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Athanor · Lessico · Il registro della scuola

Discernimento

latinodiscernere, «separare, distinguere»


La capacità di distinguere: tra ciò che è ancorato e ciò che galleggia, tra un'intuizione reale e una proiezione, tra la comprensione viva di un testo e la ripetizione meccanica delle sue parole. Non si insegna direttamente: si coltiva attraverso la pratica ripetuta di fermarsi e chiedere «da dove viene questo?». È la prima delle quattro disposizioni che il percorso coltiva, e la materia della seconda settimana dell'Anno Zero.

AttenzioneSimboloFedeltàPensiero pensante e pensiero pensato

Dove lavoraLa natura di questo percorso · Anno Zero, settimana 2


La parola

Separare passando in mezzo

Dis-cernere: cernere è il verbo del vaglio, quello con cui si separa il grano dalla pula, e da esso vengono «cernita» e «scernere». Il prefisso dis- aggiunge la separazione in due parti. Discernere è quindi passare in mezzo a un mucchio e dividerlo, e la parola conserva un gesto della mano prima di essere un'operazione della mente.

Il greco che il latino traduce è diákrisis, dalla stessa famiglia di krínō, che significa separare e poi giudicare, e da cui viene «critica» e anche «crisi»: una crisi è, alla lettera, il momento in cui qualcosa si separa. È utile saperlo, perché nella tradizione monastica greca la diákrisis è la virtù più alta, superiore all'ascesi e al digiuno, e i padri del deserto lo ripetono con insistenza.

Ne segue la sfumatura che l'italiano corrente ha perso. Discernere non è valutare, non è essere prudenti, e non è avere buon senso: è distinguere due cose che stavano insieme. Chi discerne non decide se qualcosa sia buono, separa ciò che era mescolato.

Ancorato ai testi

Chiesero all'abate Antonio quale fosse la virtù più grande, e disse: il discernimento. Perché senza di esso molti hanno consumato il corpo con grandi fatiche, e se ne sono andati vuoti, essendosi allontanati dalla via senza accorgersene.parafrasi dichiarata dagli Apoftegmi dei padri del deserto, dove il tema ricorre in più detti. L'argomento è di economia: lo sforzo senza discernimento non è insufficiente, è sprecato, e chi lo compie non se ne accorge

Dove nasce

Una tecnica per riconoscere da dove viene un pensiero

La forma più elaborata di questa pratica si trova nella tradizione monastica cristiana, dove ha un oggetto preciso: i pensieri. Non tutti i pensieri, e non i loro contenuti: la loro provenienza. Evagrio Pontico, nel quarto secolo, ne compone un catalogo che sarà l'antenato dei sette vizi capitali, e la sua domanda non è se un pensiero sia vero, ma da dove venga.

Il criterio che quella tradizione elabora, e che Ignazio di Loyola riprenderà mille anni dopo in forma sistematica, è la traccia che un pensiero lascia. Non si giudica dall'aspetto, che può essere ottimo: si guarda che cosa resta dopo. Un pensiero che lascia quiete e capacità di stare con gli altri e uno che lascia agitazione, urgenza e bisogno di isolarsi vengono, in quel vocabolario, da due parti diverse, anche se dicevano la stessa cosa.

La cosa notevole è che si tratta di un criterio a posteriori e verificabile. Non chiede di sapere in anticipo, non presuppone doni particolari, e funziona su chiunque abbia la pazienza di annotare. È la stessa struttura del segnale che la voce sull'ombra descrive per il riconoscimento delle proiezioni, e nessuna delle due tradizioni conosceva l'altra.

Come la legge questa biblioteca

La prima disposizione, e la domanda che la esercita

La definizione breve dice che è la prima delle quattro disposizioni che il percorso coltiva, e la materia della seconda settimana dell'Anno Zero. Vale la pena dire perché sia la prima.

Perché senza di essa le altre tre non hanno criterio. L'attenzione si può dare a qualunque cosa, e data alla cosa sbagliata è tempo speso; il simbolo si può frequentare a lungo senza accorgersi di averlo già chiuso in un'interpretazione; la fedeltà può essere fedeltà a un errore. Il discernimento non aggiunge niente: separa, e senza quella separazione il resto lavora al buio.

La forma pratica che la definizione breve indica è una domanda sola, e la sua modestia è deliberata: da dove viene questo. Si può fare davanti a un'intuizione, a un entusiasmo improvviso, a un giudizio su qualcuno, a un'idea che sembra ovvia. Non richiede di rispondere: richiede di chiedere, e la sola pausa che la domanda impone è già metà dell'esercizio.

C'è poi la ragione per cui questa voce serve in una biblioteca esoterica più che altrove, e la voce sull'esoterismo la nomina: in questo campo circola di tutto, non c'è nessuna autorità che filtri, e il fascino dei contenuti è forte. Il discernimento è, in un ambiente senza filtri, l'unico filtro disponibile, e va costruito da chi legge perché nessun altro lo farà per lui.

Da non confondere

Quattro modi di distinguere

Con il giudizio. Giudicare stabilisce un valore: questo è buono, quello no. Discernere separa: qui ci sono due cose che sembravano una. Si può discernere perfettamente senza aver ancora giudicato niente, e nella tradizione monastica è anzi l'ordine corretto: prima si distingue, poi eventualmente si decide.

Con lo scetticismo. Chiedere da dove venga un pensiero non significa diffidare di ogni pensiero. Uno scettico ha già deciso e sospende sempre; chi discerne non ha deciso e distingue caso per caso, e in molti casi conclude che l'intuizione era buona. Una disposizione che dice sempre no non sta separando nulla.

Con l'intelligenza. La definizione breve lo dice: non si insegna direttamente, si coltiva con la pratica ripetuta di fermarsi. Non è una capacità cognitiva e non cresce leggendo. Persone molto intelligenti prendono abbagli spettacolari in questo campo, e di solito proprio perché la loro intelligenza fornisce ottime ragioni a ciò che avevano già deciso di credere.

Con la diffidenza verso di sé. È il rischio della pratica, e la tradizione lo conosce: chi si abitua a chiedere da dove vengano i propri pensieri può finire per non fidarsi di nessuno di essi, e quello è uno stato che i padri del deserto descrivono come un guaio e non come un progresso. Il discernimento serve a poter contare su qualcosa, non a demolire tutto: se dopo mesi non ha mai concluso che qualcosa fosse buono, non lo si sta praticando.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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