Il vocabolario delle stazioni si forma nei manuali del decimo e undicesimo secolo, che elencano e ordinano gli stati del cammino con precisione quasi amministrativa. In quelle liste la coppia estinzione e permanenza sta in fondo, e le si accompagna un'altra coppia che ne è la traduzione psicologica: sukr, l'ebbrezza, e ṣaḥw, la sobrietà.
La sequenza che i maestri descrivono ha tre tempi, non due, e il terzo è quello che di solito si perde nelle esposizioni. C'è una prima sobrietà, che è la condizione ordinaria di chi non ha ancora nulla. C'è l'ebbrezza, che è l'estinzione, e nella quale si dicono cose come quella che costò la vita ad al-Hallaj. E c'è una seconda sobrietà, che assomiglia alla prima e non è la prima: si torna a fare le stesse cose, a parlare in modo comprensibile, a occuparsi degli altri, e nulla si vede da fuori.
La scuola di Baghdad, con al-Junayd, fa di questo terzo tempo il criterio della maturità, e la posizione diventa maggioritaria: chi resta nell'ebbrezza non è arrivato, è rimasto per strada. È anche la ragione per cui il sufismo ha potuto restare dentro l'ortodossia islamica invece di uscirne, e per cui i suoi maestri hanno potuto essere giudici, mercanti e capifamiglia. Una via che si ferma al secondo tempo produce solitari; una che arriva al terzo produce persone che nessuno distingue dagli altri.