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Athanor · Lessico · Terzo anello · Sufismo

Dhikr

ذِكْرarabodhikr, «ricordo, menzione»


Il «ricordo» di Dio: la ripetizione ritmica del Nome divino o di formule sacre come via di purificazione e di unione. Può essere silenzioso o ad alta voce, individuale o collettivo, e la tradizione lo descrive come un lavoro nel qalb, il cuore inteso come organo di percezione spirituale e non come muscolo. Sta al sufismo come il japa sta al Vaishnavismo: la voce tiene i due come specchi, senza fonderli.

Fana'HayraJapaMantra

Dove lavoraMappa delle tradizioni (terzo anello)

Nel laboratorioAnno II · Anno II


La parola

Ricordare, cioè uscire dalla dimenticanza

La radice dh-k-r significa ricordare, e insieme menzionare: in arabo la stessa parola dice il tenere a mente e il nominare ad alta voce, perché nominare è il modo in cui si tiene a mente. Dhikr è dunque insieme il ricordo e la menzione, e le traduzioni devono scegliere.

La scelta della radice non è indifferente, ed è ciò che distingue questa pratica da tutte le altre che le somigliano. Se il rimedio è il ricordo, la malattia è la dimenticanza. Il Corano usa per questa condizione un termine, ghafla, la distrazione, la sbadataggine di chi è preso da altro; e non la presenta come un peccato ma come lo stato ordinario dell'essere umano.

Ne segue una diagnosi che vale la pena tenere, perché non è quella delle altre vie. L'uomo, in questa lettura, non è ignorante, non è caduto, non è imprigionato: è distratto. Ha ciò che serve e non lo tiene presente. E se la condizione è la distrazione, il rimedio non può essere una conoscenza nuova né una liberazione: deve essere qualcosa che si ripete, perché la distrazione ritorna.

Ancorato ai testi

Ricordatemi, e io ricorderò voi.parafrasi dichiarata dal Corano, sura 2, versetto 152. Tre parole, e la reciprocità del verbo è ciò che la tradizione commenta di più: non si tratta di richiamare alla mente qualcosa di assente, ma di rispondere a un ricordo che viene per primo

Dove nasce

Le forme: la voce, il respiro, la confraternita

La pratica è antica quanto la via, e si articola presto in forme che le confraternite trasmettono con regole proprie. La distinzione principale è fra il dhikr della lingua, pronunciato, e quello del cuore, silenzioso; e fra quello individuale e quello collettivo, il ḥaḍra, che si compie in cerchio, spesso in piedi, con il ritmo che si accorda al respiro di tutti.

La formula più diffusa è la prima parte della professione di fede, lā ilāha illā llāh, non c'è dio se non Dio, e la tradizione la interpreta come un movimento in due tempi che il corpo compie mentre la voce lo dice: la prima metà nega, la seconda afferma. Alcune scuole coordinano espressamente le due metà con l'espirazione e l'inspirazione, e altre riducono la formula al solo nome, Allāh, o alla sola sillaba finale, che con il tempo diventa un suono che non si distingue più dal respiro.

Il luogo di questo lavoro ha un nome tecnico ed è il qalb, il cuore, che nella psicologia sufi non è la sede dei sentimenti ma un organo di percezione, quello con cui si conosce ciò che l'intelletto non raggiunge. Il Corano parla di cuori che sono induriti, sigillati, ciechi, e la tradizione ne ricava una fisiologia spirituale precisa: il dhikr è ciò che li lucida, e l'immagine ricorrente è quella della ruggine tolta da uno specchio.

Come la legge questa biblioteca

Quattro case, una struttura, nessuna derivazione

La definizione breve dice che il dhikr sta al sufismo come il japa sta al Vaishnavismo, e li tiene come specchi senza fonderli. Vale la pena guardare l'intera famiglia, perché è uno dei casi più notevoli di convergenza indipendente che questa biblioteca conosca.

Quattro tradizioni che non derivano l'una dall'altra hanno costruito la stessa cosa: la ripetizione di un nome, contata su una corda di grani, coordinata al respiro, praticata fino a diventare continua. Il japa con il mālā di centootto grani; il dhikr con il tasbīḥ di novantanove, quanti i nomi divini; la preghiera del cuore dei monaci orientali, con il nodo di lana e il nome di Gesù sul respiro; il rosario latino. Le date e le geografie non consentono di derivarle tutte da una sola.

Che cosa se ne trae, e che cosa non se ne trae. Se ne trae che il dispositivo funziona, nel senso minimo e verificabile che tradizioni molto diverse, potendo scegliere qualunque forma, hanno scelto questa. Non se ne trae che dicano la stessa cosa: la diagnosi è diversa in ciascuna, e qui si è visto che nel sufismo il male è la distrazione, mentre nel japa vaishnava il nome è il dio stesso e la pratica è un contatto, non un promemoria. Stessa macchina, motori diversi.

Da non confondere

Quattro ripetizioni, dall'altro lato

Con il japa. Detto da questo lato: jap- è borbottare e nomina un gesto della bocca; dh-k-r è ricordare e nomina un'operazione della memoria. La differenza si vede nella condizione da cui si esce: là il problema è che non si è ancora cominciato, qui che si è dimenticato. Una pratica inizia qualcosa, l'altra ristabilisce.

Con il mantra. Nella dottrina classica indiana il suono opera in virtù di ciò che è, indipendentemente dalla comprensione, e i bīja non significano nulla. Le formule del dhikr significano, e significano cose che chi le pronuncia professa: sono frasi della fede, non sillabe efficaci. Chi accosta i due termini deve tenere conto che uno appartiene a una dottrina del suono e l'altro a una dottrina della memoria.

Con la meditazione come tecnica di calma. Il dhikr non ha per scopo la quiete, e le sue forme collettive sono spesso rumorose, ritmate, fisicamente impegnative. Lo scopo è la presenza, che non è la stessa cosa del rilassamento e a volte gli è contraria. Le due pratiche si somigliano solo nelle versioni che il mercato ne ha fatto.

Con la preghiera di domanda. La lingua araba distingue e la tradizione pure: il duʿāʾ è l'invocazione con cui si chiede, il dhikr è la menzione con cui non si chiede nulla. Entrambi sono raccomandati e non si sostituiscono: uno riguarda ciò che manca, l'altro ciò che si era dimenticato di avere davanti.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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