Fra le regole della pagina sulla Kabbalah ce n'è una che qui pesa più che altrove: non si estrae la dottrina dalla lingua e dalla comunità che la portano, come se fosse una tecnica trasferibile. Il tikkun è precisamente il termine che si è staccato, due volte e in due direzioni, da chi lo diceva. Ciò che questa biblioteca ne prende è una struttura, e la dichiara come tale.
La struttura è questa: un compito che tocca a chi vive nel mondo, si compie in atti ordinari, e non mostra il proprio risultato a chi lo compie. L'ultimo dei tre tratti è il meno citato ed è quello che decide. Una riparazione di cui si vedesse l'effetto sarebbe un mestiere, e si valuterebbe come si valuta un mestiere; una riparazione di cui non si vede l'effetto chiede una fedeltà che non ha riscontri, e mette chi la compie in una posizione che il percorso incontra di continuo. Il legame con la fedeltà come questa scuola la intende, e con la revisione a ritroso come esercizio quotidiano, sta qui e non in una somiglianza di parole.
La convergenza con la via della trasfigurazione, che il lessico segna come strutturale, è dello stesso ordine: redenzione dentro il mondo e non fuga da esso, e un compito affidato a mani umane. Due impianti che non si sono parlati arrivano alla stessa forma. Questo si può dire; che dicano la stessa cosa, no.
Elaborazione del curatore
Se questa scuola dovesse indicare una sola frase della Kabbalah che la riguarda da vicino, indicherei questa: il mondo non va abbandonato, va raccolto, e a raccoglierlo è chi ci abita. Aggiungo però che la storia sabbatiana va tenuta accanto e non messa in nota, perché è la prova di che cosa succede quando quella frase si stacca dalla misura che la accompagna. Chi si sente incaricato di riparare il cosmo ha già in mano una giustificazione per qualsiasi cosa faccia. L'antidoto, nelle fonti, non è un divieto: è la modestia del mezzo, atti ordinari, e l'invisibilità del risultato.nota curatoriale della biblioteca Ascesa