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Athanor · Lessico · Secondo anello · Tradizione vedica · specchio

Japa

जपsanscritojapa, «ripetizione sommessa»


La ripetizione silenziosa o sottovoce di un mantra o del Nome divino, spesso contando le ripetizioni con un mala, il rosario indiano. È la pratica fondamentale del Vaishnavismo, e la forma più semplice e più lunga da esaurire della pratica del Nome: un gesto minimo, ripetuto finché smette di essere meccanico. Il dhikr sufi le fa da specchio in un'altra lingua e in un'altra casa: stessa struttura, trasmissioni indipendenti.

MantraDhikr

Dove lavoraVideo: La Luce che libera

Nel laboratorioAnno IV · Anno II


La parola

Borbottare, e i tre gradi del borbottio

La radice jap- significa mormorare, dire sottovoce, borbottare fra sé. Non è un verbo nobile: descrive il suono che fa qualcuno che parla senza voler essere sentito, e la lingua lo usa anche per il chiacchiericcio. La pratica più diffusa dell'India devozionale porta il nome di un rumore appena udibile.

I manuali ne distinguono tre gradi, e la distinzione è precisa. Vācika è il japa detto a voce, che si sente. Upāṃśu è quello sussurrato: le labbra si muovono, il suono si forma, ma non arriva a chi sta accanto. Mānasa è quello mentale, senza alcun movimento. La tradizione li ordina per efficacia crescente, e alcuni testi arrivano a quantificare il rapporto in una progressione di dieci in dieci: il sussurrato vale dieci volte il pronunciato, il mentale cento volte il pronunciato.

C'è poi un quarto termine, che non è un grado ma un esito: ajapa-japa, la ripetizione non ripetuta. Nomina il punto in cui la pratica prosegue senza che nessuno la stia facendo, come il respiro. Non è un obiettivo che si possa perseguire direttamente, per definizione: si può soltanto continuare a fare la cosa che eventualmente smette di essere fatta.

Ancorato ai testi

Fra i sacrifici io sono il sacrificio del mormorio.parafrasi dichiarata da Bhagavadgītā X, 25, dove Krishna elenca le forme eccellenti in cui si può riconoscerlo. Il contesto rende la frase più forte di quanto sembri: fra tutte le operazioni rituali possibili, molte delle quali richiedono officianti, materiali e giorni, quella che il dio dichiara propria è la più povera

Dove nasce

La pratica che non ha bisogno di niente

Il japa nasce dentro il rito vedico come recitazione sommessa delle formule, e resta per secoli un'attività di specialisti. Ciò che lo trasforma è il movimento devozionale, la bhakti, che dal primo millennio in poi attraversa l'India e ne cambia il baricentro religioso: la salvezza non passa più necessariamente dal sacrificio, che richiede mezzi, purità rituale e sacerdoti, ma dalla devozione, che non richiede nulla.

In quel quadro il japa del Nome diventa la pratica per eccellenza, e diventa tale per una ragione precisa che vale la pena nominare: è la sola che non abbia condizioni di accesso. Non serve un tempio, non servono offerte, non serve saper leggere, non serve un maestro presente, e la si può fare camminando o lavorando. Le tradizioni che la mettono al centro sono quasi sempre quelle che si rivolgono a chi era escluso dal rito, e la scelta è deliberata.

Da qui viene anche il suo strumento, il mālā: una corona di centootto grani, con un grano più grande, il meru, che non si oltrepassa. Arrivati lì si gira la corona e si torna indietro. La regola è pratica e insieme dice qualcosa: la serie non è un percorso da compiere e da lasciarsi alle spalle, è un andirivieni che non arriva da nessuna parte.

La struttura riappare, indipendentemente, in almeno altre tre case. Il dhikr sufi con il suo tasbīḥ di novantanove grani; la preghiera del cuore dei monaci orientali, con il nodo di lana e il Nome di Gesù ripetuto sul respiro; il rosario latino. Nessuna delle quattro deriva dalle altre in modo dimostrabile. Il lessico le tiene come specchi: stessa struttura, trasmissioni indipendenti, ed è precisamente il tipo di coincidenza che questa biblioteca segnala senza spiegare.

Come la legge questa biblioteca

Un gesto minimo, ripetuto finché smette di essere meccanico

La definizione breve la chiama la forma più semplice e più lunga da esaurire della pratica del Nome, e le due qualità stanno insieme. È semplice perché non ha contenuto da capire e nessuna difficoltà tecnica; è lunga da esaurire perché quella stessa mancanza di contenuto toglie ogni appiglio alla mente che vorrebbe farci qualcosa.

Il tratto che la rende utile a questo percorso è che sposta il criterio del riuscire. In quasi tutte le pratiche interiori si può giudicare come è andata: la meditazione è stata raccolta o dispersa, la lettura ha dato qualcosa o no. Nel japa non c'è niente da giudicare, perché l'unica cosa accaduta è che una sillaba è stata ripetuta un certo numero di volte. Chi cerca di valutarne la qualità si accorge in fretta che non c'è nulla su cui esercitare il giudizio, e questa scoperta è parte dell'esercizio.

Il legame con l'attenzione come questa biblioteca la intende è di secondo grado, e va detto per non esagerare. Il japa non è un esercizio di attenzione: non chiede di stare concentrati sulla ripetizione, e i testi ammettono senza scandalo che la mente vaghi. Chiede di continuare. È più vicino alla fedeltà che al raccoglimento, ed è la ragione per cui, nella pratica di chi comincia, funziona quando quasi tutto il resto è troppo difficile.

Da non confondere

Quattro ripetizioni

Con il mantra. Sono l'attrezzo e l'operazione, e in italiano si confondono perché diciamo «fare un mantra». Il mantra è il suono, il japa è il ripeterlo. La distinzione conta perché le due voci hanno dottrine diverse: quella del mantra riguarda che cosa sia il suono, questa riguarda che cosa faccia la ripetizione.

Con il dhikr. Il lessico li tiene come specchi e la somiglianza è impressionante, ma il verbo di partenza è diverso e dice due cose diverse. Jap- è mormorare, e nomina un'azione fisica. Dhakara è ricordare, e nomina un'operazione della memoria: nel sufismo si ripete il Nome per non dimenticare, e la dimenticanza è la condizione da cui si esce. Stessa pratica, due diagnosi del problema che risolve.

Con il rosario. La corona latina non è una ripetizione di un nome ma la recitazione di preghiere intere, con un contenuto articolato, e il metodo prescrive di meditare intanto su episodi determinati della vita di Cristo. C'è quindi un testo da capire e delle immagini da tenere, e non è il caso del japa, che non dà niente su cui meditare. Il parallelo più stretto in ambito cristiano non è il rosario ma la preghiera del cuore.

Con la ripetizione meccanica come difetto. È l'obiezione che si sente sempre: ripetere senza pensare non serve a niente. Nella dottrina di questa voce la meccanicità non è il fallimento della pratica, è la sua condizione iniziale, e la definizione breve lo dice con esattezza: si ripete finché smette di essere meccanico. Chi smette perché si è accorto di farlo meccanicamente ha interrotto l'esercizio proprio nel punto in cui cominciava.

Il lessico intero

Questo termine è uno degli 87 del lessico della biblioteca, dove si legge insieme ai suoi vicini e si cerca per grafia, anche in traslitterazione. La regola vale qui come là: i rimandi fra tradizioni diverse accostano, non dichiarano mai un'equivalenza.

Vedilo nel lessico →
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