Negli Atti degli Apostoli, dopo il discorso di Paolo all'Areopago di Atene, si legge che alcuni aderirono, e fra loro Dionigi, l'areopagita. Una riga, un nome, nessun'altra notizia. Fra la fine del quinto secolo e l'inizio del sesto compare un corpo di scritti greci firmato con quel nome: i Nomi divini, la Teologia mistica, la Gerarchia celeste, la Gerarchia ecclesiastica, alcune lettere.
Chi firma così sta rivendicando qualcosa di enorme: essere stato convertito da Paolo in persona, dunque appartenere alla prima generazione, dunque avere un'autorità che sfiora quella apostolica. E per circa mille anni la rivendicazione tiene. Il corpo dionisiano viene commentato da Massimo il Confessore, tradotto in latino da Giovanni Scoto Eriugena, citato da Tommaso più di mille e settecento volte, ed è la fonte della gerarchia degli angeli in nove cori che l'Occidente dà per scontata.
Il dubbio comincia con Lorenzo Valla e con Erasmo, che notano quello che è difficile non notare una volta guardato: l'autore cita liturgie che nel primo secolo non esistevano, e ragiona con le categorie di Proclo, un neoplatonico del quinto secolo. Nell'Ottocento la questione è chiusa: si tratta di un autore probabilmente siriaco, attivo attorno al 500, che conosce Proclo alla lettera. Il nome è uno pseudonimo, e da allora lo si chiama Pseudo-Dionigi.
La cosa da tenere è che il contenuto è sopravvissuto alla scoperta. La Teologia mistica non valeva perché la firmava un discepolo di Paolo, e infatti continua a valere. Ma per mille anni ha avuto un peso che le veniva dalla firma, e ogni volta che qualcuno cita Dionigi come testimone antichissimo della dottrina cristiana sta usando quel peso senza saperlo.