi

Nel Trattato sull'emanazione sinistra, scritto in Castiglia intorno al 1265, Isacco ben Giacobbe ha-Kohen dispone accanto alle potenze sante una serie di potenze della sinistra, e al loro centro colloca una coppia, Samael e Lilith. Scholem vi riconosce il passaggio decisivo: il male smette di essere uno strumento nelle mani della giustizia divina e diventa un sistema con una struttura propria, che rispecchia quella santa.sullo scritto di Isacco ha-Kohen e sul suo posto fra la prima Kabbalah e lo Zohar, la ricostruzione classica è di Gershom Scholem

Quattro

Gli altri nomi che porta

Nessuna Sefirah ha un nome solo. Gli epiteti non sono sinonimi: ciascuno la guarda da un lato, e insieme dicono più del nome principale.

  • דין
    Din il giudizioIl termine giuridico: la misura applicata al caso singolo. È il nome che le fonti usano quando parlano di severità.
  • פחד
    Pachad il timoreDa Genesi 31,42, dove il Dio di Isacco è chiamato il Timore di Isacco. Un nome divino che è uno stato di chi sta davanti.
  • אש
    Esh il fuocoNella lettura per elementi, il fuoco che consuma e insieme rende puro. Sta di fronte all'acqua di Chesed.

A ogni Sefirah la tradizione associa poi un nome divino, un membro dell'Adam Kadmon e, per le sette inferiori, uno dei sette pastori che si invitano nella capanna della festa delle Capanne. Sono corrispondenze medievali e interne alla tradizione ebraica. Le corrispondenze con i pianeti, i colori e gli arcani, che si incontrano ovunque, sono ottocentesche e stanno fuori da queste pagine: la stanza madre spiega perché.

Il nome divino

אלהים Elohim
Il nome del giudizio in tutta la letteratura rabbinica, opposto al Tetragramma che è quello della misericordia. Che a Gevurah tocchi Elohim non è una scelta dei cabalisti: è una distinzione midrashica antica che loro trovano già fatta.

Il pastore

Isacco
Il secondo dei sette. Il figlio legato sull'altare, l'unico patriarca che non lascia mai la terra e che scava pozzi invece di viaggiare.

Nell'Adam Kadmon

Il braccio sinistro.

Cinque

Le vie che la toccano

Quattro delle ventidue vie passano di qui, e ciascuna porta una lettera dell'alfabeto ebraico. La ripartizione in tre madri, sette doppie e dodici semplici viene dal Sefer Yetzirah; quale lettera stia su quale linea è invece la disposizione fissata da Kircher nel Seicento e ripresa dalla Golden Dawn, come la stanza madre dichiara una volta per tutte.

  • ח
    Cheth il recintovia 18 · dodici semplici · sale da Binah
  • ט
    Teth il serpentevia 19 · dodici semplici · sale da Chesed
  • ל
    Lamed il pungolovia 22 · dodici semplici · scende verso Tiferet
  • מ
    Mem l'acquavia 23 · tre madri · scende verso Hod
Sei

Lo squilibrio

Il rigore che perde la misura non diventa più rigoroso: diventa soltanto forza. È lo squilibrio più studiato dell'intero albero, perché la tradizione vi fa risalire l'origine del male, e conviene ripetere in che senso. Non si dice che il giudizio sia male. Si dice che il male è quello che resta del giudizio quando smette di ricevere: una funzione buona che continua a funzionare a vuoto.

Ne segue una conseguenza che questa biblioteca prende sul serio. Se il male ha questa forma, allora non lo si combatte aumentando il rigore contro di esso, e non lo si combatte nemmeno abolendo il rigore. Lo si corregge rimettendo in comunicazione le due colonne, che è il lavoro della colonna di mezzo, cioè di Tiferet.

La radice corrispondente è Golachab, che le liste rendono con gli incendiari o gli ardenti. Il rovescio del fuoco che rende puro è il fuoco che consuma soltanto, ed è lo stesso fuoco.

La radice corrispondente

Golachab, la radice VI nella figura del rovescio. I dieci nomi delle radici, nella forma e nell'ordine in cui si incontrano oggi, vengono da un elenco vittoriano che riordina materiali medievali: la parte 5 della stanza ne ricostruisce la provenienza, e spiega perché qui il rovescio dell'albero si legga e non si visiti.

Sette

Come questa biblioteca la legge

Da Gevurah questa biblioteca prende la sua diffidenza verso le vie tutte luminose. Una scuola che parli soltanto di apertura, accoglienza e abbandono ha smesso di usare metà della figura, e la metà che ha smesso di usare è quella che dà forma. Il discernimento, la notte oscura, la decreazione: le voci più severe del lessico stanno tutte, se le si dispone sull'albero, sulla colonna di sinistra.

La seconda cosa è un'avvertenza sull'uso. Poiché è qui che le fonti collocano l'origine del male, questa è la Sefirah su cui più facilmente si costruiscono discorsi cupi e pratiche che promettono di attraversare l'ombra. Il testo di questa biblioteca resta quello della stanza madre: il rovescio dell'albero si legge, non si visita.

Lo Sha'are Orah percorre le dieci porte dal basso verso l'alto, e conviene fare lo stesso: si comincia da Malkhut, non da Keter.