Fanāʾ viene dalla radice f-n-y, che dice il perire, il consumarsi, il venir meno. Non è un termine tecnico coniato dai mistici: è la parola comune per ciò che si esaurisce, e il Corano la usa in un versetto che tutta la tradizione sufi legge come proprio fondamento. Tutto ciò che sta sulla terra è fānin, destinato a perire; permane il volto del tuo Signore.
Quel versetto contiene già la coppia intera, e i sufi ne prendono i due verbi. Da fanāʾ l'estinzione; e dalla seconda metà, dove il verbo è yabqā, permanere, baqāʾ. Non sono due dottrine accostate: sono le due parole di una frase sola, separate dai commentatori e restituite alla mistica come due tempi.
La traduzione italiana corrente, «annientamento», è la più fuorviante possibile perché suggerisce una distruzione. Il verbo arabo non descrive qualcosa che viene distrutto da fuori: descrive qualcosa che si esaurisce, come una candela o una riserva d'acqua. Ciò che si estingue nel fanāʾ non viene ucciso: finisce, perché non aveva di che continuare.
Ancorato ai testi
Tutto ciò che sta sulla terra è destinato a perire, e permane il volto del tuo Signore, pieno di maestà e di onore.parafrasi dichiarata dal Corano, sura 55, versetti 26-27. È il passo su cui si regge tutto il vocabolario dell'estinzione e della permanenza: i due termini tecnici della via sufi sono, alla lettera, i due verbi di questa frase