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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Brahman

ब्रह्मन्sanscritobráhman, neutro


Nelle Upanishad, il fondamento del reale: ciò da cui tutto sorge, in cui tutto si regge e a cui tutto torna. Non un dio tra gli altri (quello è un altro termine, Brahmā): il sostrato stesso dell'essere. Per il sito è lo specchio più limpido in cui guardare il Logos giovanneo: la convergenza strutturale tra «In principio era il Verbo» e l'intuizione upanishadica dice qualcosa sul territorio, non un'identità tra le mappe.

LogosAtmanTat tvam asiAdvaita

Dove lavoraLa voce in «Il corpo sottile» ↗ · Mappa delle tradizioni (Tradizione vedica) · Saggio sul Cristo cosmico, parte 2 · Timeline (Upanishad antiche)

Nel laboratorioAnno II · Anno III


La parola

Prima di essere l'assoluto, era la potenza di una formula

La radice è bṛh: crescere, gonfiarsi, dilatarsi. Nel Rigveda bráhman non nomina il fondamento dell'essere, nomina qualcosa di molto più circoscritto e molto più concreto: la formula sacra, la parola del rito, e insieme la forza che quella parola mette in moto. Il bráhman è ciò che si gonfia quando la sillaba giusta viene pronunciata nel momento giusto.

Il sanscrito distingue due parole quasi identiche con un accento e un genere. Bráhman, neutro, con l'accento sulla prima sillaba, è la formula e poi l'assoluto. Brahmán, maschile, con l'accento sulla seconda, è il sacerdote che la maneggia, e più tardi darà il nome al dio creatore Brahmā. Stesse consonanti, due parole diverse; le traduzioni che scrivono «Brahma» senza specificare quale hanno già perso l'informazione principale.

Vale la pena tenere questo dato, perché spiega la direzione del pensiero upanishadico. Non si parte da un'idea di assoluto e la si cerca nel mondo. Si parte dalla constatazione che la parola del rito ha una potenza, ci si chiede che cosa sia quella potenza, e la risposta cresce fino a coincidere con ciò che regge tutto. Il fondamento del reale è, storicamente, la formula liturgica portata alle sue conseguenze.

Ancorato ai testi

Ciò da cui questi esseri nascono, per cui, una volta nati, vivono, e in cui, andandosene, entrano: cerca di conoscere quello. Quello è il Brahman.parafrasi dichiarata da Taittirīya Upaniṣad III, 1, dove Varuna risponde al figlio Bhrigu che gli chiede che cosa sia il Brahman. È la definizione classica, e si noti la forma: non dice che cosa sia, dice dove guardare

Dove nasce

Con attributi o senza: la disputa che divide il Vedanta

Le Upanishad non sono un sistema: sono una raccolta di testi composti nell'arco di secoli, che discutono fra loro e non sempre concordano. Il lavoro di ridurle a dottrina comincia con i Brahmasūtra, che le riassumono in aforismi così stringati da essere incomprensibili senza commento. Ed è sui commenti che il Vedanta si spacca.

La linea di frattura è una sola domanda: il Brahman ha attributi? Shankara, nell'ottavo secolo, distingue nirguṇa e saguṇa, senza qualità e con qualità, e dice che il primo è la verità e il secondo una concessione a chi non è ancora pronto: il Dio personale che si adora è il Brahman visto attraverso un velo. Ramanuja, quattro secoli dopo, risponde che un assoluto senza attributi non è nulla di cui si possa parlare né a cui ci si possa rivolgere; il suo Brahman ha qualità reali, e le anime e il mondo ne sono il corpo. La sua scuola si chiama viśiṣṭādvaita, non-dualità qualificata. Madhva, più tardi ancora, taglia corto e afferma la dualità.

La disputa vale la pena conoscerla perché in Occidente è quasi sempre assente. La non-dualità di Shankara è arrivata qui, attraverso i teosofi e poi Vivekananda, come se fosse «la filosofia indiana»; in India è una scuola fra tre, minoritaria per numero di fedeli rispetto alle tradizioni devozionali che seguono Ramanuja. Chi legge Brahman e pensa automaticamente «senza attributi» ha già scelto una parte, e di solito non sa di averlo fatto.

Come la legge questa biblioteca

Lo specchio più limpido, e che cosa significa «specchio»

Il lessico chiama questa voce lo specchio più limpido in cui guardare il Logos giovanneo, e conviene dire con esattezza che cosa la parola «specchio» consenta e che cosa vieti.

Consente questo: due tradizioni senza contatto storico dimostrabile mettono al principio qualcosa che non è un ente fra gli enti, e che è insieme ciò da cui tutto viene e ciò che in tutto si regge. La somiglianza è di struttura ed è reale; vederla insegna qualcosa sul tipo di problema che entrambe stanno affrontando.

Vieta questo: dire che sono la stessa cosa. E la differenza non è una sfumatura teologica, è la struttura. Il Logos giovanneo si è fatto carne in una persona e in una data: la sua storia entra nella storia, e questo è il punto su cui l'intero percorso è costruito. Il Brahman non si incarna e non ha vicende. Una tradizione mette al centro un evento, l'altra un riconoscimento; chi le fonde perde esattamente ciò che ciascuna ha di proprio, e resta con un vago principio universale che non appartiene a nessuna delle due.

Lo stesso vale per il confronto con l'Ein Sof cabbalistico, che il lessico segna anch'esso come specchio: là il senza-fine si ritrae per fare spazio a un mondo che resta altro da lui, qui il fondamento non lascia spazio a nulla che gli sia esterno. Due negazioni che si somigliano dentro due cosmologie opposte.

Da non confondere

Quattro assoluti

Con Brahmā, il dio. La voce breve lo segnala e vale la pena ripeterlo perché l'errore è ovunque. Brahmā è un dio del pantheon, con quattro teste e un veicolo, che nasce da un loto e ha una biografia mitologica; il Brahman neutro non ha biografia, non ha teste e non compare in nessun racconto. Che in italiano si scrivano quasi uguale è un incidente della traslitterazione.

Con Dio come lo intende un monoteista. Il termine sanscrito per il signore personale è Īśvara, ed è un'altra voce. Il Brahman non crea per decisione, non giudica, non ascolta, non ha una volontà: le categorie della relazione personale non gli si applicano, e chiedersi se sia buono è una domanda malformata. Chi traduce Brahman con Dio importa tutta una grammatica che il termine non ha.

Con l'atman. Le Upanishad affermano che sono lo stesso, ed è la loro tesi più celebre: ma è una tesi, cioè qualcosa che va sostenuto, non una sinonimia. I due termini vengono da due indagini diverse, una sul fondamento del cosmo e una sul fondo della persona, e la loro identificazione è il risultato del pensiero upanishadico, non il suo punto di partenza. Trattarli come sinonimi cancella l'unica cosa che quel pensiero ha scoperto.

Con «l'universo» e «l'energia» del linguaggio corrente. Nel vocabolario spirituale di oggi Brahman è spesso reso con una totalità benevola con cui si può essere in sintonia. Il fondamento upanishadico non è la somma delle cose, e non è una totalità: è ciò per cui c'è una totalità, che è un'altra affermazione. La differenza si vede subito nella pratica, perché con una somma non si fa niente, e questa voce ha invece un metodo preciso che le si applica: il neti neti.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

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