Salta al contenuto
Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Advaita

अद्वैतsanscritoadvaita, «non-due»


La non-dualità: la scuola vedantica che ha in Shankara il suo maestro classico e in Ramana Maharshi un testimone moderno. Il mondo molteplice come velo sovrapposto al Brahman; la liberazione come riconoscimento di ciò che già si è, non come conquista di qualcosa di nuovo. Il confronto con Eckhart, tracciato da Rudolf Otto, è il parallelo classico che la scuola tiene come specchio: senza contatto storico, e senza identità.

BrahmanNeti netiSeelengrund

Dove lavoraSaggio sull'attenzione, parte 3 · Timeline (Shankara, Ramana Maharshi)

Nel laboratorioAnno II


La parola

Perché non si dice «uno»

A-dvaita: non-due. È un composto negativo, e la negazione non è un vezzo. Il sanscrito ha una parola perfettamente disponibile per dire unità, ekatva, e la scuola non la usa per nominarsi. Chi sceglie di chiamarsi «non-due» invece che «uno» sta facendo una scelta tecnica.

La ragione è che «uno» è un numero, e i numeri esistono soltanto dentro una serie. Dire che il fondamento è uno significa già collocarlo in un conteggio in cui sarebbe possibile un due; e un assoluto che occupa una posizione in una serie non è ciò di cui si sta parlando. La negazione della dualità evita la trappola: non afferma un numero, toglie la pertinenza del contare.

Vale la pena tenerlo perché ricorre in tutta questa famiglia di dottrine. Il neti neti nega le descrizioni invece di darne una migliore; l'advaita nega la dualità invece di affermare l'unità; il Brahman senza qualità si dice per sottrazione. Ogni volta il pensiero indiano preferisce una negazione precisa a un'affermazione che sembrerebbe più semplice, e ogni volta la traduzione occidentale rimette l'affermazione al suo posto.

Ancorato ai testi

Il Brahman è reale, il mondo è apparenza; l'anima individuale è il Brahman e nient'altro.mezzo verso tradizionalmente attribuito a Śaṅkara, trasmesso come sintesi della sua dottrina; l'attribuzione all'opera in cui compare non è certa. Si noti la parola centrale, mithyā, che non vuol dire «inesistente» ma «non come appare»: è la clausola che tutta la voce sulla maya serve a spiegare

Dove nasce

Una scuola fra tre, accusata di essere buddhista travestita

Il primo autore compiutamente non-dualista non è Shankara ma Gaudapada, un paio di secoli prima, con le stanze sulla Mandukya. La sua tesi più radicale si chiama ajātivāda, dottrina della non-nascita: nulla è mai realmente venuto all'essere, e perciò non c'è né una creazione né una liberazione da compiere. Chi conosce Nagarjuna e la scuola buddhista di mezzo riconosce l'aria di famiglia immediatamente, e non è un'impressione: Gaudapada usa argomenti e talvolta formule che vengono di lì.

Da questo viene l'accusa che gli avversari muoveranno a Shankara per secoli: pracchanna-bauddha, buddhista travestito. La muovono i seguaci di Ramanuja e la ripete Madhva, e non è un insulto generico ma una contestazione precisa: che l'advaita abbia svuotato il mondo e il Dio personale prendendo a prestito gli strumenti di una tradizione che i vedantini considerano estranea alla rivelazione. Shankara, dal canto suo, dedica pagine a confutare i buddhisti, il che è comprensibile in chi deve smarcarsi da un sospetto.

Il dato più utile, però, è quello che la definizione breve lascia implicito. L'advaita è una scuola del Vedanta, e in India non è la più seguita: le tradizioni devozionali che fanno capo a Ramanuja e alle correnti vaishnava contano molti più fedeli. In Occidente è arrivata come se fosse l'intera filosofia indiana, e la strada è documentabile: i teosofi prima, poi Vivekananda al parlamento delle religioni di Chicago nel 1893, poi la ricezione novecentesca fino a Ramana Maharshi. Non c'è nulla di illegittimo in questo; c'è un errore di proporzione che si trasmette da un libro all'altro.

Come la legge questa biblioteca

La liberazione come riconoscimento, e che cosa comporta

La formula della definizione breve è precisa: la liberazione è riconoscimento di ciò che già si è, non conquista di qualcosa di nuovo. Vale la pena tirarne le conseguenze, perché sono severe e in genere non vengono dette.

Se non c'è nulla da acquisire, non c'è nemmeno un progresso da misurare, e cade tutta la contabilità spirituale: gli stati raggiunti, i gradi, le esperienze da collezionare. In una dottrina dell'acquisizione l'esperienza straordinaria è un indizio di avanzamento; qui non lo è, perché nessuna esperienza può essere ciò che c'è già prima di ogni esperienza. Gli avversari dell'advaita, del resto, le rimproverano proprio questo: che non lasci niente da fare.

La risposta della scuola è che qualcosa da fare c'è, e non è produrre uno stato ma togliere un'ignoranza, avidyā. Da qui il posto centrale del neti neti: un metodo che non aggiunge nulla e si limita a smontare le identificazioni sbagliate. È l'unica pratica coerente con la premessa, ed è la ragione per cui in questa biblioteca l'advaita compare più spesso come metodo che come tesi.

Sul confronto con Eckhart, che la voce breve segnala e che Rudolf Otto ha reso classico, la posizione della biblioteca è quella scritta nella voce sul fondo dell'anima: nessun contatto storico, somiglianza reale di formulazione, e due impianti diversi sotto. Va aggiunto un dato di cronologia che i confronti dimenticano: Otto scrive nel 1926, quando l'advaita è già arrivata in Europa nella versione di Vivekananda. Non è un incontro fra due tradizioni vergini, è un confronto fatto con una delle due già tradotta per un pubblico occidentale.

Da non confondere

Quattro non-dualità

Con il monismo. Il monismo afferma che la sostanza è una, e resta una tesi sul numero delle sostanze. L'advaita, come si è visto, rifiuta di dire «uno» proprio per non entrare in quel discorso. La differenza sembra scolastica finché non si guarda che cosa fanno le due posizioni con il mondo: un monista deve spiegare come la sostanza unica produca il molteplice, un non-dualista non deve spiegarlo perché nega che il molteplice sia da spiegare.

Con l'idealismo. Dire che il mondo è mithyā non è dire che esiste solo nella mente. Il Vedanta ha una scuola idealista, ed è buddhista, la yogācāra; Shankara la confuta espressamente, perché per lui il mondo non è una proiezione della coscienza individuale ma un'apparenza che si dà a tutti allo stesso modo. Confondere le due posizioni fa dell'advaita un soggettivismo, che è ciò che non è.

Con le altre scuole del Vedanta. Ramanuja e Madhva leggono gli stessi testi e ne ricavano dottrine diverse, con una tradizione interpretativa altrettanto lunga. Chi dice «il Vedanta afferma che» sta quasi sempre dicendo «Shankara afferma che», e la sostituzione andrebbe dichiarata come si dichiara ogni scelta di parte.

Con la non-dualità come sentimento. Nel linguaggio corrente il termine indica ormai un'esperienza di dissolvimento dei confini, con o senza sostanze che aiutino. Nell'advaita classica non è un'esperienza: è la struttura del reale, vera anche in chi non la sente e in chi dorme, e nessuno stato la produce né la smentisce. Un'esperienza che va e viene non può essere ciò che non è mai stato assente.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
← Torna alla soglia di Athanor