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Athanor · Lessico · Primo anello · Alchimia

Solve et coagula

latino«sciogli e coagula»


La formula operativa dell'Opera: dissolvere ciò che è irrigidito e dare forma a ciò che è dissolto, in passaggi alternati. Il Rosarium philosophorum la racconta per figure, nelle immagini delle nozze di re e regina che guideranno Jung nello studio dell'unione degli opposti. Letta interiormente: i cicli di disfacimento e ricomposizione che ogni lavoro reale su di sé attraversa.

Grande OperaNotte oscura

Dove lavoraLa voce in «Il corpo sottile» ↗ · Timeline (Rosarium philosophorum)


La parola

Due imperativi, rivolti a una persona sola

Solve e coagula sono due imperativi latini di seconda persona singolare: sciogli, e coagula. Non descrivono un processo, danno un ordine, e lo danno a uno. È la forma grammaticale della ricetta e del comando, non quella del trattato.

I due verbi non sono simmetrici come sembrano. Solvere è sciogliere, e in latino vale anche slegare, liberare, saldare un debito: ha in sé l'idea di ciò che smette di essere tenuto insieme. Coagulare viene dal coagulum, il caglio: la sostanza che si mette nel latte perché prenda corpo. Il secondo verbo non dice indurire né congelare, dice far prendere: dare a qualcosa di fluido la capacità di reggersi.

Il che rende la formula più precisa di quanto le traduzioni facciano credere. Non si tratta di distruggere e ricostruire: si tratta di togliere coesione a ciò che ne ha troppa, e di darne a ciò che non ne ha. Sono due operazioni sullo stesso asse, e la formula chiede di saper fare tutte e due.

Ancorato ai testi

Sciogli e coagula, e avrai il magistero.massima della tradizione alchemica latina, che circola come formula proverbiale senza un autore attribuibile e con varianti. Non sta nella Tavola di Smeraldo, benché le venga spesso attribuita; e non è antica quanto sembra: la sua fortuna moderna passa in buona parte per l'occultismo ottocentesco francese

Su questo vale una precisazione, perché riguarda il modo in cui quasi tutti hanno incontrato la formula. Le due parole compaiono scritte sulle braccia della celebre figura del Bafometto disegnata da Éliphas Lévi nel 1856, e da lì sono passate a mezzo immaginario esoterico contemporaneo. Chi le conosce da quella immagine le associa a un contesto che non è quello dei trattati d'officina.

Dove nasce

Venti xilografie e un matrimonio che finisce male due volte

Il testo che racconta l'alternanza per figure, e che ha avuto più fortuna di ogni altro, è il Rosarium philosophorum, stampato a metà del Cinquecento con una serie di xilografie. La storia che raccontano è quella di un re e di una regina che si incontrano, si uniscono, muoiono nel loro stesso abbraccio, giacciono in un sepolcro comune mentre l'anima esce dalla scena, e poi tornano.

La sequenza è la formula messa in immagini. L'unione dissolve i due che erano; la morte è il momento in cui nessuna delle due forme precedenti esiste più; il ritorno è la presa di una forma nuova che nessuno dei due aveva. E il ciclo non si compie una volta sola: nelle figure la morte e il ritorno si ripetono, perché nel vocabolario dell'Opera un solo giro non basta mai.

È su questa serie che Jung lavora nel saggio sulla psicologia della traslazione, del 1946, dove usa le venti figure per descrivere ciò che accade fra analista e paziente. La lettura è dichiaratamente sua e non pretende di essere storica; ha però reso quelle immagini più note di qualunque altro documento alchemico, e chi le incontra oggi le incontra quasi sempre attraverso il suo commento.

Come la legge questa biblioteca

L'alternanza, e il fatto che non si sceglie

La definizione breve legge la formula interiormente come i cicli di disfacimento e ricomposizione che ogni lavoro reale su di sé attraversa. Vale la pena aggiungere le due cose che rendono questa lettura utile invece che consolatoria.

La prima è che l'alternanza non si sceglie. Nessuno decide di attraversare una dissoluzione, e i trattati sono espliciti: la solutio avviene quando la materia è pronta, non quando l'operatore lo ritiene opportuno. Applicato a una persona, questo significa che i periodi in cui ciò che si era costruito non tiene più non sono un fallimento del metodo: sono il metodo. Ma significa anche che non si possono provocare, e che chi cerca di provocarli sta facendo qualcosa d'altro.

La seconda è che il secondo verbo è il difficile. C'è un'intera letteratura, antica e moderna, sull'attrattiva della dissoluzione: sciogliere le forme, mettere in crisi le certezze, disfare ciò che si era creduto è un lavoro che ha un fascino proprio e produce una figura riconoscibile, quella di chi ha smontato tutto e non ha ricomposto niente. Il coagula non ha nessun fascino: consiste nel prendersi la responsabilità di una forma nuova, che sarà a sua volta parziale e a sua volta andrà sciolta. La formula ha due verbi e la tradizione insiste sul secondo perché è quello che si salta.

Da non confondere

Quattro alternanze

Con «distruggi e ricostruisci». È la traduzione corrente ed è troppo violenta in entrambe le metà. Solve non distrugge la materia, le toglie la coesione; e coagula non ricostruisce ciò che c'era, fa prendere qualcosa di nuovo. La differenza si vede applicandola: chi crede di dover demolire per rifare uguale non ha capito nessuno dei due verbi.

Con la dialettica. Tesi, antitesi e sintesi hanno una direzione: ogni giro sale, e ciò che si ottiene alla fine contiene e supera ciò che c'era. Nell'alternanza alchemica non c'è nessuna garanzia di questo genere: i giri si ripetono, e i trattati contemplano che si torni indietro. Un movimento che progredisce per necessità e uno che può fallire.

Con la crisi e la ripresa. Nel linguaggio corrente ogni difficoltà attraversata diventa una nigredo, e ogni ripresa un coagula. È un uso che consola e toglie alla formula la sua parte tecnica: nell'Opera la dissoluzione ha segni riconoscibili, avviene in un ordine, e non ogni periodo difficile è quella. Chiamare così qualunque brutto momento è lo stesso errore che la voce sulla notte oscura descrive per un'altra tradizione.

Con il Bafometto di Lévi. Vale la pena tenerlo distinto per una ragione di date, non di giudizio. La formula appartiene a una letteratura di officina, e in quella letteratura non ha nulla di trasgressivo: è un'istruzione sul regime delle operazioni. L'immagine ottocentesca la colloca in un contesto di magia cerimoniale e di provocazione, ed è quello il contesto in cui la maggior parte dei lettori contemporanei la incontra. Due parole, due mondi, e ottocento anni fra i due.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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