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Athanor · Lessico · Primo anello · Mistica cristiana

Via apofatica

grecoapóphasis, «negazione»


La via che si avvicina a Dio negando i concetti invece di affermarli: Dionigi l'Areopagita ne è il padre, la Nube della non-conoscenza il manuale pratico, Eckhart l'erede più radicale. Lo svuotamento dei concetti è qui un atto conoscitivo, non una rinuncia alla conoscenza: in questo la via apofatica si distingue nettamente dall'agnosticismo corrente. Il percorso la incontra fin dall'inizio come pratica, non come teoria.

GelassenheitNotte oscuraNeti neti

Dove lavoraTimeline (Dionigi, La nube della non-conoscenza) · Mappa delle tradizioni

Nel laboratorioAnno IV · Anno III


La parola

Un termine di logica, prestato alla teologia

Apóphasis, ἀπόφασις, viene da apó-phēmi: dire via, negare. In Aristotele non ha nulla di mistico: è il nome tecnico della proposizione negativa, e sta in coppia con katáphasis, la proposizione affermativa. Sono due strumenti del ragionamento, e chi apre gli Analitici li trova come si trovano oggi «vero» e «falso».

Chi scrive sotto il nome di Dionigi Areopagita prende la coppia e la trasporta di peso nella teologia: si può parlare di Dio per affermazione, ed è la via catafatica, oppure per negazione, ed è quella apofatica. Fin qui è una distinzione ordinata, del genere che si mette in un manuale. Ma il testo fa un terzo movimento, e la maggior parte di chi cita questa voce si ferma prima.

Il terzo movimento è la negazione delle negazioni. Dopo aver tolto a Dio ogni predicato, il trattato toglie anche i suoi contrari, e alla fine toglie il togliere stesso: di lui non si dà né affermazione né negazione. La via apofatica non è dunque la tesi che Dio sia oscurità, silenzio o assenza. Quelle sarebbero ancora descrizioni, con il segno cambiato.

Ancorato ai testi

Non è tenebra né luce, non è errore né verità. Di lui non si dà affermazione né negazione: e quando poniamo affermazioni e negazioni intorno a ciò che gli è inferiore, nulla poniamo e nulla togliamo a lui, perché sta al di là di ogni affermazione e di ogni negazione.parafrasi dichiarata da Dionigi Areopagita, Teologia mistica, capitolo quinto, che è l'ultimo e consiste quasi per intero in una cascata di negazioni. Il capitolo si chiude togliendo la negazione stessa: è il passaggio che distingue questa via da una teologia del non-sapere

Dove nasce

Il libro più autorevole dell'Occidente mistico porta un nome falso

Negli Atti degli Apostoli, dopo il discorso di Paolo all'Areopago di Atene, si legge che alcuni aderirono, e fra loro Dionigi, l'areopagita. Una riga, un nome, nessun'altra notizia. Fra la fine del quinto secolo e l'inizio del sesto compare un corpo di scritti greci firmato con quel nome: i Nomi divini, la Teologia mistica, la Gerarchia celeste, la Gerarchia ecclesiastica, alcune lettere.

Chi firma così sta rivendicando qualcosa di enorme: essere stato convertito da Paolo in persona, dunque appartenere alla prima generazione, dunque avere un'autorità che sfiora quella apostolica. E per circa mille anni la rivendicazione tiene. Il corpo dionisiano viene commentato da Massimo il Confessore, tradotto in latino da Giovanni Scoto Eriugena, citato da Tommaso più di mille e settecento volte, ed è la fonte della gerarchia degli angeli in nove cori che l'Occidente dà per scontata.

Il dubbio comincia con Lorenzo Valla e con Erasmo, che notano quello che è difficile non notare una volta guardato: l'autore cita liturgie che nel primo secolo non esistevano, e ragiona con le categorie di Proclo, un neoplatonico del quinto secolo. Nell'Ottocento la questione è chiusa: si tratta di un autore probabilmente siriaco, attivo attorno al 500, che conosce Proclo alla lettera. Il nome è uno pseudonimo, e da allora lo si chiama Pseudo-Dionigi.

La cosa da tenere è che il contenuto è sopravvissuto alla scoperta. La Teologia mistica non valeva perché la firmava un discepolo di Paolo, e infatti continua a valere. Ma per mille anni ha avuto un peso che le veniva dalla firma, e ogni volta che qualcuno cita Dionigi come testimone antichissimo della dottrina cristiana sta usando quel peso senza saperlo.

Come la legge questa biblioteca

Togliere è un atto conoscitivo

Il percorso incontra questa via come pratica e non come teoria, e la differenza sta tutta in che cosa si fa con la negazione. Se negare è rinunciare a conoscere, l'esito è una dichiarazione di impotenza e non c'è niente da esercitare. Se negare è un atto della conoscenza, allora c'è un lavoro, e il lavoro consiste nel togliere una rappresentazione alla volta sapendo che cosa si sta togliendo.

La forma che assume nel percorso è questa: non «non so nulla di ciò di cui parlo», ma «questa immagine che ho appena usato non regge, e vedo perché». La differenza è verificabile. Il primo atteggiamento è disponibile a chiunque in qualsiasi momento e non costa niente; il secondo richiede di aver prima costruito l'immagine con cura, perché non si può togliere ciò che non si è messo. Ed è la ragione per cui in questa biblioteca la via apofatica non sta all'inizio come scorciatoia ma accompagna tutto il resto: si nega bene solo ciò che si è affermato bene.

Ne segue il rapporto con Eckhart, che il lessico chiama erede più radicale. Eckhart applica il procedimento non ai concetti in generale ma alle immagini di Dio che occupano l'anima, e la sua frase più celebre, prego Dio che mi liberi da Dio, è una negazione dionisiana portata dentro l'antropologia: anche la rappresentazione più alta è una rappresentazione, e come tale va tolta.

Da non confondere

Quattro modi di non dire

Con l'agnosticismo. La voce breve lo segnala e vale la pena dire dove passa la linea. L'agnostico sospende il giudizio sull'esistenza; l'apofatico non ha alcun dubbio sull'esistenza e nega solo i predicati. Sono due operazioni su parti diverse della frase, e la somiglianza è soltanto nel risultato tipografico: in entrambi i casi non si dice niente.

Con il neti neti. Il procedimento è quasi identico, e il lessico lo segna come specchio. La differenza sta in dove finisce. Il neti neti upanishadico toglie ogni predicato al sé finché non resta ciò che nessun predicato tocca, e in quel punto la dottrina afferma un'identità: quello sei tu. La via apofatica toglie i predicati e non arriva a nessuna identità: arriva a una non-conoscenza che resta tale. Due negazioni identiche con due esiti che non si somigliano affatto.

Con il silenzio come reticenza. Esiste un uso della parola «ineffabile» che serve a chiudere la conversazione: non si può dire, quindi non se ne parla, quindi chi chiede è indelicato. La Teologia mistica fa il contrario, ed è un testo, ed è lungo: dice moltissimo per arrivare a togliere. Il silenzio apofatico sta alla fine di un lavoro, non al posto di un lavoro.

Con la modestia teologica. Molti autori premettono che le loro parole su Dio sono inadeguate, e poi proseguono come prima. È una clausola di cortesia. Nella via apofatica l'inadeguatezza non è una premessa ma il metodo: agisce dentro il testo, riga per riga, e cambia quello che il testo può dire. Una teologia che si dichiara umile e poi descrive con sicurezza non è apofatica, è soltanto educata.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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