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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Mantra

मन्त्रsanscritomantra, da man-, «pensare», con il suffisso strumentale -tra


Suono sacro con potere spirituale intrinseco: non un simbolo del divino, una forma del divino in suono. È la distinzione che separa il mantra dalla formula suggestiva: il suono non rappresenta, opera. Il maha-mantra vaishnava, l'Om mani padme hum buddhista e, per la biblioteca, i Nomi divini della Kabbalah appartengono a questo registro. Il video sul Gayatri lo mostra all'opera; Scaligero riconosce strutture affini nella sua analisi del Logos, e la voce registra l'accostamento come convergenza.

JapaRitaLogosDhikr

Dove lavoraVideo: La Luce che libera (il Gayatri)

Nel laboratorioAnno II · Anno IV


La parola

Uno dei tre strumenti

Man- è la radice del pensare, la stessa del latino mens e dell'italiano mente. -tra è il suffisso che in sanscrito forma i nomi di strumento: attaccato a una radice, dà l'oggetto con cui si compie quell'azione. Mantra è dunque, con esattezza grammaticale, l'attrezzo per pensare.

La cosa che vale la pena vedere è che non è solo. Il sanscrito forma allo stesso modo altri due termini che sono diventati i nomi di altrettante discipline. Da yam-, trattenere, viene yantra: lo strumento per trattenere, che è insieme la macchina e il diagramma su cui si fissa lo sguardo. Da tan-, tendere, viene tantra: lo strumento per tendere, che è il telaio, e poi l'ordito di un testo, e poi una tradizione intera.

Mantra, yantra, tantra: suono, figura, trama. Le tre parole con cui l'India nomina le sue pratiche sono tutte e tre nomi di attrezzi, e nessuna nomina uno stato interiore, un sentimento o una fede. È un'indicazione sul carattere di quelle pratiche che vale più di molte definizioni: si tratta di cose che si adoperano.

Ancorato ai testi

La sua espressione è la sillaba oṃ. Se ne ripeta il suono e se ne contempli il senso.parafrasi dichiarata da Patañjali, Yogasūtra I, 27-28. Sono i due aforismi che legano il mantra alla sua pratica: il primo dice che cosa la sillaba sia, il secondo che cosa se ne faccia, e il verbo del secondo è japa

Dove nasce

Il suono che opera anche senza essere capito

I mantra più antichi sono gli inni stessi del Veda: nella terminologia rituale la parte del testo che si recita si chiama così, in opposizione al brāhmaṇa, che è la parte che spiega. La distinzione è già istruttiva: da un lato ciò che si pronuncia, dall'altro ciò che si comprende, e sono due cose diverse fin dall'inizio.

La scuola che porta questa impostazione alle sue conseguenze è la Mīmāṃsā, la stessa che ha elaborato la teoria dell'atto rituale da cui viene il karma. La sua tesi sul linguaggio sacro è radicale: la parola vedica non è opera di nessuno, umano o divino, ed è eterna; il suo rapporto con ciò che significa non è convenzionale ma naturale. Da qui segue che il suono opera in virtù di ciò che è, e non in virtù di ciò che chi lo pronuncia capisce. Il rito eseguito correttamente da un officiante distratto funziona; quello eseguito con grande fervore e una sillaba sbagliata no.

Il caso limite arriva con le tradizioni tantriche e i bīja, i semi: sillabe come hrīṃ, śrīṃ, klīṃ, che non appartengono al lessico e non significano nulla in nessuna lingua. Non sono parole abbreviate né sigle: sono suoni che non hanno un contenuto da comprendere. È il punto in cui la premessa si mostra per intero, e conviene vederla senza addolcirla: qui il suono non veicola un senso, fa qualcosa.

Questa biblioteca registra la dottrina senza sottoscriverla. È la tesi che i testi affermano, è coerente e antichissima, e non è verificabile con gli strumenti di cui una biblioteca dispone. Ciò che si può dire è che senza di essa il mantra diventa un'altra cosa, e che le presentazioni moderne che lo spiegano con la ripetizione e la concentrazione stanno descrivendo una pratica diversa con lo stesso nome.

Come la legge questa biblioteca

Il suono non rappresenta, opera

La definizione breve fissa il criterio: il mantra non è un simbolo del divino ma una forma del divino in suono, e questo lo separa dalla formula suggestiva. È la distinzione più importante della voce, e conviene renderla operativa perché ha una verifica pratica.

Se il suono rappresenta, allora ciò che conta è che chi lo pronuncia capisca e aderisca: la parola è un veicolo, e un veicolo vuoto non porta nulla. Se il suono opera, allora la comprensione non è la condizione dell'efficacia, ed è possibile che una pratica funzioni prima di essere capita e indipendentemente da come ci si sente mentre la si fa. La prima ipotesi mette al centro lo stato interiore di chi pratica; la seconda lo rende irrilevante.

È la stessa struttura che questa biblioteca ha incontrato nel berur chassidico e nella lectio divina, e la ricorrenza è il dato interessante: tradizioni senza contatto arrivano tutte a costruire pratiche il cui esito non dipende dalla sensazione di chi le compie. Il lessico segna fra queste una convergenza strutturale, e non di più.

Quanto all'accostamento con i Nomi divini della Kabbalah, che la definizione breve registra: la somiglianza è che anche là il suono e la lettera hanno una potenza propria e la pronuncia esatta conta. La differenza è che nella tradizione ebraica il Nome per eccellenza è quello che non si pronuncia, e l'intera cultura della lettera si costruisce attorno a una reticenza. Due dottrine del suono operante, una che recita e una che tace: accostarle è utile, fonderle no.

Da non confondere

Quattro formule

Con la preghiera. Una preghiera si rivolge a qualcuno, ha un mittente e un destinatario, e nella forma di domanda chiede qualcosa che l'altro può concedere o negare. Il mantra, nella dottrina classica, non chiede: agisce. La differenza si vede nel fatto che una preghiera si può fare con parole proprie e un mantra no, perché in una preghiera contano l'intenzione e il rivolgersi, e qui conta il suono.

Con l'affermazione. «Ogni giorno, sotto ogni aspetto, sto meglio» funziona, se funziona, perché il contenuto viene compreso e ripetuto fino a essere creduto: è un procedimento suggestivo, e richiede che la frase abbia un senso e che quel senso sia accettabile. Un bīja non ha senso, e per questo la spiegazione suggestiva non lo tocca. Le due pratiche possono somigliarsi da fuori e poggiano su premesse incompatibili.

Con la formula magica. La distanza è minore di quanto piacerebbe, e conviene dirlo. Anche nella magia la formula opera per virtù propria e la pronuncia esatta è decisiva. La differenza sta nel fine: la formula magica piega qualcosa a una volontà particolare, il mantra della tradizione contemplativa non produce effetti sul mondo ma trasforma chi lo ripete. È una differenza di direzione, non di meccanismo, e le tradizioni indiane conoscono benissimo entrambi gli usi.

Con il motto. Nel linguaggio corrente «il mio mantra» indica una frase a cui si tiene e che si ripete a se stessi nei momenti difficili. È un uso simpatico e non ha nulla a che vedere con questa voce: un motto vale per ciò che dice, ed è scelto perché dice qualcosa che si condivide. Un mantra non è scelto per il suo contenuto e nella tradizione, di norma, non è nemmeno scelto: è ricevuto.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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