La Tavola di Smeraldo si presenta come antichissima, egizia, incisa su smeraldo e ritrovata in una tomba. In realtà il testo più antico che ne possediamo non è greco né latino: è arabo, e sta dentro un'opera che circola fra l'ottavo e il nono secolo, il Libro del segreto della creazione, attribuito a un Balinas che sarebbe Apollonio di Tiana. In Europa arriva nel dodicesimo secolo, in traduzione latina, dentro il grande travaso di scienza araba che passa da Toledo e dalla Sicilia.
Vale la pena fermarcisi. La frase che fonda tutta la dottrina occidentale delle corrispondenze, quella che alchimisti, medici e magi naturali ripeteranno per cinque secoli come se venisse dall'Egitto dei faraoni, entra in Occidente in traduzione dall'arabo nel pieno Medioevo. Non la rende meno vera né meno feconda; le toglie l'aureola dell'antichità immemoriale, che era buona parte della sua autorità.
Alla stessa famiglia appartiene il Corpus Hermeticum, e la sua vicenda è ancora più istruttiva. Marsilio Ficino lo traduce nel 1463, interrompendo per farlo la traduzione di Platone perché Cosimo de' Medici lo ritiene più urgente: si credeva che Ermete fosse contemporaneo di Mosè, o anteriore, e che quei testi contenessero dunque una rivelazione più antica della Scrittura. Su questa convinzione si costruisce l'intero ermetismo rinascimentale. Nel 1614 Isaac Casaubon dimostra, su basi linguistiche, che quei testi sono dei primi secoli dell'era volgare. La datazione regge ancora oggi, e con essa cade la ragione che rendeva l'ermetismo così autorevole.
Una nota che dice quanto la cosa fosse presa sul serio: fra le carte di Isaac Newton, che di alchimia scrisse più che di ottica, c'è una sua traduzione inglese della Tavola di Smeraldo.