Salta al contenuto
Athanor · Lessico · Primo anello · Mistica cristiana

Notte oscura

spagnolonoche oscura (Juan de la Cruz)


Il passaggio della via contemplativa in cui ogni appoggio viene meno. Prima la notte dei sensi: la perdita del godimento nelle pratiche e nelle consolazioni ordinarie. Poi la notte dello spirito, più radicale: il silenzio delle stesse facoltà intellettuali. Non è un fallimento del cammino ma una sua educazione: l'aridità è spesso il segnale che qualcosa di reale sta avvenendo. Il Cristo vi è insieme modello e forza che sostiene l'attraversamento.

GelassenheitVia apofaticaHayra

Dove lavoraSaggio sull'attenzione, parte 3 · Saggio sul Cristo cosmico, parte 4 · Timeline (Teresa d'Ávila e Juan de la Cruz)

Nel laboratorioAnno IV · Anno IV


La parola

Nella poesia la notte è felice

Prima di essere una dottrina, noche oscura sono le due parole con cui si apre una poesia di otto strofe. E la poesia non è un lamento: è la storia di un'uscita riuscita. Una donna esce di casa di notte, senza essere vista, mentre la casa è finalmente quieta, e va all'incontro con l'amato. Il buio è ciò che le permette di uscire. Il secondo verso della prima strofa la chiama ventura felice.

Ancorato ai testi

Oh notte che guidasti! Oh notte più amabile dell'alba! Oh notte che unisti l'Amato con l'amata, l'amata nell'Amato trasformata!Juan de la Cruz, En una noche oscura, quinta strofa, in traduzione. Sono i versi che l'uso moderno della formula rende inspiegabili: la notte non è ciò che si subisce, è ciò che ha guidato, ed è preferita all'alba

Vale la pena aggiungere un dato bibliografico, perché smonta un equivoco alla radice. La formula «la notte oscura dell'anima», che oggi si usa dappertutto, non è un titolo di Giovanni della Croce e non è un'espressione che lui fissi come termine. I suoi due trattati si chiamano Salita del Monte Carmelo e Notte oscura, e sono entrambi commenti alla stessa poesia: strofa per strofa, verso per verso, con l'andamento di una lettura scolastica. La dottrina nasce come esegesi di versi propri.

Dove nasce

Una cella a Toledo, e quattro notti invece di una

Nel dicembre del 1577 Giovanni della Croce viene rapito e imprigionato. Non dall'Inquisizione: dai suoi stessi confratelli carmelitani, che si oppongono alla riforma di cui lui e Teresa d'Avila sono il motore. Resta chiuso a Toledo circa nove mesi, in uno sgabuzzino ricavato da un corridoio, e ne esce calandosi da una finestra, di notte. Compone versi in quella cella, e la Notte oscura nasce lì o pochissimo dopo. Che una poesia sull'uscire di casa nel buio venga da un uomo che era evaso al buio non decide che cosa la poesia significhi, ma è un fatto e non va nascosto.

La dottrina che ne ricava è tecnica, e la sua precisione è ciò che l'uso corrente ha smarrito. Le notti non sono una: sono due per oggetto, la notte del senso e la notte dello spirito, e ciascuna esiste in forma attiva e passiva, cioè come qualcosa che si fa e come qualcosa che accade. Quattro figure, con caratteri distinti e ordine di successione, esposte con la stessa freddezza con cui un manuale descrive gradi di una malattia o stadi di una lavorazione. La notte del senso toglie il gusto delle pratiche; quella dello spirito, più tardi e più raramente, tocca le facoltà stesse.

Il tratto che sorprende chi legge i trattati per la prima volta è quanto poco vi si parli di sofferenza in generale e quanto si parli di diagnosi. Giovanni sta scrivendo per direttori spirituali, e il suo problema pratico è riconoscere di che cosa si tratti in un caso concreto. Sbagliare, per lui, ha conseguenze serie in tutte e due le direzioni: forzare alla meditazione chi non può più meditare, oppure lasciar credere a un passaggio mistico chi sta semplicemente male.

