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Athanor · Lessico · Terzo anello · Sufismo

Hayra

حيرةaraboḥayra, «stupore, perplessità»


Lo stato in cui il cercatore non può più procedere con le categorie che portava: non confusione, ma il riconoscimento che la mappa ha raggiunto il suo limite. Il sito la usa per nominare la perplessità produttiva della lettura profonda: il momento in cui si capisce di non capire, non per mancanza di intelligenza ma perché il testo punta oltre i concetti ordinari. Quel momento non è un ostacolo: è il segnale di una soglia reale.

Fana'Notte oscuraVia apofatica

Dove lavoraSaggio sull'attenzione, parte 3

Nel laboratorioAnno IV


La parola

Lo smarrimento di chi non sa più da che parte andare

La radice ḥ-y-r dice il girare a vuoto, il non trovare la strada, il restare fermi perché nessuna direzione si impone. Ḥayra è lo stato di chi è perplesso in questo senso preciso: non ignora, ha davanti più vie e nessun criterio per scegliere. In arabo corrente è una parola ordinaria e piuttosto spiacevole, quella dello smarrimento di chi si è perso.

La mistica la prende e ne fa una stazione, il che è una mossa audace: nella maggior parte delle tradizioni la perplessità è un difetto da superare, e la fine del cammino è la certezza. Qui, in una parte importante della letteratura sufi, avviene il contrario. Più si avanza e più si è perplessi, perché più ci si avvicina e meno le categorie con cui si era partiti reggono.

Ibn ʿArabi porta la cosa alle sue conseguenze estreme e chiama la perplessità un dono, distinguendola con cura da quella di chi è confuso perché non ha capito. Ci sono due smarrimenti: quello di chi ha perso la strada, e quello di chi ha visto che la strada non era una linea. Il secondo, dice, è la conoscenza vera.

Ancorato ai testi

Signore, accresci in me la perplessità riguardo a te.parafrasi dichiarata da una preghiera attribuita nella tradizione sufi al Profeta e citatissima da Ibn ʿArabi, che la commenta come richiesta del grado più alto. La forma è quella di un'altra invocazione coranica, «Signore, accresci la mia scienza», e il parallelismo è deliberato: la perplessità viene messa dove ci si aspetta il sapere

Dove nasce

Perché una mappa che funziona è il segnale di essere in ritardo

La ragione tecnica per cui la perplessità cresce sta in una dottrina precisa, e non nella generica ineffabilità. Per Ibn ʿArabi il divino si manifesta senza mai ripetersi: nessuna manifestazione è uguale a un'altra, e non ce n'è una che si possa prendere come modello delle successive. Ne segue che ogni categoria formata sull'esperienza di ieri è già inadeguata a quella di oggi, e che chi procede accumula strumenti che scadono alla stessa velocità con cui li costruisce.

Da qui il rovesciamento del criterio. Chi ha una mappa che funziona bene sta descrivendo un territorio che ha già attraversato; e siccome il territorio non si ripete, una mappa comoda è il segno di essere fermi. La perplessità non è quindi un incidente del percorso: è la forma in cui il percorso si presenta a chi lo sta facendo davvero.

Va detto che non è la posizione di tutto il sufismo. Le scuole più sobrie, quelle che insistono sulla legge e sulla misura, trattano la perplessità come uno stato di passaggio da attraversare in fretta e sotto la guida di qualcuno. La discussione fra le due sensibilità attraversa tutta la storia della via, e questa biblioteca non ha titolo per dirimerla: registra che la parola ha, presso alcuni maestri, un valore che presso altri non ha.

Come la legge questa biblioteca

Il momento in cui si capisce di non capire

La definizione breve fa di questa voce un uso preciso e circoscritto: nomina la perplessità produttiva della lettura profonda, il momento in cui si capisce di non capire, non per mancanza di intelligenza ma perché il testo punta oltre i concetti ordinari.

È l'uso più utile che se ne possa fare in una biblioteca, perché descrive un'esperienza che chi studia questi testi fa di continuo e per la quale in italiano non c'è una parola. Succede a chi legge Eckhart e si accorge che la frase è chiara, la sintassi è semplice, tutte le parole sono note, e ciò nonostante non si è capito. Non è un fallimento della lettura: è il segnale che il testo sta facendo il suo mestiere.

La distinzione da tenere, e senza la quale la voce diventa un alibi, è fra questo stato e i suoi due imitatori. Non capire perché il testo è mal scritto è un difetto dell'autore. Non capire perché mancano gli strumenti, la lingua, il contesto è un difetto rimediabile con lo studio, e va rimediato invece che nobilitato. La ḥayra è ciò che resta quando si è tolto tutto questo: la frase è chiara, gli strumenti ci sono, e la comprensione non arriva perché il testo indica qualcosa che i concetti non tengono.

Elaborazione del curatore

Questa voce si presta a un uso comodo e vale la pena dirlo. In un ambiente dove si leggono testi difficili, «è perplessità produttiva» è una frase che chiunque può pronunciare per non ammettere di non avere studiato abbastanza. La prova, per me, è pratica: se dopo aver letto altre due fonti, controllato i termini e riletto il passo l'oscurità è diminuita, non era una soglia, era una lacuna. Se dopo tutto questo il passo è più chiaro e insieme meno afferrabile di prima, allora forse sì. E anche in quel caso non c'è nulla da fare se non tornarci.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Da non confondere

Quattro modi di non sapere

Con la confusione. La definizione breve lo dice ed è il crinale della voce. La confusione è disordine: gli elementi ci sono e non stanno in fila. La perplessità di cui si parla qui è ordinatissima: si sa esattamente che cosa non torna, e proprio la nitidezza del punto in cui non torna la distingue dal disordine.

Con la via apofatica. Il parente più stretto in altra casa, e la differenza è di temperatura. La negazione dionisiana è un procedimento: si toglie in ordine, sapendo che cosa si toglie, e la non-conoscenza che ne risulta è il termine di un metodo. La ḥayra non è un metodo e non si produce: capita, e chi la subisce non l'ha organizzata. Un togliere deliberato e uno smarrimento ricevuto.

Con il dubbio. Il dubbio riguarda la verità di una proposizione e si risolve, in linea di principio, con una prova. La perplessità sufi non riguarda se una cosa sia vera: riguarda l'adeguatezza delle categorie con cui la si direbbe. Si può essere certissimi e perplessi allo stesso tempo, ed è precisamente lo stato che i testi descrivono.

Con il kōan. L'accostamento viene naturale e regge fino a un certo punto. Il kōan è costruito da qualcuno, dato a qualcuno, e lo smarrimento che produce è deliberato e sorvegliato. La ḥayra non ha un autore: nasce dal fatto che ciò che si sta guardando non si lascia inquadrare, e nessuno l'ha preparata. Uno strumento pedagogico e una condizione.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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