L'alchimia occidentale ha tre strati e li si può datare. Il primo è greco-egiziano, fra il primo e il quarto secolo, con Zosimo di Panopoli come figura maggiore. Il secondo è arabo, dall'ottavo secolo, e a esso si devono la maggior parte delle tecniche di laboratorio e buona parte del vocabolario, alambicco e alcol compresi. Il terzo è latino, e comincia con le traduzioni dall'arabo del dodicesimo secolo.
La domanda se gli alchimisti lavorassero sulla materia o su se stessi è una domanda dell'Ottocento. Prima non si poneva, perché non c'era ancora una linea netta fra chimica e non-chimica. La lettura esclusivamente interiore viene proposta a metà del secolo, in Inghilterra, da autori che sostengono che il laboratorio fosse una copertura e la vera opera fosse spirituale; Jung, un secolo dopo, le dà l'autorità di un impianto psicologico completo, e da lui viene la versione che quasi tutti conoscono.
Il quadro che gli storici hanno ricostruito da allora è meno pulito e più interessante. Gli alchimisti lavoravano davvero con i forni: i loro appunti di laboratorio esistono, le loro sostanze si possono identificare, e alcune delle loro operazioni sono ripetibili. E insieme scrivevano che l'operatore doveva essere puro, che l'opera trasformava chi la compiva, e usavano un linguaggio che nessun manuale tecnico avrebbe usato. Le due cose stavano insieme in un modo che è difficile da pensare per noi, perché noi abbiamo la distinzione fra soggetto e oggetto e loro no.
La definizione breve dice che il sito segnala il limite della chiave interiore, e questo è il limite: è una chiave, non è la porta. Apre moltissimo e lascia fuori il forno vero, che c'era.