Come la legge questa biblioteca

I tre segni, e la cosa da fare prima di tutte

Nel primo libro della Notte oscura Giovanni dedica un capitolo intero a distinguere la notte passiva del senso da altre due cose che le somigliano: la tiepidezza, cioè lo scadere della vita spirituale per rilassatezza, e quella che lui chiama malinconia o cattivo umore, e che oggi chiameremmo con altri nomi. Dà tre segni, e chiede che ci siano tutti e tre.

Il primo: non si trova gusto né nelle cose di Dio né in nessun'altra cosa. Se il gusto è sparito da una parte sola e altrove si sta bene, non è questo. Il secondo: la memoria resta rivolta a Dio con pena e preoccupazione, con il timore di essere tornati indietro. Se manca del tutto quella cura, dice, si tratta di altro. Il terzo: non si riesce più a meditare per immagini e ragionamenti, per quanto ci si sforzi.

La cosa che questa biblioteca tiene di quel capitolo non è la lista, è il gesto. Il testo più autorevole sulla notte oscura dedica il suo spazio migliore a spiegare quando non è la notte oscura. Chi usa oggi l'espressione per nominare qualunque periodo brutto sta facendo l'operazione contraria a quella del suo autore.

Elaborazione del curatore

Su questa voce voglio essere esplicito, perché la confusione qui costa cara. Se qualcuno riconosce in sé una sofferenza che dura, che toglie il sonno, l'appetito e la capacità di stare con gli altri, la cosa da fare per prima non è spirituale: è parlarne con il proprio medico, o con uno psicoterapeuta. Non perché il piano spirituale non esista, ma perché chiamare notte oscura una depressione la lascia dov'è, e le dà per giunta un nome nobile che rende più difficile chiedere aiuto. Giovanni della Croce non avrebbe avuto dubbi: passa metà del suo capitolo a insegnare ai direttori a riconoscere il caso che non è di loro competenza. Nulla di ciò che questa biblioteca contiene sostituisce una cura, e questa voce meno di ogni altra.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro buii

Con la depressione. È la sovrapposizione più diffusa e la più dannosa, e il testo antico la vieta più nettamente di quanto facciano i suoi lettori moderni. I tre segni servono a questo, e il primo da solo separa quasi tutti i casi: nella notte del senso il gusto se ne va da ogni cosa, comprese quelle che non c'entrano nulla con la vita spirituale. Un'altra differenza pratica, che Giovanni non poteva formulare così ma che i suoi segni implicano: la notte lascia intatto il desiderio di andare avanti, e la depressione lo spegne.

Con la formula corrente. «Dark night of the soul» è diventata, in inglese prima e poi ovunque, il modo elegante per dire crisi personale, e compare nei titoli di libri di autoaiuto e nelle interviste. Non è un uso illegittimo della lingua, le parole vanno dove vogliono; ma chi arriva ai trattati da quella formula trova un libro che parla d'altro, e di solito conclude che il libro è astruso.

Con l'accidia. È la distinzione che Giovanni chiama tiepidezza, ed è antica: l'acedia dei padri del deserto è il disgusto per l'esercizio, il pensiero che il tempo non passi, la voglia di essere altrove. Somiglia alla notte perché toglie il gusto, e se ne distingue perché il gusto lo toglie da una parte sola: chi è accidioso si annoia alla pratica e si diverte a tavola.

Con l'Abgeschiedenheit renana. Le due tradizioni si sfiorano, e conviene tenerle distinte per il verbo. Il distacco eckhartiano si cerca: è una condizione verso cui si lavora, e il lasciare è il modo di lavorarci. La notte non si cerca e non si produce: è passiva, arriva, e i trattati insistono che il compito di chi la attraversa è non ostacolarla. Uno stato desiderato e un passaggio subito hanno un aspetto simile e una grammatica opposta.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
← Torna alla soglia di Athanor