Nel sistema valentiniano il pleroma è popolato: trenta eoni, disposti a coppie, ciascuna formata da un termine maschile e uno femminile. Non è ornamento mitologico, è una struttura, e le coppie hanno nomi che sono concetti: Profondità e Silenzio, Intelletto e Verità, Parola e Vita, Uomo e Chiesa. Il mondo divino è organizzato come un albero genealogico di astrazioni accoppiate.
Il racconto della caduta è il momento in cui questo sistema smette di essere una tassonomia e diventa un dramma, ed è anche la sua idea più originale. L'ultimo eone, Sophia, la Sapienza, vuole conoscere il Padre direttamente, senza la mediazione della propria coppia. È un desiderio di conoscenza, non una disobbedienza; e proprio per questo lo slancio la porta fuori misura. Ciò che ne nasce è un aborto, qualcosa di informe che finisce fuori dal pleroma, e da quel di fuori verrà il mondo materiale.
Ne segue una figura che la teologia successiva non dimenticherà: il male non nasce da un rifiuto ma da un eccesso di desiderio del bene. E ne segue anche una struttura di confine, il hóros, il limite, che viene posto per separare la pienezza da ciò che le è caduto fuori. La pienezza, per restare tale, ha bisogno di un margine.
Sedici secoli dopo Jung riprende la parola nei Sette sermoni ai morti, che pubblica nel 1916 con la firma di Basilide, e le fa dire il contrario. Il suo pleroma è insieme il pieno e il vuoto, il luogo in cui ogni coppia di opposti coincide e nulla è ancora distinto; e il compito dell'uomo non è tornarvi, è distinguersi da esso. La definizione breve tiene i due usi separati, ed è la scelta giusta: fra il pleroma da cui si è caduti e il pleroma da cui bisogna uscire non c'è continuità, c'è un capovolgimento.