Per capire che cosa questa parola pesasse, conviene vedere chi la rifiutava e perché. Non erano nemici del cristianesimo: erano, quasi tutti, cristiani che trovavano la formula impossibile.
I doceti, e con loro buona parte delle correnti gnostiche, sostenevano che il corpo fosse apparente: il divino non poteva realmente entrare nella materia, e ciò che si era visto era una parvenza. La posizione è coerente con il loro impianto, dove la materia è il prodotto di un errore, e non si può redimere ciò che non doveva esserci.
Per la cultura greca colta il problema era un altro e non minore: l'impassibilità. Ciò che è divino non muta, non soffre e non muore, e sono proprietà logiche prima che devote. Dire che il principio ordinatore del cosmo ha avuto fame, paura ed è morto significa attribuirgli mutamento, e quindi imperfezione. Celso, nel secondo secolo, lo scrive con chiarezza: se Dio è disceso, o è cambiato, o ha ingannato.
E per la tradizione ebraica l'affermazione tocca il primo comandamento. Un Dio che si lascia raffigurare, che si localizza, che si identifica con un individuo, mette in questione l'unica cosa che quella tradizione aveva difeso per secoli contro tutti i suoi vicini.
Che il cristianesimo abbia tenuto la formula contro tre obiezioni di questo peso è il fatto storico che rende questa voce interessante anche per chi non condivide nulla della dottrina. Non fu una scelta comoda, e le scelte scomode dicono che cosa una tradizione ritenga irrinunciabile.