Con la preghiera. Una preghiera si rivolge a qualcuno, ha un mittente e un destinatario, e nella forma di domanda chiede qualcosa che l'altro può concedere o negare. Il mantra, nella dottrina classica, non chiede: agisce. La differenza si vede nel fatto che una preghiera si può fare con parole proprie e un mantra no, perché in una preghiera contano l'intenzione e il rivolgersi, e qui conta il suono.
Con l'affermazione. «Ogni giorno, sotto ogni aspetto, sto meglio» funziona, se funziona, perché il contenuto viene compreso e ripetuto fino a essere creduto: è un procedimento suggestivo, e richiede che la frase abbia un senso e che quel senso sia accettabile. Un bīja non ha senso, e per questo la spiegazione suggestiva non lo tocca. Le due pratiche possono somigliarsi da fuori e poggiano su premesse incompatibili.
Con la formula magica. La distanza è minore di quanto piacerebbe, e conviene dirlo. Anche nella magia la formula opera per virtù propria e la pronuncia esatta è decisiva. La differenza sta nel fine: la formula magica piega qualcosa a una volontà particolare, il mantra della tradizione contemplativa non produce effetti sul mondo ma trasforma chi lo ripete. È una differenza di direzione, non di meccanismo, e le tradizioni indiane conoscono benissimo entrambi gli usi.
Con il motto. Nel linguaggio corrente «il mio mantra» indica una frase a cui si tiene e che si ripete a se stessi nei momenti difficili. È un uso simpatico e non ha nulla a che vedere con questa voce: un motto vale per ciò che dice, ed è scelto perché dice qualcosa che si condivide. Un mantra non è scelto per il suo contenuto e nella tradizione, di norma, non è nemmeno scelto: è ricevuto.