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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Dharma

धर्मsanscritodharma, dalla radice dhṛ, «sostenere»


L'ordine che sostiene il cosmo e, per ciascun essere, il posto e il compito dentro quell'ordine. Parola a spettro largo: legge, giustizia, natura propria di una cosa. La mappa la usa nel senso di ordine cosmico; la pagina del fondatore la usa come sintesi di «amore, verità, non violenza, giustizia». Da non ridurre al significato corrente e generico di «religione» o «dottrina».

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La parola

Ciò che tiene su, e le cinque traduzioni che si contendono

La radice è dhṛ: reggere, sostenere, tenere fermo. Dharma è, alla lettera, ciò che tiene su qualcosa perché non crolli: il puntello, la trave, il sostegno. Da qui viene tutto, e da qui viene anche l'impossibilità di tradurlo con una parola sola.

Le rese che si contendono il campo sono almeno cinque, e ciascuna ha ragione in un contesto diverso. Ordine, quando si parla del cosmo. Legge, nei trattati giuridici. Dovere, quando si parla del compito di qualcuno. Virtù o giustizia, nei passi etici. E natura propria, quando si dice che il dharma del fuoco è bruciare, il che non è una metafora ma un uso corrente del termine: ogni cosa ha ciò che la tiene su ed è ciò che la fa essere quella cosa.

Il fatto che le cinque coesistano non è un difetto del sanscrito. È il segno che il concetto tiene insieme cose che le lingue europee hanno separato: la regolarità della natura, la norma del diritto e il dovere di una persona sono in questo vocabolario la stessa nozione applicata a tre scale. Chi traduce sceglie una scala e cancella le altre due, e nel testo originale erano l'una l'argomento dell'altra.

Ancorato ai testi

Meglio il proprio dharma compiuto male, che quello di un altro compiuto bene. Meglio morire nel proprio dharma: quello di un altro porta paura.parafrasi dichiarata da Bhagavadgītā III, 35, ripetuta quasi identica in XVIII, 47. È il verso su cui si regge tutta la nozione di svadharma, dharma proprio, ed è anche quello che ha avuto le conseguenze storiche più discusse

Dove nasce

Il dharma non si trova: nel diritto classico è assegnato

Nella lingua vedica più antica la parola per l'ordine del mondo non è questa: è ṛta. Il dharma le subentra fra la fine del periodo vedico e i grandi trattati, e nel subentrare cambia il baricentro: dall'ordine cosmico verso l'ordine sociale e i doveri che ne discendono. La letteratura che ne nasce, la Dharmaśāstra, di cui il testo più noto va sotto il nome di Manu, è a tutti gli effetti un corpo giuridico.

Ed è lì che il termine assume la sua forma più concreta e più problematica: svadharma, il dharma proprio, determinato dalla posizione che si occupa. Nel sistema classico quella posizione è data da due coordinate, il varṇa, l'appartenenza sociale che si ha per nascita, e l'āśrama, la fase della vita in cui ci si trova. Il proprio dovere non si sceglie e non si cerca: discende da dove e da chi si è nati.

Questo va detto perché la lettura corrente è esattamente rovesciata. Nel linguaggio contemporaneo «trovare il proprio dharma» significa scoprire la propria vocazione, ciò per cui si è fatti, e la ricerca è personale e libera. Nei testi classici il dharma non si trova: si eredita, e il verso della Gita citato sopra dice di restarci anche a costo della vita. La versione moderna è nata in Occidente, ha un secolo scarso, ed è una trasformazione così radicale che sarebbe onesto darle un nome diverso.

Il legame fra svadharma e nascita è stato oggetto della critica più dura da dentro l'India stessa: Bhimrao Ambedkar, giurista e primo ministro della giustizia del paese indipendente, redattore della Costituzione, ha condotto contro quell'impianto una battaglia intellettuale e politica lunga una vita. Questa biblioteca riporta il dato storico perché senza di esso il termine non si capisce, e riporta la critica perché fa parte della stessa storia.

Come la legge questa biblioteca

La scala cosmica, e perché è quella che si tiene

La definizione breve lo dichiara: la mappa delle tradizioni usa dharma nel senso di ordine cosmico. È una scelta, e conviene dire che è una scelta e perché.

Delle tre scale del termine, questa biblioteca tiene la prima e non le altre due. Non usa il dharma nel senso giuridico, perché quel senso appartiene a un ordinamento sociale determinato e non è trasferibile; e non lo usa nel senso moderno di vocazione personale, perché quel senso non è nei testi. Resta la scala cosmica: l'idea che il reale abbia una struttura che regge, e che agire possa essere in accordo o in disaccordo con essa. È la parte del concetto che sopravvive fuori dal suo ordinamento d'origine, ed è anche la sola su cui il sito costruisce qualcosa.

Il rapporto con il karma è quello che rende utile l'accostamento: il dharma dice qual è l'ordine, il karma dice che cosa accade a chi agisce dentro di esso. Il primo è una struttura, il secondo un meccanismo, e insieme fanno un impianto in cui l'azione conta. È lo stesso motivo per cui, nel resto della biblioteca, le corrispondenze e i ritmi non sono ornamenti: presuppongono che ci sia un ordine reale a cui accordarsi, e senza quella premessa sarebbero soltanto poesia.

Quanto all'uso che ne fa la pagina del fondatore, che riassume il dharma come amore, verità, non violenza e giustizia: è una sintesi moderna, e in questa forma viene dalla tradizione riformatrice indiana del Novecento. Vale come dichiarazione di valori, e non come esposizione del termine classico. La biblioteca la tiene per quello che è.

Da non confondere

Quattro ordini

Con la religione. È la traduzione più diffusa e la più fuorviante. Quando in India si dice sanātana dharma, ordine eterno, per indicare la propria tradizione, non si sta dicendo «la nostra religione» nel senso di un'appartenenza confessionale fra altre: si sta dicendo che c'è un ordine e che quella tradizione lo osserva. La categoria stessa di «religione» come una fra molte, alternative fra loro, è europea e moderna, ed è stata applicata all'India dall'esterno.

Con il dhamma buddhista. Stessa parola in pali, due usi diversi. Al singolare e con la maiuscola indica l'insegnamento del Buddha; al plurale, e questo è il senso tecnico, indica i fattori elementari in cui l'analisi buddhista scompone l'esperienza. Nessuno dei due coincide con l'ordine cosmico vedico, e nel secondo caso la distanza è massima: là dove il dharma vedico tiene insieme, i dhamma buddhisti sono ciò che resta quando si è smontato.

Con il dovere morale. Un dovere kantiano vale per chiunque si trovi nella stessa situazione, e la sua universalità è la prova che è un dovere. Lo svadharma è, per definizione, di uno solo: il verso della Gita dice che il dovere di un altro, per quanto ben eseguito, è pericoloso. Sono due etiche costruite su assiomi opposti, e chi legge la Gita con categorie kantiane trova un libro incoerente.

Con la vocazione. Come si è visto, nei testi classici il proprio dharma è assegnato e nella lettura contemporanea è cercato. L'inversione è totale, e produce un effetto curioso: la formula «segui il tuo dharma», che oggi suona come un invito alla libertà personale, nei testi da cui viene significava restare al proprio posto. Chi la usa nel senso moderno non sta sbagliando a vivere, sta sbagliando a citare.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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