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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Karma

कर्मन्sanscritokarman, «azione»


La legge per cui ogni azione porta frutto e lega chi agisce al ciclo delle esistenze. Nel significato corrente è scivolato a sinonimo vago di destino o di giustizia immanente; nei testi è una dinamica precisa dell'azione e delle sue conseguenze. Il sito lo incontra in Budda e Cristo di Steiner: la via del Buddha come liberazione dal karma, la via del Cristo come sua trasformazione. Compenetrazione, non opposizione, ma in chiave dichiaratamente cristocentrica: il saggio lo segnala con onestà.

DharmaTrasfigurazione

Dove lavoraSaggio sul Cristo cosmico, parte 4

Nel laboratorioAnno III · Anno III


La parola

Prima di essere una legge morale, era il rito

La radice è kṛ, fare, la stessa che in latino dà creare. Karman è il fatto, l'atto compiuto. Ma nella lingua vedica non è un atto qualunque: è l'atto per eccellenza, cioè il rito. Quando un testo antico dice karman intende il sacrificio, l'operazione liturgica eseguita secondo le regole; e la scuola che studia le regole del sacrificio si chiama Mīmāṃsā, cioè indagine, e si occupa esclusivamente di questo.

È lì che nasce il meccanismo, molto prima che diventi una legge etica. Il problema dei ritualisti era tecnico: il sacrificio si compie oggi, e il suo frutto, il cielo, si ottiene dopo la morte. Che cosa collega i due? Qualcosa deve restare dell'atto quando l'atto è finito, e i mimamsaka gli danno un nome: apūrva, alla lettera «ciò che prima non c'era», una potenza invisibile che il rito genera e che matura a suo tempo.

Tutto l'edificio successivo è questa idea estesa. Se un'azione rituale lascia un residuo che produrrà effetti, allora anche un'azione qualunque può lasciarne uno. La legge morale del karma è la teoria del sacrificio applicata alla vita intera, e conserva per sempre la sua origine tecnica: non è una promessa di giustizia, è un'ipotesi sul modo in cui gli atti continuano a esistere dopo essere finiti.

Dove nasce

La prima volta che se ne parla, se ne parla in disparte

La formulazione più antica che si conosca sta nella Brihadaranyaka, dentro una delle gare oratorie di Yajnavalkya alla corte di Janaka. Un interlocutore gli chiede che cosa resti dell'uomo quando tutto di lui si è disperso negli elementi. E qui il testo fa una cosa che non fa quasi mai: interrompe la scena pubblica.

Ancorato ai testi

Allora i due si presero per mano e se ne andarono in disparte. Ciò di cui parlarono fu l'azione; ciò che lodarono fu l'azione. In verità si diventa buoni con l'azione buona, e cattivi con l'azione cattiva.parafrasi dichiarata da Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad III, 2, 13. È la prima attestazione chiara della dottrina, e il narratore la introduce come qualcosa che non si dice davanti a tutti: i due si allontanano, e il testo riferisce l'argomento senza riportare il discorso

Che la dottrina compaia come insegnamento riservato dice qualcosa sul suo statuto originario. Non era il buon senso religioso dell'epoca, era una tesi nuova e impegnativa, e chi la formulava sapeva di dire qualcosa che andava maneggiato. La sua ovvietà attuale è il risultato di duemilacinquecento anni di successo.

La dottrina classica, poi, distingue tre depositi, e la distinzione è più interessante della legge generale. Sañcita è il karma accumulato e non ancora maturo; āgāmi è quello che si sta producendo adesso; prārabdha è la porzione già in corso di maturazione, quella che ha prodotto questa vita e questo corpo. La liberazione, dicono i testi, brucia i primi due e non il terzo: chi si è liberato continua a invecchiare, ad ammalarsi e a morire, perché una freccia già scoccata arriva comunque. È l'unica dottrina della liberazione che spiega perché i liberati abbiano il mal di schiena.

Come la legge questa biblioteca

Un meccanismo, non un tribunale

La definizione breve dice che nei testi è una dinamica precisa e non un sinonimo vago di destino. La precisazione che serve è ancora un'altra, e riguarda l'uso che se ne fa quando si guarda la vita di qualcun altro.

Il karma è formulato come un meccanismo: le azioni producono effetti secondo una regolarità, come le cause producono effetti in natura. Non è formulato come una sentenza: non c'è un giudice, non c'è una comminazione, non c'è nessuno che valuti se il conto sia giusto. Le due letture sembrano vicine e non lo sono, e la differenza si vede appena la si applica a una disgrazia.

Elaborazione del curatore

Su questa voce dichiaro una posizione, perché il suo uso peggiore è molto diffuso e va nominato. Il karma è stato adoperato, in India e altrove, per spiegare la miseria, la malattia e la violenza subita come esiti meritati, e in quella forma diventa uno strumento per non intervenire. La dottrina classica ha due argomenti contro questo uso, ed entrambi vengono da dentro: che nessuno può conoscere il karma di un altro, perché i depositi non sono ispezionabili; e che la dottrina è formulata per orientare la propria azione, non per emettere diagnosi sulle altrui. In questa biblioteca il karma si applica in prima persona e al futuro. Ogni volta che serve a spiegare che cosa un altro si sia meritato, è stato usato male, e non conta quale tradizione lo dica.nota curatoriale della biblioteca Ascesa

Quanto al posto che occupa nel percorso, la definizione breve rimanda al confronto steineriano fra la via del Buddha come liberazione dal karma e quella del Cristo come sua trasformazione. Vale la pena notare la forma dell'alternativa, che è la stessa che ritorna in tutto il sito: un impianto propone di uscire dal meccanismo, l'altro di restarci dentro cambiandone il segno. È la medesima biforcazione che separa la Gnosi dal tikkun lurianico, e non è un caso che si ripresenti: è una delle poche scelte davvero disponibili di fronte a un mondo guasto.

Da non confondere

Quattro conseguenze

Con il destino. Un destino è fissato e non dipende da chi lo subisce; il karma dipende interamente da ciò che si è fatto e continua a essere modificato da ciò che si fa. Sono due dottrine incompatibili, e la traduzione corrente le ha fuse: quando qualcuno dice «era il mio karma» intende quasi sempre «era destino», che è l'esatto contrario di quello che il termine afferma.

Con la punizione. Una punizione presuppone una legge, un trasgressore e un'autorità che sanziona; il karma non ha nessuno dei tre. Nella formulazione classica l'atto produce il suo frutto come un seme produce la pianta, e nessuno decide la corrispondenza. Chi vi legge una giustizia cosmica sta importando un tribunale che i testi non hanno mai istituito.

Con la giustizia immediata del linguaggio corrente. «Karma istantaneo» è ormai il commento standard davanti al malcapitato che inciampa subito dopo essere stato scortese. Nei testi il frutto matura nei tempi che gli sono propri, spesso oltre la vita in cui è stato seminato, ed è questa lentezza a rendere la dottrina quello che è. Una legge che si vedesse funzionare in tempo reale non avrebbe avuto bisogno di essere insegnata in disparte.

Con il senso rituale. Nei testi antichi karman significa il sacrificio, e nella Bhagavadgītā il termine oscilla continuamente fra l'azione in generale e l'atto rituale. Leggere «karma» sempre nel senso moderno rende incomprensibili interi capitoli, e in particolare tutta la discussione sul karma-yoga, che nasce come domanda su quale posto abbia il rito in una vita che vuole liberarsi.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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