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Athanor · Lessico · Primo anello · Kabbalah

Sefirot

סְפִירוֹתebraicosefirot, singolare sefirah, «numerazione»


Le dieci potenze attraverso cui, dal Sefer Yetzirah in poi, la Kabbalah descrive la struttura dell'essere e il processo della manifestazione. Non dieci «cose» ma dieci modi del manifestarsi, disposti in un organismo simbolico vivente. Nella biblioteca sono usate come grammatica: uno strumento per leggere i simboli in modo ordinato, non un oggetto di speculazione fine a sé. Si incontrano anche le grafie sephirot e sefiroth.

La Kabbalah: la catena dei testi, le dieci potenze, l'albero e le sue radici

Albero della VitaTzimtzumGerarchie celesti

Dove lavoraMappa delle tradizioni (Kabbalah) · Timeline (Sefer Yetzirah, Bahir, Zohar)

Nel laboratorioAnno II · Anno I


La parola

Dieci numerazioni di un che non si sa dire

Il Sefer Yetzirah non dice mai «dieci Sefirot» e basta. Dice eser sefirot belimah, עשר ספירות בלימה, e la seconda parola è il problema. Belimah compare una volta sola in tutta la Bibbia, in Giobbe 26, 7: Dio «sospende la terra sul belimah», cioè sul niente, sul nulla di appoggio. Un termine raro, e già lì oscuro.

I lettori antichi lo hanno spezzato in due: beli mah, senza che-cosa. Dieci numerazioni senza che-cosa: non dieci enti, dieci conteggi di ciò di cui non si dice che sia. Altri hanno letto belimah come freno, dalla radice che significa trattenere, e allora la formula del libro, «poni un freno alla tua bocca perché non parli, e al tuo cuore perché non pensi», diventa il commento della parola stessa. Le due letture non si escludono, e la tradizione le ha tenute tutte e due.

Vale la pena registrarlo perché rovescia l'impressione che il diagramma dà. Le dieci potenze si presentano come il pezzo solido e contabile della Kabbalah, quello che si impara a memoria; il testo che le enuncia le chiama, alla prima riga, numerazioni di un che non si sa dire. La solidità è del disegno, non della dottrina.

Ancorato ai testi

Tu sei colui che ha fatto uscire dieci vesti, e noi le chiamiamo dieci Sefirot, per condurre attraverso di esse i mondi nascosti che non si rivelano e i mondi che si rivelano. Tu sei colui che le lega e le unisce; e poiché tu sei dentro di esse, chi separa una di queste dieci dall'altra, è come se facesse una separazione in te.parafrasi dichiarata dal Tikkunei Zohar, introduzione, il passo noto come Patach Eliyahu. È il testo che la tradizione recita, e nella sua formulazione stanno tutte e due le risposte alla domanda che segue: le Sefirot sono vesti, e insieme lui è dentro di esse

Dove nasce

La domanda che la Kabbalah non ha mai chiuso

Le dieci compaiono nel Sefer Yetzirah come un elenco senza spiegazione; il Bahir, verso il 1185, le dispone in un organismo; Gerona, nel Duecento, dà loro un impianto filosofico; lo Zohar le trasforma in dramma. Ma la domanda vera arriva insieme all'impianto filosofico, e non se ne va più.

Le Sefirot sono Dio, oppure sono gli strumenti di Dio? Se sono la sua essenza, atzmut, allora contarle è contare lui, e la Kabbalah dice del divino cose che nessuna teologia ebraica concederebbe. Se sono recipienti, kelim, cioè cose fatte attraverso cui lui agisce, allora si è salvata l'unità e si è introdotto qualcosa fra Dio e il mondo: esattamente ciò che la dottrina voleva evitare quando ha rifiutato le intelligenze separate dei filosofi.

