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Athanor · Lessico · Il registro della scuola

Simbolo

grecosýmbolon, da symbállein, «mettere insieme»


Nel registro del sito non è un indovinello con una soluzione: è un'immagine che continua a parlare finché non la si tappa con una spiegazione. I testi esoterici parlano per simboli non per oscurità deliberata, ma perché è il linguaggio naturale di ciò che non si lascia ridurre a concetti piatti. Leggere un simbolo è lasciarlo risuonare senza chiuderlo subito in un'interpretazione: terza disposizione del percorso, e settimana 3 dell'Anno Zero. Un simbolo non si capisce: si frequenta.

ArchetipoMondo immaginaleAlbero della VitaDiscernimento

Dove lavoraLa natura di questo percorso · Anno Zero, settimana 3 · Mappa delle tradizioni

Nel laboratorioAnno I · Anno I


La parola

Il coccio che combacia con l'altro coccio

Sýmbolon viene da symbállein, gettare insieme, mettere a confronto. E nel greco corrente non è una parola della poesia: è una parola della vita pratica. Il sýmbolon era un oggetto spezzato in due, di solito un coccio o una tavoletta, di cui due persone tenevano una metà ciascuna. Chi si presentava anni dopo, o mandava un messaggero, portava la propria metà: se le due combaciavano, l'identità era provata.

Era la tessera dell'ospitalità, il contrassegno del creditore, il segno di riconoscimento fra chi aveva stretto un patto. Nulla di misterioso: un dispositivo di autenticazione, e funzionava perché una frattura è irripetibile e nessuno può falsificarla.

Da questo viene tutto il resto, ed è la definizione più esatta che si possa dare della parola: un simbolo è metà di qualcosa. Non rappresenta una cosa assente, come fa un segno; è una parte che ne richiede un'altra, e il senso non sta né nell'una né nell'altra ma nel loro combaciare. Ne segue anche che un simbolo non si possiede: chi ha in mano una metà sola non ha in mano niente.

Ancorato ai testi

Il signore il cui oracolo è a Delfi non dice e non nasconde, ma fa segno.parafrasi dichiarata da Eraclito, frammento 93. Il verbo greco è sēmaínei, dalla stessa famiglia di «semantica»: indica senza dire. È la formulazione antica più precisa dello statuto di ciò che questa voce descrive, ed è anche una descrizione del metodo di Eraclito stesso

Dove nasce

Perché i testi esoterici parlano così

La definizione breve fa un'affermazione che vale la pena difendere, perché è controintuitiva: i testi esoterici parlano per simboli non per oscurità deliberata, ma perché è il linguaggio naturale di ciò che non si lascia ridurre a concetti piatti.

La spiegazione alternativa, e più diffusa, è che quegli autori nascondessero. È vera in parte e in casi documentati: la voce sulla trasmutazione mostra che gli alchimisti avevano ragioni concrete per coprirsi. Ma non spiega tutto, e c'è una prova interna che la rende insufficiente: se il simbolismo fosse un codice, esisterebbe una chiave, e i testi sarebbero traducibili. Chi ci ha provato ha ottenuto traduzioni in cui metà delle indicazioni resta senza corrispondente.

La spiegazione della definizione breve regge meglio perché rende conto anche del caso opposto: autori che non avevano nulla da nascondere, che scrivevano per un pubblico amico e senza rischi, e che parlano lo stesso per immagini. Böhme scrive per i suoi vicini, Eckhart predica in chiesa a chiunque entri, e nessuno dei due dispone di un linguaggio più chiaro.

Un dato che aiuta: le tradizioni che hanno provato a esprimere le stesse cose in forma concettuale hanno prodotto la teologia scolastica e la metafisica, che sono precise, potenti e faticano proprio dove il simbolo funziona. Non è che un modo sia migliore: sono due strumenti con due rendimenti diversi, e il simbolo rende dove ciò di cui si parla ha più di un aspetto per volta.

Come la legge questa biblioteca

Non si capisce: si frequenta

La definizione breve chiude con la formula che dà la regola pratica: un simbolo non si capisce, si frequenta. E prima dice ciò che quella regola vieta: leggere un simbolo è lasciarlo risuonare senza chiuderlo subito in un'interpretazione.

La ragione è nell'etimologia. Se un simbolo è metà di qualcosa, allora spiegarlo significa sostituire l'altra metà con un concetto, e i concetti non combaciano con le fratture: sono lisci. L'interpretazione non è vietata perché sarebbe irrispettosa, ma perché tappa: dopo di essa il simbolo smette di lavorare, e ciò che resta è la spiegazione, che si poteva ottenere per altre vie senza il simbolo.

Da qui la terza disposizione del percorso e la settimana 3 dell'Anno Zero. L'esercizio non consiste in nulla di sofisticato: si prende un simbolo, e si resiste alla domanda «che cosa significa» per un tempo determinato, tornandoci a distanza di giorni. Chi lo prova scopre che la difficoltà non è mantenerlo aperto per un'ora: è mantenerlo aperto per la terza volta, quando ormai si è formata una spiegazione e la si trova buona.

Il legame con il mondo immaginale è quello che la voce corrispondente svolge: senza una terza categoria fra il fatto e l'invenzione, la tesi che leggere un simbolo sia un atto conoscitivo non è sostenibile, e resta un elogio della poesia. Le due voci si reggono a vicenda, ed è il caso in cui il lessico chiede di leggerne due insieme.

Da non confondere

Quattro segni

Con il segno. Un segno sta al posto di qualcosa e il legame è convenzionale: il rosso del semaforo potrebbe essere verde se ci si accordasse diversamente. Un simbolo non sta al posto di nulla, perché la sua altra metà non è sostituibile per convenzione. La prova è che un segno si può tradurre senza perdita e un simbolo no.

Con l'allegoria. Un'allegoria è una corrispondenza costruita a termini fissi: questa figura è la Prudenza, quest'altra la Giustizia, e la lettura è completa quando ogni elemento ha ricevuto il suo nome. È un procedimento nobile e lo praticava tutto il Medioevo; ma è chiuso per costruzione, e una volta risolto non resta niente. È precisamente ciò che la definizione breve chiama tappare.

Con l'archetipo. La voce corrispondente lo dice: nel vocabolario di Jung l'archetipo è la disposizione a formare immagini, non l'immagine. Un simbolo determinato, con la sua storia e la sua cultura, sarebbe in quel vocabolario un'immagine archetipica. E c'è una differenza di più: chiamare archetipo un simbolo lo colloca nella psiche, che è la traduzione di cui la voce sull'inconscio collettivo descrive il pedaggio.

Con il simbolo della logica e della matematica. È l'omonimia più netta e va nominata perché è l'uso più frequente della parola in italiano. Un simbolo matematico è definito con precisione, ha un solo significato, e la sua qualità è di non risuonare affatto. Le due parole sono la stessa e le due cose sono agli antipodi: una vale perché ha un senso solo, l'altra perché non lo ha.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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