La formula della definizione breve è precisa: la liberazione è riconoscimento di ciò che già si è, non conquista di qualcosa di nuovo. Vale la pena tirarne le conseguenze, perché sono severe e in genere non vengono dette.
Se non c'è nulla da acquisire, non c'è nemmeno un progresso da misurare, e cade tutta la contabilità spirituale: gli stati raggiunti, i gradi, le esperienze da collezionare. In una dottrina dell'acquisizione l'esperienza straordinaria è un indizio di avanzamento; qui non lo è, perché nessuna esperienza può essere ciò che c'è già prima di ogni esperienza. Gli avversari dell'advaita, del resto, le rimproverano proprio questo: che non lasci niente da fare.
La risposta della scuola è che qualcosa da fare c'è, e non è produrre uno stato ma togliere un'ignoranza, avidyā. Da qui il posto centrale del neti neti: un metodo che non aggiunge nulla e si limita a smontare le identificazioni sbagliate. È l'unica pratica coerente con la premessa, ed è la ragione per cui in questa biblioteca l'advaita compare più spesso come metodo che come tesi.
Sul confronto con Eckhart, che la voce breve segnala e che Rudolf Otto ha reso classico, la posizione della biblioteca è quella scritta nella voce sul fondo dell'anima: nessun contatto storico, somiglianza reale di formulazione, e due impianti diversi sotto. Va aggiunto un dato di cronologia che i confronti dimenticano: Otto scrive nel 1926, quando l'advaita è già arrivata in Europa nella versione di Vivekananda. Non è un incontro fra due tradizioni vergini, è un confronto fatto con una delle due già tradotta per un pubblico occidentale.