La definizione breve dà la formula centrale: non la perfezione della catena, ma la capacità di riannodarla; tornare alla pratica il giorno dopo un'interruzione, senza recriminazione. Vale la pena guardare che cosa questa formula escluda, perché esclude molto.
Esclude la continuità come criterio. Un conteggio di giorni consecutivi, che è il modo in cui quasi tutte le applicazioni e molti metodi misurano la costanza, mette il valore nella serie ininterrotta, e ha una conseguenza precisa: quando la serie si rompe, e si rompe sempre, ciò che era stato costruito perde senso e ricominciare è più difficile. Chi ha perso trecento giorni consecutivi ricomincia da uno.
Esclude anche la recriminazione, che è la forma più comune di quel meccanismo. La tradizione monastica su questo è antica e concorde: il rimprovero verso di sé dopo un'interruzione è considerato un ostacolo maggiore dell'interruzione stessa, perché aggiunge alla pratica mancata una fatica in più, e quella fatica va spesa il giorno del ritorno, che è il giorno in cui se ne ha meno.
Ciò che resta, tolte queste due cose, è un criterio strano e molto più praticabile: non quante volte si è fatto, ma quanto tempo passa fra un'interruzione e il ritorno. È misurabile, non richiede perfezione, e migliora con l'esercizio.