Il japa nasce dentro il rito vedico come recitazione sommessa delle formule, e resta per secoli un'attività di specialisti. Ciò che lo trasforma è il movimento devozionale, la bhakti, che dal primo millennio in poi attraversa l'India e ne cambia il baricentro religioso: la salvezza non passa più necessariamente dal sacrificio, che richiede mezzi, purità rituale e sacerdoti, ma dalla devozione, che non richiede nulla.
In quel quadro il japa del Nome diventa la pratica per eccellenza, e diventa tale per una ragione precisa che vale la pena nominare: è la sola che non abbia condizioni di accesso. Non serve un tempio, non servono offerte, non serve saper leggere, non serve un maestro presente, e la si può fare camminando o lavorando. Le tradizioni che la mettono al centro sono quasi sempre quelle che si rivolgono a chi era escluso dal rito, e la scelta è deliberata.
Da qui viene anche il suo strumento, il mālā: una corona di centootto grani, con un grano più grande, il meru, che non si oltrepassa. Arrivati lì si gira la corona e si torna indietro. La regola è pratica e insieme dice qualcosa: la serie non è un percorso da compiere e da lasciarsi alle spalle, è un andirivieni che non arriva da nessuna parte.
La struttura riappare, indipendentemente, in almeno altre tre case. Il dhikr sufi con il suo tasbīḥ di novantanove grani; la preghiera del cuore dei monaci orientali, con il nodo di lana e il Nome di Gesù ripetuto sul respiro; il rosario latino. Nessuna delle quattro deriva dalle altre in modo dimostrabile. Il lessico le tiene come specchi: stessa struttura, trasmissioni indipendenti, ed è precisamente il tipo di coincidenza che questa biblioteca segnala senza spiegare.