Il mondo intermedio non nasce come suggestione poetica: nasce come soluzione a un problema che la filosofia islamica si era posta con precisione. Se esiste un mondo dei corpi e uno delle intelligenze pure, dove accadono le cose che hanno figura ma non materia? Le visioni dei profeti, i corpi della resurrezione, i luoghi descritti nei racconti di ascensione: sono corpi, hanno forma e colore, e non sono fatti della materia di quaggiù.
Le due risposte disponibili erano insoddisfacenti. Dire che sono materiali obbliga a collocarli nello spazio, e nessuno li trova; dire che sono simboli di realtà intelligibili li riduce a modi di dire. Suhrawardi, nel dodicesimo secolo, e poi la scuola di Isfahan, ne aggiungono una terza: un piano proprio, con una estensione propria e una corporeità propria, dove quelle figure sono esattamente ciò che appaiono.
Da qui segue la parte che riguarda chi guarda. Se il piano esiste, deve esserci un organo capace di percepirlo, come l'occhio per i colori; e quell'organo è l'immaginazione, che in questa dottrina non è la facoltà che inventa ma quella che vede ciò che sta su quel piano. È il rovesciamento che rende il concetto difficile da maneggiare per noi: l'immaginazione come senso, non come officina.
Corbin lo riporta in Occidente a metà Novecento, dopo aver passato la vita sui manoscritti persiani, e va detto che la sua lettura è insieme una restituzione e una interpretazione: legge la tradizione iranica con strumenti di fenomenologia che quella tradizione non aveva, e il risultato è potentissimo e non neutro. Chi cita Corbin cita un mediatore, e sapere che c'è un mediatore fa parte del metodo di questa biblioteca.