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Athanor · Lessico · Terzo anello · Sufismo

Baqa

بقاءarabobaqāʾ, «sussistenza, permanenza»


La permanenza in Dio dopo l'annientamento: il compimento del fana, e la ragione per cui fermarsi al solo annientamento mutila il movimento sufi. Nel baqa l'ego non esiste più come ego separato, ma sussiste come strumento: non morte, trasfigurazione. La coppia fana e baqa va letta come un solo gesto in due tempi; la voce esiste perché il lessico non lasci il primo tempo senza il secondo.

Fana'HayraTrasfigurazione

Dove lavoraMappa delle tradizioni (terzo anello)

Nel laboratorioAnno IV


La parola

Il verbo che regge la seconda metà del versetto

Baqāʾ viene dalla radice b-q-y: restare, sussistere, avanzare nel senso di ciò che rimane quando il resto è stato consumato. In arabo corrente è la parola per il resto di un conto, per ciò che avanza di un pasto, per la durata di una cosa che dura. E fra i novantanove nomi di Dio ce n'è uno che ne viene: al-Bāqī, il Permanente.

La coppia con l'estinzione non è una costruzione dei mistici: sta già nel versetto coranico che le due voci condividono, dove alla prima metà, tutto perisce, risponde la seconda, permane il volto del tuo Signore. Il vocabolario tecnico della via non fa che prendere i due verbi e farne due stazioni.

Il che dice subito la cosa più importante, e la dice per grammatica. Nel versetto non è l'uomo a permanere: è il volto del Signore. La permanenza di cui si parla non è una sopravvivenza del soggetto che si era estinto, come se dopo essere sparito tornasse indietro. È il permanere di un altro, in cui e per cui chi si è estinto continua a esserci.

Ancorato ai testi

Il mio servo non cessa di avvicinarsi a me con le opere di devozione finché io non lo ami; e quando lo amo, io sono l'udito con cui ode, la vista con cui vede, la mano con cui afferra e il piede con cui cammina.parafrasi dichiarata da un hadīth qudsī, cioè un detto in cui la tradizione fa parlare Dio in prima persona fuori dal Corano; è riportato nella raccolta di al-Bukhari e la mistica lo cita più di ogni altro. È la descrizione più esatta della permanenza: le facoltà restano tutte, e cambia chi le esercita

Dove nasce

La seconda sobrietà

Il vocabolario delle stazioni si forma nei manuali del decimo e undicesimo secolo, che elencano e ordinano gli stati del cammino con precisione quasi amministrativa. In quelle liste la coppia estinzione e permanenza sta in fondo, e le si accompagna un'altra coppia che ne è la traduzione psicologica: sukr, l'ebbrezza, e ṣaḥw, la sobrietà.

La sequenza che i maestri descrivono ha tre tempi, non due, e il terzo è quello che di solito si perde nelle esposizioni. C'è una prima sobrietà, che è la condizione ordinaria di chi non ha ancora nulla. C'è l'ebbrezza, che è l'estinzione, e nella quale si dicono cose come quella che costò la vita ad al-Hallaj. E c'è una seconda sobrietà, che assomiglia alla prima e non è la prima: si torna a fare le stesse cose, a parlare in modo comprensibile, a occuparsi degli altri, e nulla si vede da fuori.

La scuola di Baghdad, con al-Junayd, fa di questo terzo tempo il criterio della maturità, e la posizione diventa maggioritaria: chi resta nell'ebbrezza non è arrivato, è rimasto per strada. È anche la ragione per cui il sufismo ha potuto restare dentro l'ortodossia islamica invece di uscirne, e per cui i suoi maestri hanno potuto essere giudici, mercanti e capifamiglia. Una via che si ferma al secondo tempo produce solitari; una che arriva al terzo produce persone che nessuno distingue dagli altri.

Come la legge questa biblioteca

Perché il lessico tiene una voce per il secondo tempo

La definizione breve lo dichiara apertamente: la voce esiste perché il lessico non lasci il primo tempo senza il secondo. È una scelta editoriale e vale la pena dire contro che cosa è stata presa.

Nella ricezione occidentale della mistica, di qualunque tradizione, il primo tempo ha sempre avuto tutta l'attenzione. È più spettacolare, si racconta meglio, e produce citazioni memorabili; il secondo è per definizione invisibile, perché consiste nel non distinguersi. Il risultato è una letteratura in cui le vie sembrano finire nell'estasi, quando quasi tutte, se lette per intero, finiscono nel ritorno.

La cosa vale ben oltre il sufismo, ed è il motivo per cui questa voce è più utile di quanto la sua brevità nel lessico suggerisca. La stessa struttura a tre tempi si ritrova, con altri nomi, ovunque una tradizione abbia avuto il tempo di maturare: e ovunque il terzo tempo è quello che le divulgazioni saltano. Chi legge il tikkun lurianico senza la rottura, o la Gelassenheit senza il lavoro che resta da fare dopo, sta facendo lo stesso taglio.

Nel percorso questo si traduce in un criterio, e il criterio è severo: un lavoro interiore si giudica da come si sta dopo, non da che cosa si è provato durante. È lo stesso principio che la voce sulla nascita del Verbo ricava dalla mistica renana per un'altra strada.

Da non confondere

Quattro permanenze

Con il ritorno alla normalità. Da fuori sono identici, ed è il punto. Ma nella seconda sobrietà le facoltà sono le stesse e chi le esercita non è più lo stesso, secondo la formula del detto citato sopra. Chi torna semplicemente com'era non è nel baqāʾ: ha avuto un'esperienza ed è finita, il che accade e non è una vergogna, ma è un'altra cosa.

Con l'immortalità dell'anima. Il termine dice permanenza e la tentazione di leggerlo come sopravvivenza dopo la morte è forte. Nei testi non riguarda l'aldilà: descrive uno stato di questa vita, nel quale si mangia e si lavora. La permanenza di cui parla non è temporale, è di soggetto.

Con la trasfigurazione. La definizione breve usa quella parola, e va presa per quello che è: un'indicazione di somiglianza, non un'identificazione. La trasfigurazione, nel registro di questa biblioteca, è un fatto cosmico che riguarda la materia e la storia; la permanenza sufi è una condizione di una persona. Il lessico segna uno specchio, e le due voci restano in due anelli diversi.

Con l'illuminazione come traguardo. Il vocabolario delle stazioni è per gradi, e la lettura moderna vi cerca naturalmente un punto d'arrivo. Ma i maestri che descrivono la seconda sobrietà insistono che da lì il cammino non finisce: si continua, e il segno che si è arrivati è che non si ha più niente da esibire. Un traguardo che si riconosce dall'assenza di segni non funziona come traguardo, e questo è precisamente ciò che la voce ha da dire.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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