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Athanor · Lessico · Terzo anello · Psicologia del profondo

Funzione trascendente

tedesco di Jungtranszendente Funktion


In Jung, la capacità della psiche di generare simboli che mediano tra conscio e inconscio, portando a una sintesi più piena della personalità. «Trascendente» indica qui una funzione psicologica di passaggio, non un'affermazione metafisica. Il saggio sull'attenzione la accosta al lavoro sul pensiero di Steiner: per vie diverse, entrambi riconoscono una forma di pensiero che va coltivata attivamente, senza la quale i contenuti più ricchi restano inerti.

Pensiero viventeSimboloIndividuazione

Dove lavoraSaggio sull'attenzione, parte 2


La parola

Un nome preso in prestito dalla matematica

Jung sceglie la parola peggiore possibile e se ne accorge subito, tanto che passa il resto della sua opera a precisarla. «Trascendente» in filosofia significa ciò che sta al di là dell'esperienza possibile, e in teologia ciò che sta oltre il mondo; usarla per una capacità della psiche significa promettere metafisica dove si vuole descrivere un meccanismo.

La sua difesa è che il termine viene dalla matematica: in analisi si chiamano trascendenti le funzioni che non si possono esprimere con operazioni algebriche elementari, e più in generale il termine indica ciò che porta oltre un dominio dato. In quel senso la funzione trascendente è ciò che permette di passare da un dominio, il conscio, a un altro, l'inconscio, senza appartenere a nessuno dei due.

La definizione breve lo dice esattamente: indica una funzione psicologica di passaggio, non un'affermazione metafisica. È bene tenerlo perché il termine, staccato da questa precisazione, ha alimentato buona parte delle letture spiritualiste di Jung che lui stesso rifiutava.

Ancorato ai testi

Non ha nulla di misterioso o di metafisico: designa una funzione psicologica, e la chiamo trascendente perché rende possibile il passaggio da un atteggiamento a un altro senza perdita dell'inconscio.parafrasi dichiarata dalla precisazione con cui Jung apre lo scritto dedicato all'argomento, redatto nel 1916 e pubblicato molti anni dopo. La premessa dice che si aspettava l'equivoco fin dal primo giorno

Dove nasce

Il problema tecnico: due parti che non si parlano

La situazione che il concetto deve risolvere è concreta e chiunque la riconosce. Una parte di una persona vuole una cosa e un'altra ne vuole un'altra, e non si tratta di un'esitazione fra due opzioni: si tratta di due atteggiamenti che non condividono un linguaggio, tanto che la parte cosciente non sa nemmeno formulare la richiesta dell'altra. Il conflitto si manifesta come sintomo, come blocco, come cosa che non si riesce a fare senza saper dire perché.

Le uscite disponibili, dice Jung, sono due e sono entrambe cattive. Si può reprimere, cioè far vincere l'atteggiamento cosciente, e il costo lo si paga più tardi. Oppure si può cedere, e allora si perde la posizione conquistata. In nessuno dei due casi accade qualcosa di nuovo: uno dei due termini prevale sull'altro.

La terza uscita è quella che dà il nome alla voce, e non consiste nel trovare un compromesso ragionato. Consiste nel tenere aperta la tensione senza risolverla, abbastanza a lungo perché la psiche produca da sé un terzo termine, che di norma ha forma di immagine e non di argomento. Quel terzo termine non è la sintesi logica dei due precedenti: è qualcosa che nessuno dei due conteneva, e che rende possibile una posizione che prima non c'era.

Il metodo per arrivarci è l'immaginazione attiva: le due voci non si accordano ragionando, si mettono a confronto e si lasciano parlare. È la ragione per cui le due voci di questo lessico vanno lette insieme.

Come la legge questa biblioteca

Un pensiero che si coltiva, e senza il quale i contenuti restano inerti

La definizione breve segnala che il saggio sull'attenzione accosta questa funzione al lavoro sul pensiero di Steiner, e riassume la convergenza così: per vie diverse, entrambi riconoscono una forma di pensiero che va coltivata attivamente, senza la quale i contenuti più ricchi restano inerti.

Vale la pena precisare che cosa condividono, perché la somiglianza non è ovvia. In entrambi i casi si sostiene che il pensiero ordinario, quello che collega concetti già formati, non sia in grado di produrre nulla di nuovo: può soltanto ricombinare. In entrambi i casi si postula una forma di attività mentale diversa, che non ragiona sui contenuti ma li lascia comporre, e che va esercitata perché non viene da sé. E in entrambi i casi il segno che sta funzionando è la comparsa di qualcosa che chi la esercita non aveva previsto.

Si separano sul quadro. In Jung è una funzione della psiche e ciò che produce è materiale psichico; nel pensiero vivente di Steiner e Scaligero si tratta di un organo conoscitivo che coglie qualcosa del reale, e il quadro è quello dell'idealismo tedesco e non della clinica. Il lessico segna una convergenza e la mantiene nel suo grado: due descrizioni della stessa operazione dentro due impianti che dicono cose diverse su che cosa quell'operazione raggiunga.

Ciò che questa biblioteca ne prende è la parte comune e verificabile: che una tensione non risolta è più produttiva di una risolta male, e che il terzo termine non arriva finché uno dei due contendenti viene messo a tacere. È un criterio di lavoro, e vale anche per chi non accetta né la psicologia analitica né l'antroposofia.

Da non confondere

Quattro modi di uscire da un conflitto

Con il compromesso. Un compromesso è costruito da chi decide, prende un po' dall'uno e un po' dall'altro, e i due termini restano riconoscibili nel risultato. Il terzo termine di cui parla Jung non è composto dai precedenti e non è costruito da nessuno: compare. Se si può ricostruire come lo si è ottenuto, non è quello.

Con la sintesi dialettica. La differenza è la stessa che la voce su solve et coagula rileva: una sintesi hegeliana è necessaria e sale, e il movimento non può fallire. Qui non c'è garanzia: la tensione può restare aperta per anni e non produrre niente, e Jung lo dice.

Con la decisione. Decidere è la cosa che il metodo chiede di rimandare, ed è per questo che è difficile: la tensione fra due atteggiamenti è spiacevole, e la decisione la toglie subito. Chi decide presto ottiene sollievo e non ottiene il terzo termine. È lo stesso rapporto che la voce sulla perplessità sufi descrive per un'altra tradizione: si tratta di reggere uno stato che chiede di essere chiuso.

Con la trascendenza. Come si è visto, il nome promette ciò che il concetto non contiene. Nessuna delle formulazioni di Jung afferma che il terzo termine venga da fuori della psiche: viene da una parte della psiche che non è cosciente. Chi legge la funzione trascendente come un contatto con l'alto sta usando una parola contro l'intenzione dichiarata di chi l'ha scelta, il quale del resto aveva previsto anche questo.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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