Nitzotz, ניצוץ, è la favilla: quella che salta dal fuoco o dal ferro battuto. Plurale nitzotzot. Non è una parola mistica, è una parola da fucina, e la scelta dice già come vanno immaginate: non luci diffuse ma frammenti staccati da un urto, finiti dove non dovrebbero.
La tradizione lurianica le conta, e il numero è duecentottantotto. In ebraico si scrive con le lettere רפ"ח, che si leggono RaPaCh, e il conto viene da una piega del secondo versetto della Genesi.
Ancorato ai testi
La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.Genesi 1, 2, in traduzione corrente. «Aleggiava» rende מרחפת, merachefet: la lettura lurianica scompone la parola in מת, met, morì, e רפ"ח, duecentottantotto, e vi trova il numero delle scintille cadute. È un procedimento di scomposizione dichiarato, non una traduzione: qui si registra come tale
Il numero non serve a fare un inventario. Serve a dire che sono finite, cioè che il lavoro ha una misura e in linea di principio una fine. Una dispersione infinita non si raccoglie; duecentottantotto sì. Il termine tecnico per il raccoglierle è berur, בירור, che vuol dire vagliare, separare il buono dallo scarto: la parola di chi mondava i legumi. Anche qui, come per i recipienti che si rompono, la lingua della cosmogonia è quella della casa.