Con il male. L'ombra contiene ciò che è stato escluso, e ciò che viene escluso non è per forza cattivo: chi si è costruito sulla rinuncia ha nell'ombra il proprio desiderio, chi si è costruito sulla responsabilità ha la propria leggerezza. Jung insiste che l'ombra contenga anche oro, cioè capacità vive che sono state messe da parte perché non stavano nell'immagine che ci si era fatti di sé.
Con il lato oscuro come etichetta. La definizione breve lo dice: il senso corrente appiattisce un termine che indica un compito. Parlare del proprio lato oscuro come di un tratto caratteriale che si possiede, e magari di cui si è un po' fieri, è il modo più efficace per non incontrarlo: ciò che si nomina volentieri è, per definizione, già dentro l'immagine che si ha di sé.
Con il rimosso di Freud. Il rimosso è stato cosciente e poi è stato allontanato, e la terapia lo riporta indietro come memoria. Buona parte dell'ombra non è mai stata cosciente: non è stata rimossa, non è stata mai formata, perché lo sviluppo della personalità in una certa direzione ha semplicemente lasciato l'altra senza crescere. Non si ricorda, si conosce per la prima volta.
Con l'integrazione come assoluzione. Riconoscere una parte di sé non significa agirla né giustificarla, e Jung è netto: integrare l'ombra vuol dire sapere di averla, il che rende meno probabile che agisca, non di più. Chi si autorizza a comportarsi male perché sta integrando l'ombra ha ottenuto, con il vocabolario della psicologia, la stessa cosa che i sabbatiani ottennero con quello del tikkun.