La situazione che il concetto deve risolvere è concreta e chiunque la riconosce. Una parte di una persona vuole una cosa e un'altra ne vuole un'altra, e non si tratta di un'esitazione fra due opzioni: si tratta di due atteggiamenti che non condividono un linguaggio, tanto che la parte cosciente non sa nemmeno formulare la richiesta dell'altra. Il conflitto si manifesta come sintomo, come blocco, come cosa che non si riesce a fare senza saper dire perché.
Le uscite disponibili, dice Jung, sono due e sono entrambe cattive. Si può reprimere, cioè far vincere l'atteggiamento cosciente, e il costo lo si paga più tardi. Oppure si può cedere, e allora si perde la posizione conquistata. In nessuno dei due casi accade qualcosa di nuovo: uno dei due termini prevale sull'altro.
La terza uscita è quella che dà il nome alla voce, e non consiste nel trovare un compromesso ragionato. Consiste nel tenere aperta la tensione senza risolverla, abbastanza a lungo perché la psiche produca da sé un terzo termine, che di norma ha forma di immagine e non di argomento. Quel terzo termine non è la sintesi logica dei due precedenti: è qualcosa che nessuno dei due conteneva, e che rende possibile una posizione che prima non c'era.
Il metodo per arrivarci è l'immaginazione attiva: le due voci non si accordano ragionando, si mettono a confronto e si lasciano parlare. È la ragione per cui le due voci di questo lessico vanno lette insieme.