Il greco distingue ciò che l'italiano fonde. Chrónos è il tempo che scorre e si misura, quello dell'orologio e del calendario: omogeneo, divisibile, uguale in ogni sua parte. Kairós è il momento opportuno, l'istante in cui una cosa si può fare e prima o dopo no: il tiro dell'arciere, la manovra del timoniere, la parola detta al momento giusto.
La distinzione non è filosofica ma tecnica, e viene dai mestieri: chi lavora sa che certi momenti sono buoni e altri no, e non perché ci sia più tempo a disposizione. Il kairós non dura, non si accumula e non si recupera; e soprattutto non è una quantità, è una qualità.
La lingua che abbiamo ereditato ha tenuto il primo e ha perso il secondo, o meglio lo ha ridotto a un modo di dire. Ne segue che quando si dice «il tempo» si intende quasi sempre chrónos, e che l'affermazione di questa voce, che il tempo non sia omogeneo, suona in italiano più esotica di quanto sia: sta soltanto reintroducendo una distinzione che una lingua faceva senza sforzo.
Ancorato ai testi
Per ogni cosa c'è il suo momento, e un tempo per ogni faccenda sotto il cielo: un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare.Qohelet 3, 1-2, in traduzione corrente. Il testo ebraico usa due parole diverse, zeman e et, e la versione greca rende la seconda con kairós. La lista che segue, ventotto voci in quattordici coppie, è la formulazione più antica e più sobria di questa idea