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Athanor · Lessico · Primo anello · Kabbalah

Nitzotzot

ניצוצותebraiconitzotzot, «scintille»


Le scintille divine disperse nella materia dalla rottura dei vasi. Il tikkun consiste nel raccoglierle: ogni azione compiuta con intenzione pura, con kavvanah, libera una scintilla e contribuisce alla riparazione del cosmo. L'immagine somiglia alla scintilla dell'anima di Eckhart, e la somiglianza va maneggiata come specchio; con la scintilla divina della Gnosi il rapporto è invece di contrasto istruttivo: là la scintilla deve fuggire dalla materia, qui va redenta dentro di essa, con il mondo e non contro il mondo.

Shevirat ha-KelimTikkunScintilla dell'animaScintilla divina (nella Gnosi)

Dove lavoraTimeline (Isaac Luria) · Mappa delle tradizioni


La parola

Duecentottantotto, e come si conta

Nitzotz, ניצוץ, è la favilla: quella che salta dal fuoco o dal ferro battuto. Plurale nitzotzot. Non è una parola mistica, è una parola da fucina, e la scelta dice già come vanno immaginate: non luci diffuse ma frammenti staccati da un urto, finiti dove non dovrebbero.

La tradizione lurianica le conta, e il numero è duecentottantotto. In ebraico si scrive con le lettere רפ"ח, che si leggono RaPaCh, e il conto viene da una piega del secondo versetto della Genesi.

Ancorato ai testi

La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulla superficie delle acque.Genesi 1, 2, in traduzione corrente. «Aleggiava» rende מרחפת, merachefet: la lettura lurianica scompone la parola in מת, met, morì, e רפ"ח, duecentottantotto, e vi trova il numero delle scintille cadute. È un procedimento di scomposizione dichiarato, non una traduzione: qui si registra come tale

Il numero non serve a fare un inventario. Serve a dire che sono finite, cioè che il lavoro ha una misura e in linea di principio una fine. Una dispersione infinita non si raccoglie; duecentottantotto sì. Il termine tecnico per il raccoglierle è berur, בירור, che vuol dire vagliare, separare il buono dallo scarto: la parola di chi mondava i legumi. Anche qui, come per i recipienti che si rompono, la lingua della cosmogonia è quella della casa.

Dove nasce

Da Safed alla tavola: quando la dottrina diventa un gesto

Le scintille arrivano con il resto del racconto lurianico, per la penna di Chayyim Vital, alla fine del Cinquecento. In quella prima forma sono una dottrina cosmologica con un corollario rituale: la kavvanah, l'intenzione dirigente, e le kavvanot, le intenzioni fissate che accompagnano i comandamenti e la preghiera. Sono cose per specialisti, e per specialisti restano quasi due secoli.

Il passaggio che le rende vive avviene in Podolia, a metà del Settecento, con Israel ben Eliezer, il Baal Shem Tov, e con il chassidismo che ne nasce. La mossa è semplice e ha conseguenze enormi: se le scintille sono cadute dentro le cose, allora stanno dentro tutte le cose, compreso il pane che si mangia e il lavoro che si fa. Mangiare con intenzione libera la scintilla che sta nel cibo. Il termine per questo è avodah be-gashmiyut, servizio divino attraverso la materialità.

Da qui viene la fisionomia che il chassidismo avrà, e che lo distingue da quasi tutto il misticismo che lo precede: il luogo del lavoro spirituale non è il ritiro ma il giorno feriale; non c'è un momento sacro da ritagliare, c'è un modo di stare nei momenti che ci sono. È anche la ragione per cui questa dottrina, nata dentro una speculazione difficilissima, è la sola parte della Kabbalah lurianica diventata patrimonio comune.

Come la legge questa biblioteca

La luce è nelle cose, non nei momenti belli

Di tutto l'anello della Kabbalah, questa è la voce che tocca più da vicino il lavoro pratico del percorso, e per una ragione precisa: dice dove sta la cosa che si cerca.

Sta nelle cose, non negli stati d'animo. È una differenza che cambia una pratica intera. Se ciò che vale è un'esperienza interiore, la pratica consiste nel produrre quell'esperienza, e chi non la prova conclude che non funziona. Se ciò che vale è dentro un oggetto, dentro un pasto, dentro un lavoro da fare, allora la pratica consiste nel modo di rivolgersi a quell'oggetto, e la sensazione di chi la compie è irrilevante. Il chassidismo ha scelto la seconda strada, e ha dato al lavoro spirituale un criterio che non dipende dall'umore di chi lo fa.

Il legame con l'attenzione come la biblioteca la intende è diretto, e va detto con precisione perché non si trasformi in un'equivalenza. Simone Weil scrive che l'attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero per lasciarlo disponibile all'oggetto; il berur chassidico chiede di rivolgersi alla cosa che si ha davanti per ciò che essa contiene e non per ciò che se ne ricava. Due formulazioni diverse, dentro impianti diversi, che chiedono lo stesso gesto: guardare qualcosa senza metterci sopra se stessi. Il lessico segna una convergenza strutturale, e si ferma lì.

Elaborazione del curatore

Questa dottrina ha un rovescio, e preferisco nominarlo io. Dire che ogni gesto libera una scintilla può diventare il permesso di chiamare spirituale qualunque cosa si stia già facendo, senza cambiare niente: una benedizione applicata a posteriori sulle proprie giornate. Nelle fonti il berur non è un'interpretazione dei gesti, è una condizione che i gesti devono soddisfare, e la maggior parte non la soddisfa. La differenza fra le due cose è tutto ciò che rende questa voce utile invece che consolatoria.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro scintille

Con la scintilla divina della Gnosi. La voce breve segna già il contrasto, e qui si può dire perché è istruttivo. Nella Gnosi la scintilla è il vero sé dello gnostico, prigioniero di un corpo e di un mondo che gli sono estranei; il compito è farla uscire. In Luria le scintille non sono l'uomo, sono nelle cose, e il compito è redimerle dove sono. La prima dottrina produce un'uscita, la seconda un lavoro. Chi le sovrappone ottiene un ibrido che nessuna delle due autorizza: la fuga presentata come cura del mondo.

Con la scintilla dell'anima di Eckhart. Il Fünklein è una, ed è una facoltà: il punto dell'anima in cui Dio e l'uomo non sono due, e da cui nasce il Verbo. Le nitzotzot sono innumerevoli, e sono frammenti: non facoltà di nessuno, residui di un incidente. Il lessico le tiene per specchio perché l'immagine è la stessa e la funzione no, e la somiglianza di immagini fra tradizioni che non si sono parlate è esattamente il caso in cui bisogna stare più attenti.

Con la scintilla divina di cui parla l'umanesimo religioso. «C'è del divino in ogni essere umano» è una tesi sulla dignità delle persone, e sta in piedi da sola. Non è questa dottrina: qui le scintille stanno anche in un utensile e in un pasto, e proprio il fatto che non riguardino soltanto le persone è ciò che la rende una cosmologia e non un'etica.

Con il sentirsi bene facendo cose ordinarie. È il fraintendimento a portata di mano, e vale la pena nominarlo. Il berur non chiede di provare qualcosa mentre si lavora: chiede di rivolgersi a ciò che si ha davanti in un certo modo, e il risultato, nelle fonti, non è visibile a chi lo compie. Una pratica che si misura sulla sensazione di chi la fa ha cambiato oggetto senza accorgersene.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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