La radice è kṛ, fare, la stessa che in latino dà creare. Karman è il fatto, l'atto compiuto. Ma nella lingua vedica non è un atto qualunque: è l'atto per eccellenza, cioè il rito. Quando un testo antico dice karman intende il sacrificio, l'operazione liturgica eseguita secondo le regole; e la scuola che studia le regole del sacrificio si chiama Mīmāṃsā, cioè indagine, e si occupa esclusivamente di questo.
È lì che nasce il meccanismo, molto prima che diventi una legge etica. Il problema dei ritualisti era tecnico: il sacrificio si compie oggi, e il suo frutto, il cielo, si ottiene dopo la morte. Che cosa collega i due? Qualcosa deve restare dell'atto quando l'atto è finito, e i mimamsaka gli danno un nome: apūrva, alla lettera «ciò che prima non c'era», una potenza invisibile che il rito genera e che matura a suo tempo.
Tutto l'edificio successivo è questa idea estesa. Se un'azione rituale lascia un residuo che produrrà effetti, allora anche un'azione qualunque può lasciarne uno. La legge morale del karma è la teoria del sacrificio applicata alla vita intera, e conserva per sempre la sua origine tecnica: non è una promessa di giustizia, è un'ipotesi sul modo in cui gli atti continuano a esistere dopo essere finiti.