Salta al contenuto
Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Tat tvam asi

तत् त्वम् असिsanscritotat tvam asi, «tu sei quello»


La grande sentenza della Chandogya Upanishad: il sé profondo è il fondamento del reale. Non un'informazione da credere ma un riconoscimento a cui la pratica conduce. La timeline la chiama «lo specchio più limpido in cui la scuola guarda il Logos giovanneo»: convergenza strutturale tra due rive, non identità tra due dottrine.

BrahmanAtmanNascita del Verbo nell'anima

Dove lavoraLa voce in «Il corpo sottile» ↗ · Timeline (Upanishad antiche)

Nel laboratorioAnno II


La parola

Tre parole, una per Veda

Tat, quello. Tvam, tu. Asi, sei. Tre monosillabi, nessun verbo complicato, nessun termine tecnico: la frase più celebre della filosofia indiana è fatta di parole che un bambino sanscrito conosceva tutte.

La tradizione la conta fra le mahāvākya, le grandi sentenze, e sono quattro, una per ciascuno dei quattro Veda. Prajñānam brahma, la coscienza è il Brahman, dall'Aitareya. Ahaṃ brahmāsmi, io sono il Brahman, dalla Brihadaranyaka. Tat tvam asi, quello tu sei, dalla Chandogya. Ayam ātmā brahma, questo sé è il Brahman, dalla Mandukya. Il Vedanta le tratta come quattro angolature della stessa affermazione, e le distingue per persona grammaticale: una la dice in terza, una in prima, una in seconda, una indicando.

Che la sentenza decisiva sia in seconda persona non è indifferente. Non è una proposizione su come stanno le cose: è qualcosa che un maestro dice a un discepolo, dentro una conversazione, rivolgendosi a lui per nome. Nel testo, infatti, ricorre nove volte, alla fine di nove immagini diverse, e ogni volta si chiude con il vocativo: Shvetaketu.

Ancorato ai testi

Questa sottigliezza che tutto questo ha per anima: quello è il reale, quello è il sé. Quello tu sei, Shvetaketu.parafrasi dichiarata da Chāndogya Upaniṣad VI, 8-16, il ritornello che chiude ciascuna delle nove istruzioni di Uddalaka al figlio. Le immagini che lo precedono sono domestiche: il sale sciolto nell'acqua, i fiumi che entrano nel mare, il seme del fico che aperto non mostra nulla

Dove nasce

Una traduzione che gli studiosi discutono

La scena è una delle più vive delle Upanishad. Shvetaketu torna a casa dopo dodici anni di studio, gonfio di sapere e pieno di sé; il padre gli chiede se abbia chiesto quell'insegnamento per cui l'inudito diventa udito e l'impensato pensato, e il ragazzo non sa di che cosa si parli. Segue l'istruzione, per nove giri, ciascuno con un esperimento o un'immagine, e ciascuno chiuso da quelle tre parole.

E qui va detta una cosa che raramente arriva ai lettori italiani. La traduzione corrente della frase è contestata dalla filologia. Il ritornello per esteso suona sa ātmā tat tvam asi, e l'interpretazione classica, che è quella di Shankara, lo divide così: quello è il sé; quello tu sei. Ma tat, in sanscrito, può funzionare anche come avverbio, e più di uno studioso ha proposto di leggere: quello è il sé, e così tu sei, oppure in quel modo tu sei. Il senso cambia in modo non piccolo: dall'identificazione fra il discepolo e l'assoluto si passa a un'affermazione sul modo in cui il discepolo è fatto.

Questa biblioteca non ha titolo per dirimere una questione di grammatica sanscrita, e non lo fa. Registra però il fatto, perché è esattamente il tipo di informazione che il resto del sito si è impegnato a dare: la lettura non-dualista della frase più famosa del Vedanta è una lettura, autorevolissima e vecchia di dodici secoli, ed è stata messa in discussione con argomenti tecnici. Chi la cita come se il testo parlasse da solo sta citando Shankara senza nominarlo.

Come la legge questa biblioteca

Un riconoscimento, e perché non basta averlo capito

La definizione breve dice che non è un'informazione da credere ma un riconoscimento a cui la pratica conduce, e il testo stesso spiega perché la distinzione conti. Uddalaka non enuncia la frase e chiude: la ripete nove volte, dopo nove preparazioni diverse, e ogni volta Shvetaketu chiede di sentirla ancora. Un'informazione si dà una volta. Nove ripetizioni segnalano che il problema non è capire la frase.

Il Vedanta più tardo formalizzerà questa differenza nel metodo in tre tempi che compare nella voce sull'atman: ascoltare, riflettere fino a togliere i dubbi, e poi tenere fermo. Il terzo tempo è quello che non ha equivalenti nel modo occidentale di trattare le idee, ed è quello che rende la sentenza una pratica: non si tratta di essere convinti, si tratta di smettere di funzionare come se fosse falsa.

Il rapporto con l'asse del percorso è quello che la timeline dichiara: specchio, e specchio limpido. Due tradizioni arrivano a dire che il fondo della persona e il fondamento del reale non sono due, e ci arrivano senza contatto. Ma la riva cristiana lo dice a partire da un evento accaduto a qualcun altro in un certo anno, e questa lo dice a partire da un riconoscimento che ciascuno può fare in qualunque momento perché la cosa è già così. Un'incarnazione e un'agnizione: il lessico segna una convergenza strutturale, e la differenza fra i due verbi è tutto ciò che la convergenza non copre.

Da non confondere

Quattro modi di leggere tre parole

Con «io sono Dio». È la lettura che fa scandalo e che il testo non consente, perché l'io che pronuncerebbe quella frase è precisamente ciò che la dottrina considera non reale. Il soggetto di tat tvam asi non è la persona con il suo nome e la sua storia: è ciò che resta quando quella persona è stata tolta. Un ego che si dichiari assoluto ha capito la frase esattamente al contrario, e la tradizione ha un termine per quell'esito, che considera un errore e non una vetta.

Con il panteismo. Dire che tutto è Dio e dire che il fondo di te è il fondamento sono due affermazioni diverse. Il panteismo distribuisce il divino sulle cose e le lascia molte; la non-dualità non moltiplica il divino, nega che le cose siano molte nel modo in cui sembrano. La prima è una tesi sulla presenza, la seconda sul numero.

Con l'unione mistica cristiana. Nei mistici cristiani l'unione è un evento che accade a due, e il vocabolario resta nuziale fino alla fine: sposo e sposa, amante e amato. Qui non c'è unione perché non c'è mai stata separazione: la sentenza non annuncia un incontro, corregge un errore di conteggio. Il lessico li tiene per specchio, e la grammatica dei due racconti non si sovrappone.

Con «siamo tutti una cosa sola». È la versione da poster, e ha il difetto di essere consolante. La frase upanishadica non dice che gli esseri umani sono uniti fra loro da un legame profondo: dice che il fondo di ciascuno è ciò che regge il cosmo, il che è una tesi metafisica e non un'esortazione alla fratellanza. Che poi ne discendano conseguenze etiche è probabile, e le tradizioni le hanno tratte; ma sono conseguenze, e vengono dopo.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
← Torna alla soglia di Athanor