I nomi latini sono astratti costruiti sui colori: nigredo dal nero, albedo dal bianco, citrinitas dal giallo del cedro, rubedo dal rosso. Sono termini tecnici e descrittivi: nominano ciò che si vede nel vaso, non uno stato dell'anima. Un alchimista che scrive «nigredo» sta annotando che la materia è annerita, come un tintore annota il colore del bagno.
La serie non è un'invenzione latina. Gli alchimisti greci avevano già quattro nomi costruiti allo stesso modo: melánōsis, l'annerimento, leúkōsis, l'imbiancamento, xánthōsis, l'ingiallimento, e íōsis, che dal nome della ruggine e del violetto indica l'ultimo colore. Il latino traduce, e nella traduzione l'ultimo termine slitta dal violetto al rosso.
La cosa più utile da sapere su questa voce è però che la serie non è fissa. Alcuni testi hanno tre fasi, altri quattro, altri ne moltiplicano i gradi fino a dodici o più. La terza, l'ingiallimento, sparisce da buona parte della letteratura tarda, e la definizione breve lo registra. Chi presenta le quattro fasi come lo schema dell'alchimia sta presentando una delle sue versioni, quella che ha avuto più fortuna.
Ancorato ai testi
Vidi un altare a forma di coppa, e un uomo che vi stava sopra; e mi disse: ho compiuto l'azione di discendere i quindici gradini della tenebra, e di salire i gradini della luce; e colui che sacrifica mi rinnova, rigettando la densità del corpo, e per necessità sono santificato come sacerdote e sto in piedi come compiuto.parafrasi dichiarata dalle Visioni di Zosimo di Panopoli, terzo o quarto secolo, il testo alchemico più antico in cui il processo è raccontato come una vicenda accaduta a un uomo. È anche il testo su cui Jung ha lavorato più a lungo