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Athanor · Lessico · Primo anello · Mistica cristiana

Kenosis

κένωσιςgrecokénōsis, «svuotamento»


Termine paolino: il Cristo «svuotò se stesso» (Filippesi 2,7). Nella mistica diventa il nome del movimento di svuotamento interiore che fa spazio a ciò che non è producibile dall'io: lo stesso movimento che Eckhart descrive nel registro del distacco. Il sito lo usa come una delle mappe di un territorio che chi pratica incontra davvero, accanto al Gelassenheit e alla notte oscura. Si incontra scritto anche kénosis o kenosi: la voce vale per tutte le grafie.

GelassenheitNascita del Verbo nell'animaTzimtzumNeti neti

Dove lavoraMappa delle tradizioni (primo anello)

Nel laboratorioAnno IV


La parola

Svuotare un recipiente, e il verbo è riflessivo

Kénōsis viene da kenós, vuoto, e il verbo kenóō significa svuotare, rendere vano, ridurre a nulla. È una parola concreta e non particolarmente nobile: si svuota una brocca, si svuota un magazzino, e in senso figurato si svuota di senso un discorso.

La cosa decisiva, nel testo paolino, è la forma. Il verbo è riflessivo: non fu svuotato, svuotò se stesso. Nessuno gli tolse niente, e non si tratta di una privazione subita. È l'unico soggetto della frase a compiere l'azione, e la compie su di sé.

Ne segue la difficoltà teologica che il passo ha prodotto per venti secoli, e che vale la pena nominare perché è il vero contenuto della parola: di che cosa si sarebbe svuotato. Se della divinità, non era più Dio; se di nulla, la frase non dice niente. Le risposte proposte sono molte e nessuna ha chiuso la questione, e nel diciannovesimo secolo la discussione produce una scuola teologica che dal termine prende il nome.

Ancorato ai testi

Il quale, essendo in forma di Dio, non ritenne un tesoro geloso l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini.Lettera ai Filippesi 2, 6-7, in traduzione corrente. Il passo è quasi certamente un inno preesistente che Paolo cita: sarebbe dunque uno dei testi cristiani più antichi di cui disponiamo, anteriore alla lettera che lo conserva

Dove nasce

Un inno cantato prima che qualcuno lo spiegasse

Che il passo sia un inno preesistente è un dato di critica testuale ormai largamente condiviso: il ritmo, il vocabolario e la costruzione lo distinguono dal resto della lettera, e Paolo sembra citarlo come si cita qualcosa che i destinatari già conoscono. Se è così, si tratta di un testo liturgico delle primissime comunità.

Questo cambia il modo di leggerlo. Non è un'elaborazione dottrinale costruita a tavolino dopo secoli di riflessione: è qualcosa che si cantava, prima che esistesse una teologia in grado di renderne conto. Le controversie cristologiche dei secoli successivi non producono quella frase: la ereditano, e devono spiegarla.

E vale la pena notare in che contesto Paolo la inserisce. Non sta esponendo una dottrina sulla natura di Cristo: sta chiedendo ai suoi lettori di non fare nulla per rivalità o vanagloria e di considerare gli altri superiori a se stessi. L'inno è portato come esempio di un comportamento. La formulazione più vertiginosa della cristologia antica compare, nella sua prima attestazione, dentro un'esortazione contro le liti di comunità.

Come la legge questa biblioteca

Una delle mappe di un territorio reale

La definizione breve usa una formula che vale la pena raccogliere: il sito lo usa come una delle mappe di un territorio che chi pratica incontra davvero, accanto alla Gelassenheit e alla notte oscura.

La formula dice due cose. La prima è che il territorio è uno: c'è, nel lavoro interiore, un'esperienza di svuotamento che si presenta a chiunque proceda abbastanza a lungo, e le tradizioni la descrivono tutte. La seconda è che le mappe sono più d'una e non si sovrappongono, ed è il motivo per cui il lessico tiene tre voci invece di una.

Ciascuna descrive quel territorio da un'angolatura e con un accento proprio. La kénōsis lo descrive come un gesto compiuto da qualcuno e a imitazione di qualcuno: ha un modello, ed è cristologica. La Gelassenheit lo descrive come un lasciare che chiunque può esercitare, e non ha bisogno di un modello. La notte oscura lo descrive come qualcosa che accade e che non si compie. Un atto, un esercizio, un passaggio subito.

Sapere quale mappa si sta usando cambia che cosa ci si aspetta. Chi legge il proprio svuotamento come kenosis lo intende come partecipazione a un movimento che qualcun altro ha compiuto per primo, e ne trae conforto e direzione. Chi lo legge come notte oscura sa di non doverlo produrre. Chi lo legge come Gelassenheit sa di doverlo ripetere ogni giorno. Sono tre atteggiamenti diversi verso la stessa condizione, e questa biblioteca li tiene distinti per questo.

Da non confondere

Quattro svuotamenti

Con il tzimtzum. La voce corrispondente lo dice dall'altro lato: nel ritiro lurianico si contrae l'infinito perché ci sia un mondo, e qui si svuota una persona dentro una storia già in corso. Il lessico segna uno specchio e non dichiara alcuna identità: due gesti nella stessa forma e in due posizioni diverse della struttura.

Con l'umiltà. L'umiltà è una virtù e riguarda la stima di sé: consiste nel non attribuirsi più di quanto si ha. Il verbo dell'inno non riguarda la stima ma il possesso: dice che qualcuno depose qualcosa che aveva. La differenza è che una virtù si esercita ogni giorno in piccolo, e questo è un atto unico e di portata cosmica. Che poi Paolo lo porti come esempio per una questione di comportamento è la cosa che rende il passo vertiginoso, non il contrario.

Con il sacrificio. Un sacrificio si compie in vista di un risultato: si dà qualcosa per ottenere qualcosa. Nell'inno non c'è scambio e non c'è contropartita nella prima metà; l'esaltazione che segue, nella seconda, non è presentata come il prezzo pattuito ma come la risposta di un altro. Chi legge il passo come una transazione ne fa una dottrina della retribuzione, che è precisamente ciò contro cui la lettera sta argomentando.

Con la rinuncia ascetica. Le pratiche di privazione riguardano ciò che si consuma e si possiede, e il loro scopo è liberare l'attenzione. Lo svuotamento di cui parla questa voce non riguarda i beni: riguarda una condizione. È la ragione per cui una vita austerissima può essere del tutto priva di ciò che questa parola nomina, e i maestri di tutte le tradizioni citate lo dicono con una certa asprezza.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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