Con la caduta di Adamo. Là c'è un comando, una trasgressione e una sentenza: il male entra nel mondo attraverso una libertà che sceglie male. Qui non c'è nessuno che sceglie, e il guasto precede la comparsa dell'uomo. Le due narrazioni convivono nella stessa tradizione, e la Kabbalah lurianica le tiene su due piani: la rottura è cosmogonica, la caduta è storica, e la seconda aggrava la prima senza esserne la causa.
Con la caduta di Sophia nella Gnosi. È il parallelo più stretto, e per questo il più insidioso. Anche là un errore ai piani alti produce il mondo materiale, e anche là restano frammenti di luce imprigionati. Ma la conclusione è opposta: nella Gnosi la materia è l'esito sbagliato da cui fuggire, in Luria è il luogo dove il lavoro si fa. Stessa struttura, due giudizi contrari sul mondo. Il lessico segna fra i due un contrasto istruttivo, e non un'equivalenza.
Con l'Ungrund di Böhme. In Böhme la tensione fra le qualità sta dentro il principio stesso, ed è ciò che lo mette in moto: il dramma è interno al divino e non produce alcun incidente. Nella rottura dei vasi il divino non si contraddice, cede una struttura. La differenza sta in quello che si rompe: là niente si rompe, qualcosa si differenzia.
Con l'idea che «tutto è rotto». È l'uso moderno più diffuso, e capovolge la dottrina in un'atmosfera. Nel racconto lurianico la rottura non è la condizione permanente delle cose, è l'origine di un compito, ed è descritta con precisione tecnica proprio perché la si possa disfare. Una malinconia generale sul mondo guasto non è la shevirah: la shevirah viene con le istruzioni.