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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Neti neti

नेति नेतिsanscritoneti neti, «né questo, né quello»


La pratica vedantica della negazione: non sono il corpo, non sono i pensieri, non sono le emozioni; e allora chi sono? È attenzione rivolta alla fonte e non ai contenuti della coscienza: tornare, ripetutamente, all'atto puro dell'essere consapevoli. Con la via apofatica e il Gelassenheit si rimanda come specchio: convergenza di metodo, la negazione come gesto conoscitivo, senza affermare che le mete coincidano.

Via apofaticaGelassenheitAtmanAdvaita

Dove lavoraSaggio sull'attenzione, parte 3

Nel laboratorioAnno II · Anno I


La parola

Non nega una cosa: ritira una frase

Neti è una contrazione di due parole: na iti. Na è la negazione. Iti è la particella con cui il sanscrito chiude una citazione: sta al posto delle nostre virgolette di chiusura, e vuol dire «così», «quanto detto». La lingua non ha bisogno del discorso indiretto perché ha iti: si riporta la frase e poi la si sigilla.

Ne segue che neti non significa «non è questo», come traducono quasi tutti. Significa: non quanto ho appena detto. Non nega un oggetto: ritira una formulazione. È una differenza sottile con conseguenze grosse, perché una negazione di oggetti costruisce, alla fine, un oggetto per esclusione, mentre un ritiro di formulazioni non lascia niente in mano.

Il raddoppiamento, poi, non è un'enfasi. La formula ricorre nei testi sempre doppia, e la tradizione la spiega così: la prima negazione toglie ciò che si è detto, la seconda toglie il togliere, perché anche «non quello» è una formulazione. Chi si ferma alla prima ottiene una teologia negativa; chi arriva alla seconda non ottiene niente, ed è quello che il metodo si propone.

Ancorato ai testi

E dunque l'insegnamento: non così, non così. Perché non c'è nulla di più alto di questo: che egli non è così.parafrasi dichiarata da Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad II, 3, 6. La frase è di Yajnavalkya, ed è costruita in modo da non lasciare appigli: il grado più alto dell'insegnamento non è una descrizione migliore, è la sottrazione della descrizione

Dove nasce

Yajnavalkya, e un modo di rispondere che sembra scortese

La formula appartiene alla Brihadaranyaka, la più antica e la più drammatica delle Upanishad maggiori, e appartiene a un personaggio preciso: Yajnavalkya, che è il primo filosofo con un carattere nella letteratura indiana. Nei suoi episodi si discute in pubblico, alla corte del re Janaka, e si discute per vincere; c'è una posta in palio, mille vacche con l'oro alle corna, e c'è chi perde la testa per aver domandato troppo.

In quel contesto neti neti non ha nulla di contemplativo. È una mossa in una disputa. Gli interlocutori chiedono a Yajnavalkya che cosa sia il sé, si aspettano una definizione, e ricevono una formula che rifiuta di darla e dichiara che il rifiuto è il grado più alto. Chi legge la scena immaginando un maestro serafico che sussurra sbaglia il tono: si tratta di un dialettico che chiude una discussione mostrando che la domanda era mal posta.

Il seguito, nel Vedanta classico, trasforma la mossa in un esercizio. Shankara e la sua scuola la applicano ai cinque involucri: non sono il corpo di cibo, non sono il soffio, non sono la mente, non sono il discernimento, non sono la beatitudine. Ogni negazione toglie uno strato, e la serie finisce dove non c'è più nulla da negare, cioè in ciò che sta negando. Il punto tecnico è questo: il metodo non arriva a un risultato, arriva a chi lo sta compiendo.

Come la legge questa biblioteca

L'unica pratica dell'anello che si può cominciare stasera

Di tutto l'anello vedico, questa è la voce che il percorso incontra come esercizio e non come dottrina. Le altre chiedono di aver capito qualcosa; questa chiede solo di essere applicata, e funziona anche in chi non è convinto della metafisica che la porta.

La forma è quella che la definizione breve indica: non sono il corpo, non sono i pensieri, non sono le emozioni, e allora chi è che sta guardando. Il valore non sta nella risposta, che non arriva, ma nel movimento che ogni negazione produce: l'attenzione si stacca dai contenuti e torna alla fonte. È il gesto opposto a quello che la mente fa spontaneamente, che è di aderire a ciò che compare.

Il rimando alla via apofatica e alla Gelassenheit è di specchio, e la ragione è che i tre gesti sono quasi indistinguibili mentre si compiono. Dionigi toglie i predicati a Dio, Eckhart lascia le immagini, Yajnavalkya ritira le formulazioni: chi guardasse tre persone che praticano non saprebbe dire chi sta facendo cosa. Dove divergono è nell'esito che le rispettive dottrine dichiarano, e su questo il lessico non forza: registra la convergenza del metodo e lascia le mete distinte.

Una precisazione pratica, perché l'errore è comune. Questo non è un esercizio di dissociazione, e chi lo pratica non deve cercare di sentirsi lontano dal proprio corpo o dalle proprie emozioni. Il testo non dice che il corpo sia estraneo: dice che nessuna delle formulazioni con cui lo si nomina regge come risposta alla domanda posta. La differenza si vede subito, perché la prima strada produce un senso di irrealtà e la seconda no.

Da non confondere

Quattro negazioni

Con la via apofatica. Il gesto è lo stesso e l'esito no, e conviene dirlo dal lato vedico. Qui la serie delle negazioni finisce in un'identità: tolti tutti gli strati, ciò che resta è dichiarato identico al fondamento. Nella via apofatica cristiana la serie non finisce in nessuna identità, e la non-conoscenza resta tale: Dio è più vicino di quanto si possa dire e non per questo si è diventati lui. Due metodi indistinguibili, due conclusioni incompatibili.

Con il nichilismo. Negare tutte le descrizioni non è affermare che non ci sia nulla. La formula di Yajnavalkya dice che nulla è più alto di quel «non così»: sta dunque dicendo che c'è qualcosa di cui si sta parlando, e che il non-dirlo è il modo più alto di parlarne. Un nichilista non avrebbe nessun motivo di ripetere la formula due volte.

Con il «non-sé» buddhista. Le due formule si somigliano al punto che vengono spesso citate insieme, e dicono cose opposte. Anattā nega che sotto gli strati ci sia un nucleo; neti neti nega ogni descrizione del nucleo perché quel nucleo non è descrivibile. La prima toglie la cosa, la seconda le parole. È il disaccordo che ha occupato duemila anni di dispute indiane, e le antologie che le allineano lo cancellano.

Con il lasciar passare i pensieri. Molte istruzioni di meditazione contemporanee chiedono di osservare i pensieri senza seguirli, e la somiglianza superficiale è forte. Ma osservare i pensieri li mantiene come oggetti, e l'esercizio riesce quando l'osservatore resta stabile. Il neti neti non si ferma lì: applica la negazione anche all'osservatore, che è la mossa che nessuna tecnica di attenzione compie. Chi si ferma prima ha fatto un esercizio utile e diverso.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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