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Athanor · Lessico · Terzo anello · Psicologia del profondo

Archetipo

grecoarchétypon, «modello primo»


In Jung, le forme universali dell'inconscio collettivo che organizzano l'esperienza in immagini ricorrenti: non concetti ma matrici di immagini, riconoscibili nei miti, nei sogni, nei simboli delle tradizioni. Il significato corrente, indebolito («un modello esemplare»), va distinto dall'uso tecnico. Per la scuola l'archetipo è linguaggio e ponte verso il simbolismo tradizionale: uno strumento di orientamento, non la via.

SimboloIndividuazioneMondo immaginale

Dove lavoraMappa delle tradizioni (Psicologia del profondo) · Timeline (Il libro rosso)

Nel laboratorioAnno I · Anno I


La parola

Il conio, non la moneta

Archétypon si compone di arché, principio, e týpos, che è l'impronta: il segno lasciato da un colpo, e poi lo stampo che lo lascia. L'archetipo è dunque lo stampo primo, e il rapporto con ciò che ne esce è quello del conio con la moneta.

La distinzione è quella su cui Jung insiste per tutta la vita, e che i suoi lettori saltano regolarmente. L'archetipo non è un'immagine: è la disposizione a formare immagini di un certo tipo. Ciò che si incontra nei miti, nei sogni e nei simboli sono immagini archetipiche, cioè monete, e sono diverse in ogni cultura; l'archetipo è il conio, e non lo si vede mai perché lo si conosce solo dalle sue impronte.

Jung usa un paragone che vale più di molte definizioni: l'archetipo sta all'immagine come il sistema assiale di un cristallo sta al cristallo. Il sistema assiale non è una forma già fatta, è la legge secondo cui la sostanza si dispone quando cristallizza; nessun cristallo è identico a un altro e tutti obbediscono a quella legge. La forma non preesiste, preesiste la regola della forma.

Ancorato ai testi

Non si tratta di rappresentazioni ereditate, ma di una possibilità ereditata di rappresentazioni. Gli archetipi non hanno contenuto proprio: si riempiono con il materiale dell'esperienza cosciente, e prima di essere riempiti non sono raffigurabili.parafrasi dichiarata dalla precisazione che Jung ripete in più scritti degli anni Trenta e Quaranta, ogni volta che gli viene attribuita una dottrina delle idee innate. La ripeteva spesso perché l'equivoco tornava sempre

Dove nasce

Un termine antico, riempito di un contenuto nuovo

La parola non è di Jung e lui non lo nasconde: la trova in Filone, in Ireneo, in Dionigi, e nel latino di Agostino sotto forma di idea principalis. In tutti quegli autori indica il modello eterno nella mente divina, secondo cui le cose sono fatte: è vocabolario platonico passato per il cristianesimo.

Ciò che Jung fa è prendere quel termine e cambiargli il luogo. Le forme non stanno in una mente divina né in un mondo delle idee: stanno nella struttura della psiche umana, e ci stanno come disposizioni della specie, non come contenuti. È un'operazione che si potrebbe chiamare una naturalizzazione, e Jung la rivendica: dichiara di fare scienza empirica e non metafisica, e di dedurre gli archetipi dal materiale clinico e comparativo, non da un principio.

Il che apre il problema che accompagnerà la sua opera per sempre, e che vale la pena nominare senza fingere di risolverlo. Se gli archetipi sono disposizioni ereditate, sono un fatto biologico, e allora ci si aspetterebbe di trovarli nella genetica; se sono qualcosa d'altro, allora l'affermazione non è empirica nel senso in cui Jung la presenta. Lui stesso, negli ultimi scritti, li avvicina a qualcosa che sta al confine fra psichico e fisico, e la sincronicità nasce da lì. È la parte del suo lavoro in cui è meno prudente, e la biblioteca lo registra.

Come la legge questa biblioteca

Un ponte, e la clausola che lo accompagna

La definizione breve dice che per la scuola l'archetipo è linguaggio e ponte verso il simbolismo tradizionale, uno strumento di orientamento e non la via. Le due parti della frase vanno prese insieme.

È un ponte perché offre a un lettore contemporaneo un modo di prendere sul serio i miti senza doverci credere. Chi non può accettare che gli dèi esistano può accettare che quelle figure ricorrano perché la psiche è fatta in un certo modo, e da quella posizione può leggere materiali che altrimenti resterebbero chiusi. Per moltissimi lettori del Novecento questa è stata la porta d'ingresso, e negarlo sarebbe ingrato.

Non è la via perché il ponte porta in una direzione sola. Una volta detto che le figure sono proiezioni di strutture psichiche, ciò che le tradizioni affermano su di esse è già stato tradotto, e la traduzione ha deciso la questione senza discuterla: se sono contenuti psichici, non sono altro. La definizione breve dell'inconscio collettivo lo dice nella formula più netta che questo lessico usi: leggere una tradizione come proiezione della psiche la rende accessibile e nello stesso gesto la riduce.

La posizione della biblioteca è quindi di usare lo strumento e tenere il conto aperto. Nel linguaggio della mappa, con il simbolismo tradizionale l'archetipo ha un rapporto di specchio: due modi di rendere conto delle stesse ricorrenze, uno che le colloca nell'uomo e uno che le colloca nel reale. Chi tratta il primo come la spiegazione del secondo ha fatto una scelta metafisica, e di solito senza accorgersene.

Da non confondere

Quattro modelli

Con l'immagine archetipica. È la distinzione tecnica di Jung, ed è quella che decide se si sta parlando con precisione. Il vecchio saggio, la grande madre, l'eroe non sono archetipi: sono immagini, storicamente determinate, che una disposizione ha prodotto in quella cultura. Un elenco di archetipi con i loro nomi propri è, a rigore, un elenco di monete presentato come elenco di coni.

Con l'idea platonica. La somiglianza è antica e Jung la conosce. La differenza è dove stanno: l'idea platonica è indipendente dalla mente che la pensa e più reale delle cose; l'archetipo junghiano è una struttura di una specie vivente, e senza esseri umani non c'è. Chi usa i due termini come sinonimi restituisce a Jung una metafisica che lui aveva tolto.

Con il modello esemplare. È il senso corrente e la definizione breve lo esclude: dire che qualcuno è l'archetipo del padre severo significa dire che è un caso tipico. L'uso tecnico è il contrario: l'archetipo non è un esemplare, è ciò che non compare mai in un esemplare.

Con l'inconscio personale. Freud e Jung si dividono anche qui. I contenuti rimossi di una biografia sono personali, appartengono a una storia e a un individuo, e la terapia li riporta alla luce. Gli archetipi non appartengono a nessuno e non sono mai stati coscienti, quindi non si ricordano: si incontrano. È la ragione per cui il lavoro che li riguarda ha una forma diversa da quella di un'anamnesi.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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