Salta al contenuto
Athanor · Lessico · Primo anello · Kabbalah

Tzimtzum

צמצוםebraicotzimtzum, «contrazione, ritrazione»


Nella cabala di Isaac Luria, il primo atto della creazione: Dio si ritrae per far posto al mondo. La creazione comincia con un ritiro, non con un'espansione; lo spazio del creato è uno spazio lasciato libero. Con la kenosis paolina si specchia da tradizioni diverse: due gesti di ritrazione che fanno spazio, senza che la voce affermi alcuna identità tra i due.

Il racconto intero: il ritiro, la rottura dei vasi, la riparazione

TikkunSefirotKenosis

Dove lavoraTimeline (Isaac Luria)

Nel laboratorioAnno I · Anno II


La parola

Un verbo che prima voleva dire il contrario

La radice è צ־מ־צ, ts-m-ts, e nell'ebraico dei rabbini non significa ritirarsi. Significa stringere: restringere, ridurre alla misura esatta, non lasciare margine. Chi metzamtzem, nella lingua della Mishnah, è chi calcola con precisione. Da lì il verbo passa a un secondo senso, vicino e più fisico: concentrare, raccogliere in poco spazio ciò che ne occupava molto.

È in questo secondo senso che lo usa il midrash, e lo usa in una direzione opposta a quella che la parola prenderà. Dio, che i cieli dei cieli non contengono, stringe la propria presenza dentro il Tabernacolo, in un cubito quadrato fra i due cherubini. La contrazione è un avvicinarsi: farsi piccoli per stare in mezzo.

Ancorato ai testi

I cieli e i cieli dei cieli non ti contengono, e tu hai detto: mi faranno un santuario. Disse il Santo, benedetto egli sia: non secondo il tuo pensiero. Scenderò, e stringerò la mia presenza fra le assi, in un cubito quadrato.parafrasi dichiarata da Shemot Rabbah 34, 1; la stessa immagine ricorre in altri midrashim. Il verbo è צמצם, dalla radice che mille anni dopo darà il nome alla dottrina lurianica: qui però il movimento è di concentrazione dentro uno spazio, non di ritiro da esso

Luria prende quel verbo e ne rovescia il vettore. Non più il divino che si concentra in un luogo per abitarlo, ma il divino che si ritrae da un luogo per lasciarlo libero. La parola è la stessa, il movimento è contrario. Da qui la difficoltà di tradurla: «contrazione» conserva il verbo e perde la direzione, «ritiro» conserva la direzione e perde il verbo. Nessuna delle due è sbagliata, nessuna basta da sola, ed è la ragione per cui il lessico tiene la forma ebraica accanto all'italiana.

Con lei vengono due termini che quasi mai si traducono. Lo spazio lasciato libero ha un nome: tehiru, e nel vocabolario della scuola chalal ha-panui, il vuoto disponibile. Non è il nulla: è un luogo. E il ritiro non è mai completo: nello spazio resta un'impronta della luce che se n'è andata, il reshimu, come il profumo in un'ampolla vuotata. La misura di tutta la dottrina sta in questo dettaglio: se il ritiro fosse totale non ci sarebbe un mondo, ci sarebbe un'assenza.

Dove nasce

Due anni a Safed, e tre secoli di disputa

Safed, alta Galilea, fra il 1570 e il 1572. Isaac Luria vi insegna per due anni scarsi e muore a trentotto anni, lasciando di suo pugno quasi nulla. Quella che chiamiamo la sua dottrina arriva attraverso la redazione del discepolo Chayyim Vital, l'Etz Chayyim, che circola per decenni in manoscritto prima di essere stampato e già nella trasmissione si separa in versioni diverse. Chi cita Luria cita sempre qualcuno che riferisce Luria: è il primo strato da distinguere, e vale per tutta la Kabbalah lurianica.

