Le Upanishad stabiliscono il primato del prana con un racconto che ricorre in più testi, e che è uno dei pochi punti in cui la letteratura upanishadica diventa apertamente divertente. Le funzioni vitali litigano su chi sia la migliore, e decidono di risolverla per esperimento: ciascuna se ne andrà per un anno, e si vedrà come se la cava il corpo senza di lei.
Ancorato ai testi
La parola se ne andò, e dopo un anno tornò e chiese: come avete vissuto senza di me? Risposero: come vivono i muti, che non parlano ma respirano con il soffio, vedono con l'occhio, odono con l'orecchio, pensano con la mente. E la parola rientrò. Poi se ne andò l'occhio, e tornando chiese lo stesso; e risposero: come vivono i ciechi. Poi l'orecchio, e come vivono i sordi. Poi la mente, e come vivono i bambini piccoli. Ma quando il soffio fece per andarsene, come un cavallo di razza strappa insieme i pioli a cui è legato, così strappò con sé le altre facoltà; e tutte si strinsero intorno a lui e dissero: signore, resta, tu sei il migliore di noi.parafrasi dichiarata da Chāndogya Upaniṣad V, 1, con una versione quasi identica in Bṛhadāraṇyaka VI, 1. L'argomento non è che il soffio sia più nobile: è che senza le altre si vive male, e senza di lui non si vive
Su questa base la dottrina si articola. Il prana non è uno: i testi ne distinguono cinque, che sono altrettante direzioni del movimento vitale dentro il corpo, con nomi che indicano tutti un moto: prāṇa in avanti, apāna in basso, udāna in alto, vyāna in ogni direzione, samāna insieme, al centro. E il prana costituisce uno dei cinque involucri della persona, il prāṇamaya kośa, che sta fra quello fatto di cibo e quello fatto di mente: né corpo né psiche, un piano proprio.
Lo yoga più tardo eredita l'impianto e ne fa una tecnica. Il prāṇāyāma non è, malgrado la traduzione corrente, il controllo del respiro: āyāma vuol dire estensione, allungamento. È l'operazione con cui si estende il soffio, e il respiro è la maniglia con cui la si compie, non l'oggetto.