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Athanor · Lessico · Primo anello · Kabbalah

Albero della Vita

עץ חייםebraicoʿEtz Chayyim


Il diagramma che dispone le dieci Sefirot in tre colonne collegate da sentieri: mappa insieme della struttura cosmica e di quella umana. Nel registro del sito è una «grammatica cosmica»: serve a leggere i simboli anziché restarne sopraffatti. Come ogni grammatica, non è la lingua: è ciò che permette di parlarla senza confondersi.

La figura per esteso: tre colonne, ventidue vie, e l'albero che si può toccare

SefirotSimbolo

Dove lavoraMappa delle tradizioni (Kabbalah) · Saggio sull'attenzione, parte 1

Nel laboratorioAnno II · Anno I


La parola

Il nome viene dalla Sapienza, non dall'Eden

Etz Chayyim, עץ חיים, albero di vita. L'espressione fa pensare subito al giardino della Genesi, dove l'albero della vita sta accanto a quello della conoscenza del bene e del male. Ma il verso da cui la Kabbalah prende il nome per la propria figura non è quello: è dei Proverbi, e non parla di un albero piantato in un luogo, parla della Sapienza.

Ancorato ai testi

Essa è albero di vita per chi l'afferra, e chi la tiene stretta è felice.Proverbi 3, 18. Il soggetto è la Sapienza, חכמה, chokhmah: cioè, nel vocabolario che verrà, il nome della seconda delle dieci potenze. Il verso che dà il nome al diagramma nomina uno dei luoghi che il diagramma contiene

Chiamare così la figura è dunque un prestito dalla Scrittura, e un prestito preciso: albero di vita è ciò a cui ci si tiene stretti, non un oggetto da guardare. La Sapienza è detta albero perché la si afferra e non si lascia, e chi le dà quel nome sta dicendo che la si frequenta, non che la si contempla.

Una nota per chi legge le fonti. Le stesse due parole, Etz Chayyim, sono anche il titolo del libro in cui Chayyim Vital raccoglie l'insegnamento di Isaac Luria. Nella letteratura si incontrano dunque con due sensi diversi, la figura e il libro, e quasi mai qualcuno avverte. Quando in una nota si legge «Etz Chayyim, cancello primo», si parla del libro.

Dove nasce

Una figura più giovane della dottrina che illustra

La dottrina delle dieci potenze è del Sefer Yetzirah, cioè al più tardi del sesto secolo. Il disegno che tutti conoscono è di mille anni dopo, e la distanza fra le due date è la cosa più utile che si possa sapere su questa voce.

Il linguaggio dell'albero compare nel Sefer ha-Bahir verso il 1185: le dieci non sono più un elenco ma un organismo, con un tronco e dei rami. Da lì i disegni cominciano a comparire nei manoscritti ebraici del Duecento e del Trecento, e non sono uno solo: sono tentativi diversi di disporre in figura una dottrina che non era nata in figura.

La svolta è la stampa, e passa da fuori. Nel 1516, ad Augusta, esce Portae Lucis, la traduzione latina che Paolo Riccio fa delle Porte della luce di Yosef Gikatilla: sul frontespizio, un uomo barbuto tiene fra le mani un albero di dieci sfere. È fra le prime volte che la figura viene stampata, ed è già una figura per lettori cristiani, in latino. Poi, nel Seicento, Athanasius Kircher fissa nell'Oedipus Aegyptiacus il tracciato che la Golden Dawn riprenderà nell'Ottocento e che oggi si trova ovunque, dalle copertine ai tatuaggi.

Il risultato è che l'albero, in Occidente, è arrivato prima come immagine e poi come dottrina, e in una versione fissata da chi la leggeva da fuori. Non è una ragione per buttarlo: è la ragione per cui, davanti a una tavola dell'albero, la prima domanda utile è di che anno sia. Altre scuole dispongono qualche via diversamente, e la disposizione di Kircher non ha vinto perché fosse la più fedele: ha vinto perché era stampata.

Come la legge questa biblioteca

Una figura che argomenta per geometria

L'albero fa una cosa che un elenco non può fare: dispone, e disponendo prende posizione. Mettere l'effusione a destra e il limite a sinistra, e in mezzo una colonna che non è una terza forza ma il luogo in cui le altre due si tengono, è una tesi sul reale espressa in forma di geometria, prima ancora che una parola la spieghi. Chi guarda la figura ha già ricevuto l'argomento: nessuna delle due colonne laterali basta da sola.

Da qui viene l'uso che se ne fa qui, e i due modi in cui non se ne fa uso. Non è una tavola di corrispondenze automatiche, con un pianeta, un colore e un profumo per ogni luogo: quelle tabelle sono ottocentesche, e chi le crede antiche compie un errore di data che diventa presto un errore di giudizio. E non è una scala di gradi da salire. È il fraintendimento più comune fra chi la incontra oggi: dieci luoghi disposti in altezza sembrano dieci tappe, e Malkhut in fondo sembra il punto di partenza da lasciarsi alle spalle. Ma Malkhut, il regno, è detta il luogo dove la luce si vede proprio perché lì non ce n'è di propria. Un percorso che la abbandona ha frainteso la figura al primo passo.

Elaborazione del curatore

Tengo l'albero e tengo l'avvertenza sulla sua data, e le due cose insieme, perché separate fanno danno. L'avvertenza da sola produce lo scettico che sa quando è stato disegnato e non lo sa leggere. La figura da sola produce il contrario, ed è più diffuso: chi la usa come se fosse una tavola sinaitica e le chiede risposte che nessuna delle fonti le fa dare. Una figura giovane può essere uno strumento eccellente. Deve solo sapere di essere giovane, e dirlo a chi la usa.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro alberi

Con l'albero della Genesi. Nel giardino ce ne sono due, e il racconto li tiene distinti: quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male. Il diagramma cabbalistico non è la mappa di quel giardino, e non pretende di esserlo: prende il nome da un altro verso, come si è visto, e lo prende per una qualità, non per un luogo.

Con l'axis mundi e con gli alberi cosmici delle altre tradizioni. Il frassino Yggdrasill, l'albero rovesciato delle Upanishad, il palo sciamanico: sono assi che congiungono i piani del mondo, e servono a passare da uno all'altro. L'albero delle Sefirot non congiunge piani, li articola: non è una via fra cielo e terra, è la struttura interna di ciò che sta fra i due. Il lessico segna con l'axis mundi un rapporto di specchio, e la differenza vale quanto la somiglianza.

Con l'albero di Kircher preso per antico. Non è un falso, è una sistemazione secentesca dichiarata, fatta da un gesuita che leggeva la Kabbalah dentro un progetto suo. Chi la usa sapendolo la usa bene. Chi la mostra come «l'albero tradizionale» dice una cosa non vera, e di solito non lo sa.

Con una scala di gradi. Le dieci non sono dieci tappe di un cammino, e non c'è una tradizione che le presenti come un itinerario da percorrere in ordine. La geometria della figura serve a mostrare tensioni fra luoghi, non un cammino da un capo all'altro. Le letture che la trasformano in un percorso iniziatico a dieci gradini appartengono, di nuovo, all'Ottocento.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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