Con la depressione. È la sovrapposizione più diffusa e la più dannosa, e il testo antico la vieta più nettamente di quanto facciano i suoi lettori moderni. I tre segni servono a questo, e il primo da solo separa quasi tutti i casi: nella notte del senso il gusto se ne va da ogni cosa, comprese quelle che non c'entrano nulla con la vita spirituale. Un'altra differenza pratica, che Giovanni non poteva formulare così ma che i suoi segni implicano: la notte lascia intatto il desiderio di andare avanti, e la depressione lo spegne.
Con la formula corrente. «Dark night of the soul» è diventata, in inglese prima e poi ovunque, il modo elegante per dire crisi personale, e compare nei titoli di libri di autoaiuto e nelle interviste. Non è un uso illegittimo della lingua, le parole vanno dove vogliono; ma chi arriva ai trattati da quella formula trova un libro che parla d'altro, e di solito conclude che il libro è astruso.
Con l'accidia. È la distinzione che Giovanni chiama tiepidezza, ed è antica: l'acedia dei padri del deserto è il disgusto per l'esercizio, il pensiero che il tempo non passi, la voglia di essere altrove. Somiglia alla notte perché toglie il gusto, e se ne distingue perché il gusto lo toglie da una parte sola: chi è accidioso si annoia alla pratica e si diverte a tavola.
Con l'Abgeschiedenheit renana. Le due tradizioni si sfiorano, e conviene tenerle distinte per il verbo. Il distacco eckhartiano si cerca: è una condizione verso cui si lavora, e il lasciare è il modo di lavorarci. La notte non si cerca e non si produce: è passiva, arriva, e i trattati insistono che il compito di chi la attraversa è non ostacolarla. Uno stato desiderato e un passaggio subito hanno un aspetto simile e una grammatica opposta.