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Athanor · Lessico · Terzo anello · Sufismo

Fana'

فناءarabofanāʾ, «estinzione, dissoluzione»


La dissoluzione dell'ego nella Presenza: il cuore tecnico della via sufi. Non annientamento fisico né depersonalizzazione patologica: il progressivo allentamento del riferimento costante al sé come centro di tutto ciò che si percepisce. Il Sufismo porta con questo termine la sua nota propria nella biblioteca: l'amore come organo di conoscenza, non come sentimento. Si scrive anche fana o fanà.

GelassenheitNeti netiHayra

Dove lavoraSaggio sull'attenzione, parte 3 · Timeline (corsia del Sufismo)

Nel laboratorioAnno IV


La parola

La parola che il Corano usa per tutto ciò che finisce

Fanāʾ viene dalla radice f-n-y, che dice il perire, il consumarsi, il venir meno. Non è un termine tecnico coniato dai mistici: è la parola comune per ciò che si esaurisce, e il Corano la usa in un versetto che tutta la tradizione sufi legge come proprio fondamento. Tutto ciò che sta sulla terra è fānin, destinato a perire; permane il volto del tuo Signore.

Quel versetto contiene già la coppia intera, e i sufi ne prendono i due verbi. Da fanāʾ l'estinzione; e dalla seconda metà, dove il verbo è yabqā, permanere, baqāʾ. Non sono due dottrine accostate: sono le due parole di una frase sola, separate dai commentatori e restituite alla mistica come due tempi.

La traduzione italiana corrente, «annientamento», è la più fuorviante possibile perché suggerisce una distruzione. Il verbo arabo non descrive qualcosa che viene distrutto da fuori: descrive qualcosa che si esaurisce, come una candela o una riserva d'acqua. Ciò che si estingue nel fanāʾ non viene ucciso: finisce, perché non aveva di che continuare.

Ancorato ai testi

Tutto ciò che sta sulla terra è destinato a perire, e permane il volto del tuo Signore, pieno di maestà e di onore.parafrasi dichiarata dal Corano, sura 55, versetti 26-27. È il passo su cui si regge tutto il vocabolario dell'estinzione e della permanenza: i due termini tecnici della via sufi sono, alla lettera, i due verbi di questa frase

Dove nasce

Una frase detta in estasi, e il prezzo che è costata

Il vocabolario si forma fra il nono e il decimo secolo, e ha un episodio che ne mostra il rischio meglio di qualunque trattato. Al-Hallaj, mistico di Baghdad, pronuncia in stato di estinzione una frase di tre sillabe: anā l-ḥaqq, io sono il Vero, e al-Ḥaqq è uno dei nomi di Dio. Nel 922 viene giustiziato, dopo un processo lungo, in cui quella frase è il capo d'accusa principale.

La tradizione sufi successiva non lo rinnega e non gli dà semplicemente ragione: elabora una distinzione tecnica per spiegare che cosa fosse accaduto. Chi parla in quello stato non sta affermando una tesi: manca il soggetto che potrebbe affermarla. La frase è un'espressione traboccata, e i manuali la chiamano shaṭḥ, parola estatica, e la trattano come un fatto da comprendere e non come una dottrina da sottoscrivere. Alcuni maestri aggiungono che dirla è comunque un errore, perché chi è tornato in sé abbastanza da parlare dovrebbe tacere.

È la ragione per cui il sufismo maturo, da al-Ghazali in poi, insiste tanto sulla necessità del secondo tempo. Una via che si fermasse all'estinzione produrrebbe estatici incapaci di vivere fra gli uomini e, quando parlano, indistinguibili da eretici. La permanenza non è un'aggiunta devota: è ciò che rende la via percorribile dentro una comunità e una legge.

Come la legge questa biblioteca

L'amore come organo di conoscenza

La definizione breve dice che il sufismo porta con questo termine la sua nota propria nella biblioteca, e che la nota è l'amore come organo di conoscenza e non come sentimento. Vale la pena vedere in che senso, perché la formula altrimenti resta un bel giro di parole.

Nelle altre vie che questa biblioteca custodisce il motore dello svuotamento è quasi sempre conoscitivo: si toglie perché si è capito che quelle rappresentazioni non reggono, come nel neti neti, o si lascia per fare spazio, come nella Gelassenheit. Nel sufismo il motore è l'attrazione. Ciò che consuma l'io non è un ragionamento: è l'essere rivolti a qualcosa con tanta intensità da non avere più attenzione da spendere per sé. L'immagine ricorrente è quella della falena e della fiamma, e non è un ornamento poetico: è la descrizione del meccanismo.

Da qui una differenza pratica che si vede subito nei testi. Le vie conoscitive procedono per sottrazione ordinata, e i loro manuali somigliano a metodi. I testi sufi sull'estinzione somigliano a poesie d'amore, e non per pudore: perché stanno descrivendo un processo in cui il soggetto non è agente. Non si estingue chi vuole estinguersi. Si estingue chi guarda altrove abbastanza a lungo.

Da non confondere

Quattro sparizioni

Con la permanenza. Sono i due tempi di un gesto solo, e il lessico tiene la seconda voce apposta perché nessuno si fermi al primo. L'estinzione senza la permanenza è mezza dottrina, e nella storia della via è stata anche mezza catastrofe.

Con l'annientamento dell'io in senso psicologico. La definizione breve lo esclude e vale la pena essere precisi sul criterio. Ciò che si allenta è il riferimento costante al sé come centro di ciò che si percepisce; ciò che resta intatto è la capacità di agire, di ricordare, di riconoscere le persone e di rispondere di sé. Se queste vengono meno non si è in un grado spirituale: si è in un disturbo, e la tradizione stessa ha maestri che lo dicono con severità, perché la via sufi è sempre stata sorvegliata da guide che rispondevano dei loro discepoli.

Con il nirvāṇa buddhista. L'accostamento si fa da un secolo e mezzo ed è comprensibile, perché anche là il termine dice uno spegnersi. Ma il nirvāṇa è l'estinguersi di una sete e di un processo, e non c'è nessuno in cui ci si estingua: la dottrina del non-sé esclude proprio che ci sia un termine di arrivo personale. Il fanāʾ è estinzione in qualcuno, e senza quel complemento non significa niente. Due spegnimenti con un destinatario e senza.

Con la decreazione di Weil. La somiglianza è forte e il lessico la segna come specchio. La differenza sta nel motore, che è il tema di tutta questa voce: in Weil il ritrarsi è un atto deliberato, quasi un dovere metafisico, compiuto con la volontà e contro l'inclinazione. Nel fanāʾ non è un atto: è ciò che accade a chi è stato attirato. Una si fa, l'altra si subisce.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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