Con l'incarnazione storica. Betlemme è un fatto datato, avvenuto una volta, fuori di me. La nascita nell'anima non è la sua ripetizione né la sua commemorazione: è, nella lettura di Eckhart, lo stesso atto eterno che non cade nel tempo e quindi non ha bisogno di ripetersi. Le due non competono, ma non sono lo stesso evento visto due volte.
Con l'emozione del Natale. È l'uso corrente della formula, ed è quello contro cui il distico di Silesius citato nella voce breve è stato scritto. Un sentimento è un fatto delle facoltà, ha una durata e finisce; la nascita di cui parlano questi testi accade dove le facoltà non arrivano. Che le due cose possano capitare la stessa sera non le rende parenti.
Con l'individuazione junghiana. Il parallelo è tentante: anche là qualcosa nasce, e nasce in un centro che non coincide con l'io. Ma l'individuazione è un processo che matura una persona, e ciò che nasce è il suo Sé; qui non nasce niente di mio, nasce qualcun altro nel punto in cui io finisco. Il lessico li accosta per contrasto, ed è la formula giusta: si somigliano abbastanza da rendere utile vedere dove divergono.
Con l'unione mistica come fusione. Il vocabolario corrente del misticismo parla di dissolversi, confondersi, diventare uno. Eckhart usa un altro verbo, ed è quello della generazione: qualcosa viene partorito, e chi partorisce non si dissolve in ciò che partorisce. È una differenza di immagine con conseguenze precise, perché una nascita presuppone due, e una fusione no.