La pratica è antica quanto la via, e si articola presto in forme che le confraternite trasmettono con regole proprie. La distinzione principale è fra il dhikr della lingua, pronunciato, e quello del cuore, silenzioso; e fra quello individuale e quello collettivo, il ḥaḍra, che si compie in cerchio, spesso in piedi, con il ritmo che si accorda al respiro di tutti.
La formula più diffusa è la prima parte della professione di fede, lā ilāha illā llāh, non c'è dio se non Dio, e la tradizione la interpreta come un movimento in due tempi che il corpo compie mentre la voce lo dice: la prima metà nega, la seconda afferma. Alcune scuole coordinano espressamente le due metà con l'espirazione e l'inspirazione, e altre riducono la formula al solo nome, Allāh, o alla sola sillaba finale, che con il tempo diventa un suono che non si distingue più dal respiro.
Il luogo di questo lavoro ha un nome tecnico ed è il qalb, il cuore, che nella psicologia sufi non è la sede dei sentimenti ma un organo di percezione, quello con cui si conosce ciò che l'intelletto non raggiunge. Il Corano parla di cuori che sono induriti, sigillati, ciechi, e la tradizione ne ricava una fisiologia spirituale precisa: il dhikr è ciò che li lucida, e l'immagine ricorrente è quella della ruggine tolta da uno specchio.