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Athanor · Lessico · Primo anello · Mistica cristiana

Decreazione

francesedécréation (Simone Weil)


La parola di Simone Weil per il processo inverso alla creazione: il ritiro del sé perché la grazia abbia spazio. Se Dio si è contratto per far esistere il mondo, l'essere umano compie il gesto inverso: si contrae per fare spazio a Dio. Non è annientamento dell'ego ma sua trasparenza. Weil non cita il tzimtzum lurianico, ma la struttura dei due movimenti è identica: la voce lo registra come convergenza, non come dipendenza. Nella biblioteca sta accanto alla kenosis paolina e alla definizione weiliana dell'attenzione come forma più rara e pura della generosità.

KenosisAttenzioneTzimtzumFana'

Dove lavoraMappa delle tradizioni (primo anello)

Nel laboratorioAnno IV · Anno I


La parola

Una parola fabbricata, e l'errore che va evitato subito

Décréation non esiste in francese prima di Simone Weil: la costruisce lei, con il prefisso dé- che indica il disfare, e la usa nei quaderni degli ultimi anni. Come tutte le parole coniate, porta con sé il rischio di essere capita al contrario, e lei stessa se ne accorge e mette la distinzione fin dalla prima formulazione.

La distinzione è fra décréation e destruction. Distruggere significa far passare qualcosa dall'essere creato al nulla, ed è, nel suo vocabolario, un atto colpevole e per giunta impossibile in senso proprio. Decreare significa far passare qualcosa dal creato all'increato, che è un'altra direzione: non verso il niente, verso ciò che non è stato fatto.

La definizione breve raccoglie la formula che ne risulta: non annientamento dell'ego ma sua trasparenza. Una cosa trasparente c'è, ha una forma, e non è vista perché lascia passare. È l'immagine più esatta che il suo pensiero produca su questo punto.

Ancorato ai testi

La decreazione: far passare il creato nell'increato. La distruzione: far passare il creato nel nulla. È il sostituto colpevole della decreazione.parafrasi dichiarata dai quaderni di Simone Weil, nella raccolta che porta il titolo L'ombra e la grazia. La terza proposizione è quella che si cita meno e che chiarisce la posta: le due operazioni si somigliano abbastanza da poter essere scambiate, e chi le scambia crede di fare la prima

Dove nasce

Una struttura identica, senza contatto

La definizione breve fa un'affermazione precisa e la qualifica: Weil non cita il tzimtzum lurianico, ma la struttura dei due movimenti è identica, e la voce lo registra come convergenza e non come dipendenza.

Vale la pena vedere quanto sia stretta. Nel racconto lurianico l'infinito si ritrae perché ci sia uno spazio in cui qualcosa di diverso da lui possa esistere: la creazione comincia con una sottrazione. In Weil, Dio si è ritirato allo stesso modo, e proprio per questo l'esistenza delle creature è una specie di rinuncia divina; e il gesto che l'essere umano deve compiere è lo stesso, all'inverso: ritrarsi perché ciò che è divino abbia spazio in lui.

Che due autori arrivino alla stessa struttura senza contatto è un fatto interessante, e va tenuto per quello che è. Weil aveva letto molto e in modo disordinato, e su questo punto non risulta che conoscesse la Kabbalah lurianica; il suo rapporto con l'ebraismo, del resto, è complicato e a tratti duro, ed è una delle parti più discusse della sua figura. Il lessico segna una convergenza e si ferma lì, come richiede la voce su specchio, contrasto e convergenza.

Va aggiunto che Weil scrive queste pagine negli ultimi anni di una vita brevissima, fra il 1940 e il 1943, in condizioni di esilio e di malattia, e che i quaderni non sono un'opera ma appunti che altri hanno ordinato dopo la sua morte. Chi cita la decreazione cita un pensiero in formazione, e non un sistema che l'autrice abbia licenziato.

Come la legge questa biblioteca

Accanto alla kenosis, e con l'attenzione a fianco

La definizione breve colloca questa voce accanto alla kenosis paolina e alla definizione weiliana dell'attenzione come forma più rara e pura della generosità. Le tre stanno insieme in Weil e vale la pena vedere come.

Il ragionamento, ricostruito, è questo. L'attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero e tenerlo vuoto e disponibile a ciò che si guarda; ma per farlo occorre che l'io non stia occupando il posto, e l'io lo occupa sempre. La decreazione è l'operazione che gli fa lasciare il posto. L'attenzione, in Weil, non è dunque una tecnica accanto alle altre: è ciò che la decreazione rende possibile, e la decreazione è ciò che l'attenzione richiede.

Ne segue il tratto che questa biblioteca trattiene più volentieri, e che distingue Weil da quasi tutta la letteratura dello svuotamento: che la prova di tutto questo sia il modo in cui si guarda un'altra persona. La sua frase più nota su questo punto dice che la capacità di guardare qualcuno che soffre e chiedergli che cosa stia attraversando è rarissima e quasi miracolosa, e che quasi nessuno la possiede. È un criterio esterno, verificabile, e non consente autocertificazioni.

Resta una cautela che la voce deve a se stessa. Il vocabolario del ritirarsi, del farsi trasparenti, dell'annullare la propria pretesa può diventare, in mani meno rigorose delle sue, una giustificazione dell'annullamento di sé. Weil stessa ha avuto con il proprio corpo un rapporto che i suoi biografi discutono, e questa biblioteca non ne fa un modello. La distinzione che lei mette in testa alla propria formula, fra il decreare e il distruggere, va tenuta come lei l'ha messa: sono due cose che si somigliano, e la seconda è il sostituto colpevole della prima.

Da non confondere

Quattro modi di farsi da parte

Con la distruzione. È la distinzione che l'autrice mette per prima e che questa voce ripete perché è la sola che conta davvero. Il segnale pratico: la decreazione toglie la pretesa dell'io di essere il centro, e lascia intatte le capacità di quella persona, compresa quella di volersi bene. Ciò che intacca la seconda non è la prima cosa.

Con il tzimtzum. Come si è visto, il gesto è identico e il soggetto no: là si ritrae l'infinito perché il mondo possa essere, qui si ritrae una persona dentro un mondo che c'è già. Non è una differenza di scala: nel primo caso il ritiro è la condizione dell'esistenza, nel secondo è un'operazione dentro l'esistenza.

Con il fanāʾ sufi. La voce corrispondente lo dice dall'altro lato e la differenza è nel motore. Nel fanāʾ ciò che consuma l'io è l'attrazione: non è un atto, è ciò che accade a chi guarda altrove abbastanza a lungo. La decreazione è deliberata, quasi un dovere metafisico, e si compie contro l'inclinazione. Una si subisce, l'altra si fa.

Con l'umiltà come tratto di carattere. Essere modesti, non mettersi avanti, parlare poco di sé sono comportamenti e possono essere sinceri o studiati. La decreazione non riguarda i comportamenti e non produce necessariamente una persona discreta: riguarda chi occupa il centro dell'attenzione di quella persona, e la prova è in che cosa riesce a vedere, non in come si presenta.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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