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Athanor · Lessico · Secondo anello · Ermetismo · specchio

L'Uno

τὸ ἕνgrecotò hén, «l'Uno»


In Plotino il principio primo, al di là dell'essere e al di là del pensiero: non l'ente supremo in cima a una scala di enti, ma ciò da cui ogni ente procede e di cui non si può dire nulla se non per negazione. Dall'Uno emana il Nous, dal Nous l'Anima. Il ritorno non è conoscenza ma unione, henosis, e non si ottiene ragionando. La via apofatica cristiana ne è erede diretta attraverso Dionigi; con l'Ein Sof della Kabbalah e con il Brahman senza attributi lo specchio è limpido, e proprio per questo va tenuto come specchio e non come equazione.

NousIpostasiEmanazioneVia apofaticaEin SofBrahman

Dove lavoraTimeline (Plotino) · Anno I (le Enneadi, terzo trimestre)

Nel laboratorioAnno I · Anno IV


La parola

Un numero con l'articolo, e chi lo usa se ne scusa

Tò hén: l'articolo neutro davanti al numerale uno. Non è un nome, è un numero sostantivato, come se in italiano si dicesse «l'uno» intendendo il principio di tutto. Plotino lo sa e lo dichiara: usa quella parola perché occorre pur dire qualcosa, e ripete che non è un nome adeguato.

Il problema che lo tormenta è quello incontrato nella voce sull'advaita, e le due tradizioni lo affrontano in modo diverso pur vedendolo allo stesso modo. Chiamare uno il principio significa collocarlo in una serie in cui potrebbe esserci un due; e ciò che sta in una serie non è ciò da cui la serie dipende. Il Vedanta risponde negando il numero e chiamandosi non-due. Plotino tiene il numero e passa il tempo a smontarlo: dice che si chiama così per togliere la molteplicità, non per attribuire l'unità, e altrove propone di intenderlo piuttosto come ciò che è al di là anche dell'uno.

Vale la pena notarlo perché è raro. Un pensiero che si dà il proprio nome più celebre e insieme spiega perché quel nome non va bene sta facendo qualcosa di preciso: lascia in vista la propria impossibilità invece di coprirla, e questa è la caratteristica che passerà, attraverso Dionigi, in tutta la via apofatica cristiana.

Dove nasce

Un esercizio di logica letto come teologia

La fonte è il Parmenide di Platone, ed è un testo strano. Nella seconda parte Parmenide propone al giovane Socrate un esercizio: si esaminino le conseguenze dell'ipotesi che l'uno sia, e poi che non sia, e si vada avanti sistematicamente. Ne esce una sequenza di deduzioni serrate che molti interpreti hanno letto come una ginnastica dialettica, forse perfino come una dimostrazione per assurdo.

Ancorato ai testi

Dunque di esso non c'è nome né discorso, né scienza né sensazione né opinione. Nulla di ciò che è può percepirlo, e non è nominabile né dicibile né opinabile né conoscibile.parafrasi dichiarata da Platone, Parmenide 142a, dalla prima delle ipotesi. Nel dialogo è la conclusione di un esercizio logico; il neoplatonismo la leggerà come una descrizione del principio, ed è su questa lettura che si costruisce mezzo millennio di teologia negativa

Il passaggio da esercizio a dottrina è il fatto storico che vale la pena conoscere. Plotino, nel terzo secolo, e poi Proclo, prendono quelle deduzioni e le trattano come la descrizione più esatta possibile del primo principio: se dell'uno non si può dire niente, allora ciò di cui non si può dire niente è l'uno. Da lì la sequenza è nota: Dionigi trasporta l'impianto nel cristianesimo, Eriugena lo traduce in latino, e la teologia negativa occidentale ha la sua struttura.

Che la lettura sia fedele a Platone è discusso ancora oggi. Che sia stata fecondissima non lo discute nessuno. È uno dei casi in cui la storia del pensiero si costruisce su un'interpretazione, e sapere che c'è un'interpretazione sotto è parte dell'onestà con cui questa biblioteca tratta le proprie fonti.

Come la legge questa biblioteca

Lo specchio più limpido, e per questo il più pericoloso

La definizione breve dice che con l'Ein Sof e con il Brahman senza attributi lo specchio è limpido, e proprio per questo va tenuto come specchio. Vale la pena spiegare il «proprio per questo», perché è un principio di metodo che vale in tutto il sito.

Le somiglianze deboli non fanno danno: nessuno confonde due cose che si assomigliano poco. Sono le somiglianze forti a essere pericolose, perché invitano a saltare l'ultimo passo. Qui la somiglianza è fortissima: tre tradizioni senza contatto dimostrabile arrivano a un principio che si dice solo per negazione, e in tutte e tre la stessa mossa, togliere i predicati, è la via per accostarlo.

E qui il lessico si ferma, perché il seguito diverge subito. Dall'Uno il molteplice procede per necessità e senza che l'Uno lo voglia: l'emanazione non è una decisione. L'Ein Sof, nel racconto lurianico, comincia ritraendosi, che è un atto. Il Brahman non fa né l'una né l'altra cosa, perché nella lettura non-dualista non c'è propriamente un molteplice da produrre. Tre negazioni identiche in cima a tre cosmologie che non si somigliano affatto.

C'è poi un dato di trasmissione che va detto per non attribuire alla convergenza spontanea ciò che è debito documentato. Fra il neoplatonismo e la Kabbalah, e fra il neoplatonismo e la mistica renana, i contatti ci sono e sono studiati: passano dagli arabi, dai cabalisti di Gerona, dai traduttori latini. Con il Vedanta no. Il primo caso è influenza, il secondo è specchio, e chiamarli con lo stesso nome sarebbe un errore in due direzioni.

Da non confondere

Quattro unità

Con il Dio dei monoteismi. Il Dio di Abramo ha una volontà, parla, sceglie, si rivolge a qualcuno. L'Uno non ha volontà e non si rivolge a nessuno: chiedersi se ami sarebbe una domanda malformata. La differenza non è di intensità religiosa, è che uno dei due è un interlocutore e l'altro no, e le due strutture producono due religioni diverse.

Con l'essere. È la tesi tecnica di Plotino ed è quella che lo distingue dalla scolastica: l'Uno è epékeina tês ousías, al di là dell'essere. Non è l'ente supremo in cima a una scala di enti, perché l'essere è già una determinazione e il principio non ne ha. Tommaso, che identifica Dio con l'atto d'essere, sta dicendo qualcosa di diverso e lo sa.

Con il numero uno. La lingua ci mette del suo, e la matematica pitagorica dei numeri divini ha aiutato la confusione. Ma il numero uno è il primo di una serie, si somma, si moltiplica e ha un successore. Il principio di cui si parla qui non ha successore e non entra in nessuna operazione. Il nome è un prestito, e Plotino dice espressamente che è un prestito.

Con l'unione mistica come sentimento di unità. L'hénōsis di cui parlano le Enneadi non è uno stato affettivo di fusione con il tutto: è il termine di un percorso in cui, dice Plotino, non c'è più nemmeno chi guarda. Porfirio racconta che al maestro accadde quattro volte in sei anni, e la precisione del conteggio dice qualcosa sul genere di evento di cui si sta parlando. Un sentimento di unità è un'altra cosa, ed è molto più frequente.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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