Le dieci compaiono nel Sefer Yetzirah come un elenco senza spiegazione; il Bahir, verso il 1185, le dispone in un organismo; Gerona, nel Duecento, dà loro un impianto filosofico; lo Zohar le trasforma in dramma. Ma la domanda vera arriva insieme all'impianto filosofico, e non se ne va più.
Le Sefirot sono Dio, oppure sono gli strumenti di Dio? Se sono la sua essenza, atzmut, allora contarle è contare lui, e la Kabbalah dice del divino cose che nessuna teologia ebraica concederebbe. Se sono recipienti, kelim, cioè cose fatte attraverso cui lui agisce, allora si è salvata l'unità e si è introdotto qualcosa fra Dio e il mondo: esattamente ciò che la dottrina voleva evitare quando ha rifiutato le intelligenze separate dei filosofi.
Mosè Cordovero, a Safed nel Cinquecento, dà la formula che la tradizione adotterà: sono lui e non sono lui. Recipienti quanto alla loro esistenza, luce divina quanto a ciò che portano; distinte da lui come il vaso dall'acqua, non distinte da lui perché l'acqua è tutta la loro sostanza. Non è un compromesso diplomatico: è il riconoscimento che nessuna delle due risposte, presa da sola, lascia in piedi il sistema.
La questione sembra scolastica e non lo è, perché decide che cosa può succedere dopo. Solo se le Sefirot sono anche kelim, recipienti, ha senso dire che un recipiente si rompe. La rottura dei vasi di Luria è pensabile perché due secoli prima si era deciso che le potenze sono anche vasi. Chi legge la cosmogonia lurianica senza questa premessa la trova arbitraria; con la premessa, è la conseguenza puntuale di una scelta di vocabolario.