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Athanor · Lessico · Primo anello · Kabbalah

Shevirat ha-Kelim

שבירת הכליםebraicoshevirat ha-kelim, «rottura dei vasi»


Il momento drammatico della cosmogonia lurianica: i vasi, le Sefirot inferiori, non riescono a contenere la luce divina e si spezzano, disperdendo le scintille nella materia. È la cosmogonia della crisi: il cosmo che conosciamo nasce da una rottura, non da un ordine compiuto. La voce completa il trittico lurianico del lessico: senza la rottura dei vasi, il tikkun sarebbe una riparazione di cui non si conosce il danno.

TzimtzumNitzotzotTikkun

Dove lavoraTimeline (Isaac Luria) · Mappa delle tradizioni


La parola

Si rompono degli utensili, non dei simboli

שבירת הכלים. Shevirah, dalla radice sh-b-r, spezzare: la stessa che nella Bibbia rompe le tavole della legge e le brocche. Kelim è il plurale di keli, e qui conviene rallentare, perché la traduzione italiana «vasi» è più solenne dell'originale. Un keli, in ebraico, è un utensile: un recipiente, un attrezzo, uno strumento, la roba di casa e di bottega. La stessa parola vale per il vaso e per il martello.

La cosmogonia lurianica dice dunque, alla lettera, che si è rotto il vasellame. Non è un'immagine nobile e non vuole esserlo: è domestica quanto la buccia della noce da cui viene il nome delle qelippot, i gusci. Questa tradizione racconta la catastrofe che sta all'origine del mondo con le parole della cucina.

E c'è un legame che la parola porta con sé. Keli è il termine tecnico della disputa su che cosa siano le Sefirot: essenza divina, oppure recipienti attraverso cui l'essenza agisce. Solo se le potenze sono anche recipienti si può dire che un recipiente ceda. La dottrina della rottura non è un'invenzione libera del Cinquecento: è ciò che diventa dicibile dopo che due secoli di discussione hanno chiamato kelim le dieci potenze.

Dove nasce

Otto re di Edom, e sette che muoiono

Il midrash aveva già una frase per l'idea che il nostro non sia il primo mondo: il Santo andava creando mondi e distruggendoli, dice il Bereshit Rabbah, finché non creò questi e disse: questi mi piacciono, quelli non mi piacevano. Un'annotazione breve, senza sistema. La Kabbalah la prende e le trova un ancoraggio scritturale in un luogo che nessuno si aspetterebbe: un elenco genealogico in fondo alla Genesi.

Ancorato ai testi

Questi sono i re che regnarono nel paese di Edom, prima che un re regnasse sugli Israeliti. Regnò dunque in Edom Bela figlio di Beor. Bela morì e al suo posto regnò Iobab. Iobab morì e al suo posto regnò Cusam.Genesi 36, 31-34, in traduzione corrente. L'elenco continua per otto re: dei primi sette il testo dice che morirono, dell'ottavo no, e al suo posto nomina la moglie. È su questa asimmetria che l'Idra Rabbah dello Zohar costruisce la lettura dei mondi distrutti, e Luria quella dei vasi

La lettura è questa. I sette re che regnano e muoiono sono i sette recipienti inferiori che non reggono la luce e si spezzano; l'ottavo, di cui non è detto che morì e a cui è dato un accanto, è il recipiente che tiene, perché non è solo. Le prime tre potenze non si rompono; le sette che seguono sì. La Genesi elencava dei sovrani edomiti: la Kabbalah vi legge il verbale di un cedimento cosmico.

Vale la pena guardare il procedimento più che il risultato, perché è il modo di lavorare di tutta questa tradizione. Non si aggiunge un mito nuovo al testo: si cerca nel testo un'asimmetria, una ripetizione che si interrompe, una formula che manca dove dovrebbe esserci, e da quella piega si fa uscire la dottrina. Chi trova la lettura arbitraria ha ragione sul contenuto e torto sul metodo: il metodo è antico, ed è lo stesso con cui il midrash lavora da sempre.

Come la legge questa biblioteca

Un male senza colpevole

Di tutto il trittico lurianico, questa è la voce più scomoda, e ciò che la biblioteca ne trattiene è una cosa sola.

Nel racconto di Luria il male non entra nel mondo per una colpa. Non c'è disobbedienza, non c'è ribellione, non c'è un tentatore. C'è troppa luce per la forma che doveva contenerla, e la forma cede: un incidente strutturale nella costruzione del reale. È una risposta al problema del male che nessuna delle grandi teologie occidentali dà volentieri, perché toglie il colpevole, e senza colpevole si perde anche la giustizia della punizione.

Ed è precisamente per questo che il terzo termine non è un'aggiunta edificante ma una necessità logica. Se il danno non ha un colpevole, la riparazione non può essere un castigo né un risarcimento: è solo lavoro. Il tikkun tocca a chi abita il mondo non perché abbia sbagliato, ma perché è l'unico che stia lì.

Elaborazione del curatore

Il lessico tiene la rottura e la riparazione come due voci separate, e le rimanda l'una all'altra. Il motivo è che prese da sole si guastano tutte e due. La rottura senza il tikkun è disperazione elegante, e ha un pubblico affezionato. Il tikkun senza la rottura è volontarismo: gente che ripara con energia un mondo di cui non ha capito che cosa abbia. Nessuna delle due mezze dottrine è innocua, e la seconda lo è meno della prima.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Nel percorso la voce sta nell'Anno I, subito dopo il tzimtzum, e la successione è il contenuto: prima un principio che per creare si limita, poi una creazione che nel farsi si guasta. Chi arriva qui avendo saltato il primo passaggio trova una catastrofe; chi ci arriva nell'ordine trova la seconda conseguenza di una scelta iniziale.

Da non confondere

Quattro catastrofi originarie

Con la caduta di Adamo. Là c'è un comando, una trasgressione e una sentenza: il male entra nel mondo attraverso una libertà che sceglie male. Qui non c'è nessuno che sceglie, e il guasto precede la comparsa dell'uomo. Le due narrazioni convivono nella stessa tradizione, e la Kabbalah lurianica le tiene su due piani: la rottura è cosmogonica, la caduta è storica, e la seconda aggrava la prima senza esserne la causa.

Con la caduta di Sophia nella Gnosi. È il parallelo più stretto, e per questo il più insidioso. Anche là un errore ai piani alti produce il mondo materiale, e anche là restano frammenti di luce imprigionati. Ma la conclusione è opposta: nella Gnosi la materia è l'esito sbagliato da cui fuggire, in Luria è il luogo dove il lavoro si fa. Stessa struttura, due giudizi contrari sul mondo. Il lessico segna fra i due un contrasto istruttivo, e non un'equivalenza.

Con l'Ungrund di Böhme. In Böhme la tensione fra le qualità sta dentro il principio stesso, ed è ciò che lo mette in moto: il dramma è interno al divino e non produce alcun incidente. Nella rottura dei vasi il divino non si contraddice, cede una struttura. La differenza sta in quello che si rompe: là niente si rompe, qualcosa si differenzia.

Con l'idea che «tutto è rotto». È l'uso moderno più diffuso, e capovolge la dottrina in un'atmosfera. Nel racconto lurianico la rottura non è la condizione permanente delle cose, è l'origine di un compito, ed è descritta con precisione tecnica proprio perché la si possa disfare. Una malinconia generale sul mondo guasto non è la shevirah: la shevirah viene con le istruzioni.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

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