Il secondo strato è la ragione per cui questa voce ha bisogno di una pagina, e non le basta una definizione. La tradizione non ha mai deciso se il tzimtzum vada preso alla lettera. La domanda è precisa: Dio si è ritratto davvero, e allora esiste un luogo dove non è; oppure il ritiro è un velo, ciò che appare a chi guarda da dentro il mondo, e nella realtà divina non ha luogo alcuno. Il Settecento se ne occupa a lungo: Immanuel Chai Ricchi lo legge alla lettera, kefshuto; Joseph Ergas lo legge come figura. La chassidut sceglie la seconda strada e ne fa dottrina: nel Tanya, Shneur Zalman di Liadi afferma che il tzimtzum non è alla lettera, e su quella negazione costruisce l'intero trattato sull'unità divina. La scuola del Gaon di Vilna resta invece sul senso letterale.

Non è una disputa fra specialisti. Dalla risposta dipende in che mondo si crede di stare: se lo spazio del creato sia realmente vuoto di Dio, oppure se il vuoto sia la forma che l'infinito prende per chi lo abita. Sei righe di definizione non possono contenere la domanda, e senza la domanda la parola sembra più semplice di quanto sia.

Come la legge questa biblioteca

Un principio che comincia togliendo

Vale qui la nota di metodo della pagina sulla Kabbalah: questa è una tradizione ebraica, e la pagina è scritta da fuori. Ciò che la biblioteca ne trattiene non è una tesi teologica, è una forma.

La forma è questa: un principio che comincia togliendo. Quasi tutte le cosmologie che il percorso attraversa cominciano con un di più: un'emanazione, un traboccare, una parola detta. Il tzimtzum comincia con un meno, e fa dello spazio disponibile la prima condizione perché qualcosa esista. Nel primo anello, accanto all'emanazione plotiniana e all'Ein Sof, è il termine che tiene aperta l'ipotesi contraria a tutte le altre.

E poi c'è il reshimu, che nel percorso conta anche più del ritiro. Il rimasuglio di luce dice che nessun ritrarsi è completo, e che ciò che si è lasciato continua a segnare il luogo che occupava. Chi ha praticato una qualunque forma di spoliazione (nell'esercizio, nell'attenzione, nel silenzio) riconosce la struttura: non si fa spazio cancellando, si fa spazio arretrando, e l'impronta resta.

Elaborazione del curatore

Tengo il tzimtzum nell'Anno I, e non più avanti, per una ragione di ordine. È la prima volta che il percorso incontra un principio il quale, per creare, deve limitarsi. Tutto ciò che segue (la rottura dei vasi, le scintille disperse, la riparazione affidata a mani umane) dipende da questo primo gesto e senza di esso non si regge. Chi comincia dal tikkun trova una morale; chi comincia dal ritiro trova una cosmologia, e la morale gli arriva dopo, come conseguenza.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro ritiri che non sono lo stesso ritiro

Con la kenosis. Nell'inno di Filippesi lo svuotamento è l'atto di una persona dentro la storia; nel tzimtzum è la condizione perché una storia possa esserci. Stessa forma, due posizioni diverse. Il lessico li accosta come specchio, e non dichiara nulla di più.

Con la decreazione di Simone Weil. Qui il gesto cambia soggetto: a ritrarsi è l'essere umano, non l'infinito. Weil non cita il tzimtzum, e la somiglianza di struttura resta una convergenza, non una dipendenza.

Con l'Ungrund di Böhme. L'Ungrund è uno stato, il senza-fondo prima di ogni distinzione; il tzimtzum è un atto, e ha una data nel racconto. Un abisso non si ritrae: c'è.

Con il tzimtzum dei moderni. Nel Novecento la parola ha una seconda vita fuori dalla sua tradizione: Hans Jonas la richiama per pensare un Dio che si autolimita e perciò non interviene, e di lì passa all'uso corrente, «fare spazio all'altro», che è un'immagine morale ricavata da una cosmogonia. Sono usi legittimi in quanto usi, purché non si scambino per la dottrina: nel racconto di Luria il ritiro non è una virtù, è la necessità tecnica perché il mondo abbia dove stare.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
← Torna alla soglia di Athanor