Tat, quello. Tvam, tu. Asi, sei. Tre monosillabi, nessun verbo complicato, nessun termine tecnico: la frase più celebre della filosofia indiana è fatta di parole che un bambino sanscrito conosceva tutte.
La tradizione la conta fra le mahāvākya, le grandi sentenze, e sono quattro, una per ciascuno dei quattro Veda. Prajñānam brahma, la coscienza è il Brahman, dall'Aitareya. Ahaṃ brahmāsmi, io sono il Brahman, dalla Brihadaranyaka. Tat tvam asi, quello tu sei, dalla Chandogya. Ayam ātmā brahma, questo sé è il Brahman, dalla Mandukya. Il Vedanta le tratta come quattro angolature della stessa affermazione, e le distingue per persona grammaticale: una la dice in terza, una in prima, una in seconda, una indicando.
Che la sentenza decisiva sia in seconda persona non è indifferente. Non è una proposizione su come stanno le cose: è qualcosa che un maestro dice a un discepolo, dentro una conversazione, rivolgendosi a lui per nome. Nel testo, infatti, ricorre nove volte, alla fine di nove immagini diverse, e ogni volta si chiude con il vocativo: Shvetaketu.
Ancorato ai testi
Questa sottigliezza che tutto questo ha per anima: quello è il reale, quello è il sé. Quello tu sei, Shvetaketu.parafrasi dichiarata da Chāndogya Upaniṣad VI, 8-16, il ritornello che chiude ciascuna delle nove istruzioni di Uddalaka al figlio. Le immagini che lo precedono sono domestiche: il sale sciolto nell'acqua, i fiumi che entrano nel mare, il seme del fico che aperto non mostra nulla