Aithḗr, in greco, è l'aria alta e luminosa, quella che sta sopra la regione delle nubi, e Aristotele ne fa il quinto elemento, la sostanza incorruttibile di cui sono fatti i cieli. Nell'Ottocento la parola torna in fisica per nominare il mezzo in cui si propagherebbe la luce, e l'esperimento di Michelson e Morley del 1887 non ne trova traccia. Steiner comincia a usarla nel primo decennio del Novecento, quando l'etere dei fisici è appena stato abbandonato.
La coincidenza di date è imbarazzante e va detta, perché è la prima obiezione che un lettore fa. Steiner risponde, in sostanza, che il suo etere non è quello della fisica e non pretende di esserlo: non è un mezzo per le onde, è un principio formativo. La difesa è coerente e lascia intatto il problema del nome, che continua a evocare qualcosa di cui la scienza aveva appena constatato l'assenza.
Il termine tedesco che Steiner usa più spesso, del resto, è un altro e sarebbe stato più chiaro: Lebensleib, corpo vitale. È quello che dice davvero di che cosa si tratta, e la definizione breve lo riporta accanto al primo.
Ancorato ai testi
Il corpo fisico dell'uomo, considerato secondo le sue sostanze e le sue forze, non si distingue da ciò che si trova nel regno minerale; e ciò che impedisce a quelle sostanze di seguire le proprie leggi, cioè di disgregarsi, è un secondo principio, che l'uomo ha in comune con le piante.parafrasi dichiarata dall'impianto che Rudolf Steiner espone nei suoi scritti antroposofici degli anni Dieci. L'argomento è per assenza: il corpo vitale è definito da ciò che accade quando se ne va, cioè la decomposizione