La radice è bṛh: crescere, gonfiarsi, dilatarsi. Nel Rigveda bráhman non nomina il fondamento dell'essere, nomina qualcosa di molto più circoscritto e molto più concreto: la formula sacra, la parola del rito, e insieme la forza che quella parola mette in moto. Il bráhman è ciò che si gonfia quando la sillaba giusta viene pronunciata nel momento giusto.
Il sanscrito distingue due parole quasi identiche con un accento e un genere. Bráhman, neutro, con l'accento sulla prima sillaba, è la formula e poi l'assoluto. Brahmán, maschile, con l'accento sulla seconda, è il sacerdote che la maneggia, e più tardi darà il nome al dio creatore Brahmā. Stesse consonanti, due parole diverse; le traduzioni che scrivono «Brahma» senza specificare quale hanno già perso l'informazione principale.
Vale la pena tenere questo dato, perché spiega la direzione del pensiero upanishadico. Non si parte da un'idea di assoluto e la si cerca nel mondo. Si parte dalla constatazione che la parola del rito ha una potenza, ci si chiede che cosa sia quella potenza, e la risposta cresce fino a coincidere con ciò che regge tutto. Il fondamento del reale è, storicamente, la formula liturgica portata alle sue conseguenze.
Ancorato ai testi
Ciò da cui questi esseri nascono, per cui, una volta nati, vivono, e in cui, andandosene, entrano: cerca di conoscere quello. Quello è il Brahman.parafrasi dichiarata da Taittirīya Upaniṣad III, 1, dove Varuna risponde al figlio Bhrigu che gli chiede che cosa sia il Brahman. È la definizione classica, e si noti la forma: non dice che cosa sia, dice dove guardare