La definizione breve fa di questa voce un uso preciso e circoscritto: nomina la perplessità produttiva della lettura profonda, il momento in cui si capisce di non capire, non per mancanza di intelligenza ma perché il testo punta oltre i concetti ordinari.
È l'uso più utile che se ne possa fare in una biblioteca, perché descrive un'esperienza che chi studia questi testi fa di continuo e per la quale in italiano non c'è una parola. Succede a chi legge Eckhart e si accorge che la frase è chiara, la sintassi è semplice, tutte le parole sono note, e ciò nonostante non si è capito. Non è un fallimento della lettura: è il segnale che il testo sta facendo il suo mestiere.
La distinzione da tenere, e senza la quale la voce diventa un alibi, è fra questo stato e i suoi due imitatori. Non capire perché il testo è mal scritto è un difetto dell'autore. Non capire perché mancano gli strumenti, la lingua, il contesto è un difetto rimediabile con lo studio, e va rimediato invece che nobilitato. La ḥayra è ciò che resta quando si è tolto tutto questo: la frase è chiara, gli strumenti ci sono, e la comprensione non arriva perché il testo indica qualcosa che i concetti non tengono.
Elaborazione del curatore
Questa voce si presta a un uso comodo e vale la pena dirlo. In un ambiente dove si leggono testi difficili, «è perplessità produttiva» è una frase che chiunque può pronunciare per non ammettere di non avere studiato abbastanza. La prova, per me, è pratica: se dopo aver letto altre due fonti, controllato i termini e riletto il passo l'oscurità è diminuita, non era una soglia, era una lacuna. Se dopo tutto questo il passo è più chiaro e insieme meno afferrabile di prima, allora forse sì. E anche in quel caso non c'è nulla da fare se non tornarci.nota curatoriale della biblioteca Ascesa