Con la religione. È la traduzione più diffusa e la più fuorviante. Quando in India si dice sanātana dharma, ordine eterno, per indicare la propria tradizione, non si sta dicendo «la nostra religione» nel senso di un'appartenenza confessionale fra altre: si sta dicendo che c'è un ordine e che quella tradizione lo osserva. La categoria stessa di «religione» come una fra molte, alternative fra loro, è europea e moderna, ed è stata applicata all'India dall'esterno.
Con il dhamma buddhista. Stessa parola in pali, due usi diversi. Al singolare e con la maiuscola indica l'insegnamento del Buddha; al plurale, e questo è il senso tecnico, indica i fattori elementari in cui l'analisi buddhista scompone l'esperienza. Nessuno dei due coincide con l'ordine cosmico vedico, e nel secondo caso la distanza è massima: là dove il dharma vedico tiene insieme, i dhamma buddhisti sono ciò che resta quando si è smontato.
Con il dovere morale. Un dovere kantiano vale per chiunque si trovi nella stessa situazione, e la sua universalità è la prova che è un dovere. Lo svadharma è, per definizione, di uno solo: il verso della Gita dice che il dovere di un altro, per quanto ben eseguito, è pericoloso. Sono due etiche costruite su assiomi opposti, e chi legge la Gita con categorie kantiane trova un libro incoerente.
Con la vocazione. Come si è visto, nei testi classici il proprio dharma è assegnato e nella lettura contemporanea è cercato. L'inversione è totale, e produce un effetto curioso: la formula «segui il tuo dharma», che oggi suona come un invito alla libertà personale, nei testi da cui viene significava restare al proprio posto. Chi la usa nel senso moderno non sta sbagliando a vivere, sta sbagliando a citare.