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Athanor · Lessico · Primo anello · Kabbalah

Ein Sof

אין סוףebraicoEn Sof, «senza fine»; anche Ain Soph


L'infinito divino prima di ogni manifestazione. La tradizione ne distingue tre gradazioni: Ain, il niente; Ain Soph, il senza fine; Ain Soph Aur, la luce infinita senza fine. Sono i gradi dell'assoluto prima che si manifesti come Kether, la prima Sefira. Senza questa voce il mito lurianico resta senza soggetto: è l'Ein Sof che si contrae nel tzimtzum per fare spazio al mondo. Il confronto con il Brahman senza attributi e con l'abisso senza fondo di Böhme è uno specchio disciplinato, non un'equazione.

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La parola

Un avverbio diventato nome

אין סוף. Due parole: ein, non c'è, e sof, fine. Messe insieme non fanno un nome, fanno una negazione: non c'è fine. Chi si aspetta, al vertice della Kabbalah, il nome più alto di Dio, trova invece una frase che nega, e la nega in una forma che in ebraico non è nemmeno un sostantivo.

Scholem ha mostrato che la locuzione nasce avverbiale: ad ein sof, senza fine, all'infinito, si diceva di una serie che non si arresta. Il modo con cui si descriveva un procedimento è diventato, per uso, il modo con cui si nomina ciò da cui il procedimento dipende. Vale la pena fermarcisi, perché è raro: il nome più alto di questa tradizione è un avverbio irrigidito, e non ha mai perso del tutto la sua natura di frase.

Le tre lettere אין si leggono in due modi. Ein, non c'è, ha la stessa grafia di Ayin, il nulla, la parola che la Kabbalah accosta a Keter per dire di lei che non se ne dice che cosa sia. La lingua tiene insieme in tre segni la negazione e il nulla, e nessun cabalista ha mai considerato la coincidenza un accidente.

Ancorato ai testi

Sappi che l'Ein Sof non può essere oggetto di pensiero, e tanto meno di parola, benché di esso vi sia un'indicazione in ogni cosa: poiché non esiste nulla al di fuori di esso.parafrasi dichiarata da Azriel di Gerona, commento alle aggadot, nella resa che ne dà Gershom Scholem in Le grandi correnti della mistica ebraica. La frase è del primo Duecento e fissa la regola che la tradizione seguirà: dell'Ein Sof si dice che c'è, non che cos'è

Dove nasce

La parola che nei primi libri non c'è

L'Ein Sof non compare nel Sefer Yetzirah, e non compare nel Bahir. Nei due libri da cui la Kabbalah comincia, il senza-fine non è nominato. La parola arriva in Provenza e soprattutto a Gerona, nella prima metà del Duecento, con Azriel e la sua cerchia: quando cioè la dottrina delle dieci potenze ha già bisogno di dire da che cosa dipende, e si accorge di non poterlo dire.

L'assenza è più istruttiva della presenza. Una tradizione che nei suoi testi fondativi non ha una parola per l'assoluto, e poi la conia in forma di negazione, sta dichiarando qualcosa sul proprio metodo: il vertice non era stato dimenticato, era stato lasciato senza nome finché il sistema non ha avuto bisogno di segnare il posto vuoto. Il nome, quando arriva, è costruito per non chiudere quel posto.

Va detta anche una cosa sulla forma in cui i tre gradi circolano: Ain il niente, Ain Soph il senza fine, Ain Soph Aur la luce infinita senza fine. La successione ha una storia. Si compone nella Kabbalah tarda, passa in latino attraverso i cabalisti cristiani del Rinascimento, e prende la forma ordinata e memorizzabile che oggi si trova ovunque nell'occultismo inglese dell'Ottocento. Nei testi di Gerona una triade così pulita non c'è. Tenerla è comodo, e si tiene sapendo di che strato è: la stessa avvertenza che questa biblioteca fa per le tavole di corrispondenze.

Come la legge questa biblioteca

Il punto che il diagramma non raggiunge

L'Ein Sof è la voce che spiega perché in questa biblioteca la Kabbalah sia chiamata grammatica e non dottrina.

Un sistema di dieci potenze, tre colonne e ventidue vie è una macchina che spiega. Se fosse tutto lì, spiegherebbe tutto, e una cosa che spiega tutto ha smesso di essere uno strumento di conoscenza. L'Ein Sof è la clausola che impedisce la chiusura: non è l'undicesima potenza in cima alla scala, è ciò di cui la scala non parla. Si può imparare l'intero albero e non avere toccato ciò da cui dipende, e il diagramma lo dice di sé.

È anche la voce senza la quale il resto dell'anello non si regge. È l'Ein Sof che si ritrae nel tzimtzum; è la sua luce che i vasi non contengono; sono frammenti della sua luce le scintille. Togliete questa voce e il mito lurianico resta senza soggetto: qualcosa si ritira, qualcosa si rompe, e non si sa di chi si stia parlando.

Elaborazione del curatore

Di tutta la Kabbalah, questa è la voce che consiglio di leggere per prima e di rileggere per ultima. Chi comincia dalle dieci potenze impara un sistema, e i sistemi danno una sicurezza che non hanno guadagnato. Chi comincia da qui impara prima di tutto dove il sistema si ferma, e da lì in avanti maneggia le dieci potenze per quello che sono: dieci modi di dire, non dieci cose viste.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro infiniti che non sono lo stesso infinito

Con Keter, la prima Sefirah. È l'errore più frequente, e lo favorisce il disegno: nelle figure Keter sta in cima, e sopra Keter non si vede niente, quindi sembra che Keter sia il vertice. Non lo è. Keter è la prima delle dieci, cioè già manifestazione; l'Ein Sof non sta sopra la figura, sta fuori dalla figura. Qualche tavola lo segna come un alone o tre cerchi concentrici sopra la corona, ed è un ripiego grafico per dire una cosa che il disegno non può dire.

Con l'Uno di Plotino. Sono le due grandi formulazioni di un principio che precede l'essere, e la somiglianza è reale. La differenza sta nel verbo: l'Uno di Plotino sovrabbonda, e dalla sovrabbondanza procede il resto; l'Ein Sof, nel racconto lurianico, comincia ritraendosi. Emanare e ritrarsi sono due gesti opposti al medesimo posto della struttura, e il lessico li tiene per quello che sono: uno specchio, non un'identità.

Con il Brahman senza attributi. La convergenza è di forma, ed è forte: entrambi si dicono per negazione, entrambi non si lasciano predicare. Ma il Brahman nirguna sta dentro una dottrina della non-dualità, dove alla fine il sé si scopre identico a lui; l'Ein Sof sta dentro una dottrina della creazione, dove la distanza fra il creatore e la creatura è la premessa e non l'illusione. Due negazioni identiche, dentro due impianti che dicono cose opposte di chi le pronuncia.

Con l'infinito dei matematici, e con quello dei filosofi. Il primo è una proprietà di insiemi e di serie, e si maneggia. Il secondo è un attributo di Dio fra gli altri, la sua illimitatezza. L'Ein Sof non è né una proprietà né un attributo: è il rifiuto che di quel posto si predichi qualsiasi cosa, compresa l'infinità. Per questo la traduzione «l'Infinito», con la maiuscola, è comoda e leggermente falsa: fa un nome di ciò che è nato per non esserlo.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

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