Con l'allucinazione. Un'allucinazione è privata, e sparisce quando si guarda meglio. La māyā si dà a tutti nello stesso modo, ha leggi costanti e regge alla verifica: due persone che guardano la stessa corda vedono lo stesso serpente. Una dottrina che dicesse che il mondo è un'allucinazione dovrebbe spiegare come mai è condivisa, ed è precisamente l'obiezione che Shankara rivolge agli idealisti buddhisti.
Con «niente ha importanza». È l'uso che se ne fa più spesso e il testo non lo consente in nessun punto. Il serpente non è reale e la paura che ha prodotto lo è stata, e chi è scappato si è fatto male davvero. Il karma, del resto, funziona dentro la māyā: le azioni portano frutto anche se il piano su cui avvengono non è quello ultimo. Le due dottrine stanno nello stesso sistema e si tengono a vicenda.
Con la simulazione. L'idea che il mondo sia un programma è oggi il paragone più immediato, e sposta tutto. In una simulazione c'è un fuori, un supporto, qualcuno che l'ha scritta, e in linea di principio si potrebbe uscirne restando se stessi. Nella māyā non c'è nessun fuori in cui andare, perché ciò che uscirebbe è a sua volta parte del ritaglio.
Con la vacuità buddhista. Śūnyatā afferma che le cose sono prive di natura propria, comprese quelle ultime, e non lascia in piedi nessun fondamento; la māyā vedantica toglie realtà alle forme proprio perché ce n'è uno, il Brahman, rispetto al quale sono misure. Le due sembrano la stessa dottrina dello svuotamento e sono due mosse contrarie: una toglie il fondo, l'altra lo presuppone.