La definizione breve colloca questa voce accanto alla kenosis paolina e alla definizione weiliana dell'attenzione come forma più rara e pura della generosità. Le tre stanno insieme in Weil e vale la pena vedere come.
Il ragionamento, ricostruito, è questo. L'attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero e tenerlo vuoto e disponibile a ciò che si guarda; ma per farlo occorre che l'io non stia occupando il posto, e l'io lo occupa sempre. La decreazione è l'operazione che gli fa lasciare il posto. L'attenzione, in Weil, non è dunque una tecnica accanto alle altre: è ciò che la decreazione rende possibile, e la decreazione è ciò che l'attenzione richiede.
Ne segue il tratto che questa biblioteca trattiene più volentieri, e che distingue Weil da quasi tutta la letteratura dello svuotamento: che la prova di tutto questo sia il modo in cui si guarda un'altra persona. La sua frase più nota su questo punto dice che la capacità di guardare qualcuno che soffre e chiedergli che cosa stia attraversando è rarissima e quasi miracolosa, e che quasi nessuno la possiede. È un criterio esterno, verificabile, e non consente autocertificazioni.
Resta una cautela che la voce deve a se stessa. Il vocabolario del ritirarsi, del farsi trasparenti, dell'annullare la propria pretesa può diventare, in mani meno rigorose delle sue, una giustificazione dell'annullamento di sé. Weil stessa ha avuto con il proprio corpo un rapporto che i suoi biografi discutono, e questa biblioteca non ne fa un modello. La distinzione che lei mette in testa alla propria formula, fra il decreare e il distruggere, va tenuta come lei l'ha messa: sono due cose che si somigliano, e la seconda è il sostituto colpevole della prima.