Con Keter, la prima Sefirah. È l'errore più frequente, e lo favorisce il disegno: nelle figure Keter sta in cima, e sopra Keter non si vede niente, quindi sembra che Keter sia il vertice. Non lo è. Keter è la prima delle dieci, cioè già manifestazione; l'Ein Sof non sta sopra la figura, sta fuori dalla figura. Qualche tavola lo segna come un alone o tre cerchi concentrici sopra la corona, ed è un ripiego grafico per dire una cosa che il disegno non può dire.
Con l'Uno di Plotino. Sono le due grandi formulazioni di un principio che precede l'essere, e la somiglianza è reale. La differenza sta nel verbo: l'Uno di Plotino sovrabbonda, e dalla sovrabbondanza procede il resto; l'Ein Sof, nel racconto lurianico, comincia ritraendosi. Emanare e ritrarsi sono due gesti opposti al medesimo posto della struttura, e il lessico li tiene per quello che sono: uno specchio, non un'identità.
Con il Brahman senza attributi. La convergenza è di forma, ed è forte: entrambi si dicono per negazione, entrambi non si lasciano predicare. Ma il Brahman nirguna sta dentro una dottrina della non-dualità, dove alla fine il sé si scopre identico a lui; l'Ein Sof sta dentro una dottrina della creazione, dove la distanza fra il creatore e la creatura è la premessa e non l'illusione. Due negazioni identiche, dentro due impianti che dicono cose opposte di chi le pronuncia.
Con l'infinito dei matematici, e con quello dei filosofi. Il primo è una proprietà di insiemi e di serie, e si maneggia. Il secondo è un attributo di Dio fra gli altri, la sua illimitatezza. L'Ein Sof non è né una proprietà né un attributo: è il rifiuto che di quel posto si predichi qualsiasi cosa, compresa l'infinità. Per questo la traduzione «l'Infinito», con la maiuscola, è comoda e leggermente falsa: fa un nome di ciò che è nato per non esserlo.