Ṛta viene da una radice indoeuropea che significa connettere, incastrare, far combaciare: la stessa da cui il latino ricava ritus, il rito, e ars, l'arte, e da cui il greco ricava harmonía, che alla lettera è la commettitura, il modo in cui due pezzi si uniscono, e arithmós, il numero. Nell'iranico antico la stessa parola diventa aša, il principio che nello zoroastrismo si oppone alla menzogna.
Questa parentela non è un'erudizione oziosa: dice che cosa il termine intenda per ordine. Non un comando imposto dall'alto, non un decreto: un combaciare. Le cose stanno insieme perché le loro forme si incastrano, come i pezzi di una carpenteria o le note di un accordo. L'ordine, in questa famiglia di parole, è una questione di giunture.
Ne segue anche la parentela con il rito, che nella nostra lingua sembra un caso e non lo è. Un rito è un'azione eseguita in modo che combaci: nel momento giusto, nella successione giusta, con le parole giuste. Chi compie un rito non sta pregando qualcuno di intervenire, sta inserendo un gesto in un ordine che c'era già. La coincidenza fra la parola che nomina l'ordine cosmico e quella che nomina l'atto liturgico è la cosa più informativa che il vocabolario indoeuropeo abbia da dire su entrambi.
Ancorato ai testi
L'ordine e la verità nacquero dall'ardore acceso.parafrasi dichiarata da Ṛgveda X, 190, 1, il breve inno cosmogonico sul tapas. Le due parole accostate sono ṛta e satya: l'ordine e ciò che è. Il testo le fa nascere insieme, e non è un'endiadi: l'ordine e la verità sono, in questa visione, la stessa scoperta guardata da due lati