Mosè Cordovero, a Safed nel Cinquecento, dà la formula che la tradizione adotterà: sono lui e non sono lui. Recipienti quanto alla loro esistenza, luce divina quanto a ciò che portano; distinte da lui come il vaso dall'acqua, non distinte da lui perché l'acqua è tutta la loro sostanza. Non è un compromesso diplomatico: è il riconoscimento che nessuna delle due risposte, presa da sola, lascia in piedi il sistema.

La questione sembra scolastica e non lo è, perché decide che cosa può succedere dopo. Solo se le Sefirot sono anche kelim, recipienti, ha senso dire che un recipiente si rompe. La rottura dei vasi di Luria è pensabile perché due secoli prima si era deciso che le potenze sono anche vasi. Chi legge la cosmogonia lurianica senza questa premessa la trova arbitraria; con la premessa, è la conseguenza puntuale di una scelta di vocabolario.

Come la legge questa biblioteca

Una grammatica, e l'uso che se ne fa

Nella pagina sulla Kabbalah le dieci sono chiamate grammatica, e ciascuna ha una camera propria dove si segue il nome fino alla radice. Qui interessa il modo di adoperarle, che è l'unica cosa che rende la parola «grammatica» qualcosa di più di una metafora gentile.

Una grammatica serve a riconoscere una frase mal costruita anche quando suona bene. Le dieci lo fanno mettendo ogni figura di fronte alla sua mancanza: l'effusione di fronte al limite, la durata di fronte alla resa. Davanti a un simbolo, a un sogno, a una dottrina, la domanda che le Sefirot insegnano a fare non è «che cosa significa» ma «da quale colonna viene, e che cosa le manca». È una domanda che si può fare senza credere una sola parola della cosmologia che la porta, ed è la ragione per cui in questa biblioteca la Kabbalah non chiede adesione.

Elaborazione del curatore

La seconda ragione per tenerle è che sono dieci, e sono chiuse. Un elenco che si dichiara completo e ripete di esserlo, «dieci e non nove, dieci e non undici», impedisce l'aggiunta comoda: non si può inventare l'undicesima potenza per far tornare il conto di ciò che si sta osservando. Chi lavora con uno strumento chiuso è costretto a cambiare la propria descrizione invece che lo strumento, ed è la sola disciplina che un sistema simbolico riesca a imporre a chi lo usa. È anche il motivo per cui diffido delle tavole che al bisogno si allungano.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro cose che le somigliano

Con gli attributi di Dio. La teologia parla di misericordia e giustizia divine come di qualità di un soggetto. Le Sefirot non sono qualità di qualcuno: sono modi del manifestarsi, e la loro somma non fa un ritratto. La differenza si vede al punto in cui la tradizione dice che una Sefirah può dominare da sola e fare danno: un attributo di Dio non può sbilanciarsi, un modo del manifestarsi sì.

Con le ipostasi neoplatoniche. Sono tre, e formano una discesa; le Sefirot sono dieci, e formano un corpo con destra, sinistra e centro. La discesa plotiniana è un degradare progressivo, e ciò che sta più in basso vale meno; l'albero non ha un basso che valga meno, ha un fondo dove la luce si vede perché lì non ce n'è di propria. Il lessico segna fra i due impianti uno specchio, e la distanza è nella figura prima che nella dottrina.

Con i chakra. È la sovrapposizione più diffusa oggi, e nasce dalle tavole ottocentesche. Le Sefirot valgono insieme per il cosmo e per l'uomo, e valgono per l'uomo perché valgono per il cosmo, non viceversa; i centri della tradizione indiana stanno in un corpo e in una fisiologia, e non descrivono la struttura del mondo. Le corrispondenze fra dieci luoghi e sette centri, quando compaiono, sono costruzioni recenti che fanno tornare i conti in un solo modo: cambiando i numeri.

Con l'albero. Le Sefirot sono dieci; l'albero è il disegno che le dispone. Il disegno è più giovane della dottrina, e nella forma in cui si vede oggi è molto più giovane. Confondere i due porta a credere antico ciò che è secentesco, e soprattutto a credere che la posizione sulla figura sia parte della dottrina, quando è una decisione di chi ha tracciato la figura.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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