Va detto subito, perché cambia il valore di tutto quello che si legge in proposito. Per diciotto secoli la gnosi antica è stata nota quasi esclusivamente attraverso le confutazioni: Ireneo di Lione, Ippolito, Epifanio, che citano per demolire. Sono fonti preziose e sono ostili, e nessuno sa quanto abbiano semplificato, unificato o caricato dottrine che forse non erano un blocco unico.
Nel dicembre del 1945, presso Nag Hammadi, nell'alto Egitto, un contadino che scava concime trova una giara sigillata con dentro tredici codici di papiro: cinquantadue testi, in copto, del quarto secolo, traduzioni di originali greci più antichi. Per la prima volta quelle correnti parlano con la propria voce. Il quadro che ne esce è meno sistematico e più vario di quello dei confutatori: non una dottrina, una famiglia di dottrine che non concordano tra loro.
Anche il nome è recente. «Gnosticismo» non è una parola antica: la conia l'erudizione inglese del Seicento, e dice più della categoria di chi classifica che dei classificati. Nel 1966, a Messina, un convegno di studiosi propose di distinguere due usi: gnosticismo per i movimenti storici dei primi secoli, gnosi per l'atteggiamento conoscitivo che li attraversa e che si ritrova altrove. La proposta non ha vinto del tutto, ma è esattamente la distinzione che la definizione breve di questo lessico fa in apertura, e vale la pena sapere che ha una data e un luogo.