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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Maya

मायाsanscritomāyā, da mā-, «misurare»


L'illusione cosmica, e la parola va subito disarmata: non significa che il mondo non esista, ma che viene percepito come separato da Brahman quando invece ne è manifestazione. La maya non è il male: è il velo che copre la realtà, e la liberazione è la dissoluzione del velo, non la fuga dal mondo velato. Dal significato corrente di «illusione» come inganno da smascherare la separa tutta la distanza tra un errore percettivo e una struttura della manifestazione.

BrahmanAdvaitaNeti netiDualismo

Dove lavoraLa voce in «Il corpo sottile» ↗ · Timeline (Upanishad, Shankara) · Mappa delle tradizioni

Nel laboratorioAnno II


La parola

Misurare, e la parentela con il metro

La radice è : misurare, delimitare, dare forma dando un confine. È una delle radici indoeuropee più fruttuose, e la si ritrova nel greco métron e nel latino metior: metro, misura, dimensione appartengono alla stessa famiglia di māyā. La parola per l'illusione cosmica è imparentata con il righello.

Questo dà subito il senso originario, che non è illusione affatto. Māyā è il potere di ritagliare forme, di far comparire qualcosa di determinato dove non c'era determinazione: la capacità artigiana di produrre un mondo di cose distinte. Nel Rigveda è una virtù, e una virtù divina: gli dèi hanno māyā, Varuna e Indra la esercitano, e i loro prodigi si chiamano così. Un dio che possiede māyā è un dio capace di fare.

Lo slittamento verso l'inganno arriva dopo, ed è graduale: chi sa produrre apparenze può anche produrne di ingannevoli, e la stessa parola passa dal fabbricare al far credere. Ma il senso antico non scompare mai del tutto, e nel Vedanta resta udibile sotto la traduzione corrente. Quando Shankara chiama māyā il mondo non sta dicendo che è un miraggio: sta dicendo che è misurato, cioè ritagliato in cose distinte da un potere che ritaglia.

Ancorato ai testi

Si sappia che la natura è māyā, e che colui che la esercita è il grande Signore.parafrasi dichiarata da Śvetāśvatara Upaniṣad IV, 10. È il passaggio in cui il termine assume per la prima volta con chiarezza il senso che avrà nel Vedanta; e la formulazione conserva la struttura antica, perché la māyā è ancora il potere di qualcuno, non una condizione impersonale

Dove nasce

Né reale né irreale: una terza casella, fatta apposta

Il problema tecnico che la māyā deve risolvere nel Vedanta è preciso. Se il Brahman è l'unica realtà, che statuto ha il mondo? Dire che è reale rompe la non-dualità, perché sarebbe una seconda cosa. Dire che è irreale è assurdo, perché il mondo lo si incontra, lo si urta, ci si vive dentro e ci si fa male.

La risposta di Shankara non sceglie fra le due: crea una terza casella. Il mondo è anirvacanīya, indicibile: non definibile come reale né come irreale. Non è un modo elegante di non rispondere, è una collocazione logica costruita apposta, e la scuola la difende con un esempio che è diventato l'esempio: il serpente e la corda. Nella penombra si vede un serpente dove c'è una corda. Il serpente non è reale, perché non c'è mai stato; ma non è nemmeno irreale come lo è il figlio di una donna sterile, perché ha prodotto effetti, ha fatto sudare e scappare. Ha lo statuto di ciò che appare finché non si accende la luce, e allora non si dissolve soltanto: si scopre che al suo posto c'era altro.

Da qui l'altra distinzione che i manuali fanno e le divulgazioni saltano: la māyā ha due funzioni, e i nomi tecnici sono āvaraṇa, il coprire, e vikṣepa, il proiettare. Prima nasconde la corda, poi sovrappone il serpente. Un errore non è mai soltanto una mancanza di visione: è una mancanza più una figura che ne prende il posto. Questo, in questa biblioteca, vale ben oltre il Vedanta.

Come la legge questa biblioteca

Il velo non è il male, e non si strappa

La definizione breve dice che la māyā non è il male, e che la liberazione è la dissoluzione del velo e non la fuga dal mondo velato. È la clausola che separa questa voce da tutte le dottrine per cui la materia è una prigione, e vale la pena vedere dove passa la linea.

Nella Gnosi il mondo è l'opera di un artefice inferiore, ed è un errore da cui uscire: la salvezza ha la forma di un'evasione. Qui il mondo non è opera di nessun errore, e non c'è nessun luogo fuori da cui guardarlo: la māyā è potere del Signore, non di un usurpatore. Ne segue che la liberazione non sposta chi la ottiene, che continua a mangiare, a camminare e a vedere le stesse cose; cambia lo statuto che attribuisce a ciò che vede. Chi ha riconosciuto la corda continua a vedere una forma allungata per terra.

La conseguenza pratica è che questa dottrina non autorizza nessun disprezzo. Un mondo che va abbandonato giustifica il disinteresse per come vanno le cose in esso; un mondo mal misurato non lo giustifica affatto, perché resta l'unico luogo dove si sta. Questa biblioteca tiene la māyā per la sua parte diagnostica, non per la sua parte consolatoria: dice che la separatezza fra le cose è il modo in cui appaiono e non il modo in cui sono, e su questo si può lavorare senza prendere posizione sul resto della metafisica.

Da non confondere

Quattro illusioni

Con l'allucinazione. Un'allucinazione è privata, e sparisce quando si guarda meglio. La māyā si dà a tutti nello stesso modo, ha leggi costanti e regge alla verifica: due persone che guardano la stessa corda vedono lo stesso serpente. Una dottrina che dicesse che il mondo è un'allucinazione dovrebbe spiegare come mai è condivisa, ed è precisamente l'obiezione che Shankara rivolge agli idealisti buddhisti.

Con «niente ha importanza». È l'uso che se ne fa più spesso e il testo non lo consente in nessun punto. Il serpente non è reale e la paura che ha prodotto lo è stata, e chi è scappato si è fatto male davvero. Il karma, del resto, funziona dentro la māyā: le azioni portano frutto anche se il piano su cui avvengono non è quello ultimo. Le due dottrine stanno nello stesso sistema e si tengono a vicenda.

Con la simulazione. L'idea che il mondo sia un programma è oggi il paragone più immediato, e sposta tutto. In una simulazione c'è un fuori, un supporto, qualcuno che l'ha scritta, e in linea di principio si potrebbe uscirne restando se stessi. Nella māyā non c'è nessun fuori in cui andare, perché ciò che uscirebbe è a sua volta parte del ritaglio.

Con la vacuità buddhista. Śūnyatā afferma che le cose sono prive di natura propria, comprese quelle ultime, e non lascia in piedi nessun fondamento; la māyā vedantica toglie realtà alle forme proprio perché ce n'è uno, il Brahman, rispetto al quale sono misure. Le due sembrano la stessa dottrina dello svuotamento e sono due mosse contrarie: una toglie il fondo, l'altra lo presuppone.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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