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Athanor · Le dieci Sefirot · 2 di 10 חכמה

Chokhmah

Sapienza

ḥokhmah

«Ma la sapienza, da dove si trae? E qual è il luogo dell'intelligenza?» Giobbe 28,12

Una delle dieci camere della stanza sulla Kabbalah, che spiega la figura intera. Come quella, questa pagina non sta in nessun menu: ci si arriva dall'albero.

Uno

Il nome

La radice ch-k-m è comune a tutte le lingue semitiche e copre un campo più largo del nostro «sapienza»: dice l'abilità dell'artigiano non meno della saggezza dell'anziano. In ebraico biblico è chakham tanto chi sa vivere quanto chi sa lavorare il legno.

La Kabbalah ne trattiene un aspetto solo, e non è quello della perizia: la sapienza come primo manifestarsi, il punto in cui qualcosa c'è ma non ha ancora forma. Da qui l'altro nome che le viene dato di continuo, nekudah rishonah, il punto primordiale. Un punto, in geometria, ha posizione e non ha estensione: è il modo più esatto di dire che c'è qualcosa e che non se ne può ancora dire nulla.

Due

Dove sta nell'albero

Chokhmah è la seconda delle dieci e sta sul pilastro della misericordia. Sulla stessa colonna non ha nulla sopra di sé, e sotto ha Chesed. Sulla stessa riga, di fronte, sta Binah, sull'altra colonna: le due vanno lette insieme.

Tre

Che cosa nomina

Chokhmah è il lampo. Le figure la mettono in cima alla colonna di destra, subito sotto la corona, e le fonti la descrivono quasi sempre con immagini di istantaneità: un guizzo, una scintilla, un punto che si incide. Ciò che conta, in tutte, è che non ci sia durata: quello che Chokhmah porta non si svolge nel tempo, e proprio per questo non si può ancora comunicare. Un sapere che dura è già passato in Binah.

Il testo che ha fissato l'immagine è l'apertura dello Zohar, dove al principio della creazione una scintilla oscura incide un segno dentro il celato del celato. La lettura corrente, che è anche quella di Scholem, vi riconosce il punto di Chokhmah: la prima cosa che si distingue dall'indistinto, e che è ancora tanto vicina all'indistinto da essere chiamata oscura.

C'è poi la ragione per cui questa Sefirah porta il nome che porta, e sta nella prima parola della Torah. Bereshit, «in principio», contiene reshit, principio, e il Targum aramaico traduce quel reshit con be-chokhmeta, «con sapienza». Il legame fra la seconda Sefirah e il principio della creazione non è dunque un'invenzione dei cabalisti: è un appiglio testuale antico, che loro trovano già fatto e portano alle estreme conseguenze. Nella stessa direzione lavora il capitolo ottavo dei Proverbi, dove la Sapienza parla in prima persona e dice di essere stata generata prima delle colline e di essere stata accanto all'artefice come architetto, o come bambino, secondo come si legge una parola discussa.

Nel linguaggio dei volti, Chokhmah è Abba, il padre, e forma con Binah, la madre, la prima coppia. La metafora è generativa e va presa per quello che dice: il padre dà il seme, che è tutto e non è nulla finché non ha un luogo dove svolgersi.

Ancorato ai testi

Nel principio, quando il volere del re cominciò a incidere, egli tracciò segni nella luce superna; una fiamma oscura uscì dal celato del celato, dal mistero dell'Infinito, e non era né bianca né nera né rossa né verde né di alcun colore.parafrasi dichiarata dell'apertura dello Zohar, I, 15a. L'attribuzione a Shimon bar Yochai è quella del testo; la ricerca moderna assegna l'opera in massima parte a Mosè de Leon, morto nel 1305

Quattro

Gli altri nomi che porta

Nessuna Sefirah ha un nome solo. Gli epiteti non sono sinonimi: ciascuno la guarda da un lato, e insieme dicono più del nome principale.

  • אבא
    Abba il padreIl nome nella lettura per coppie. Con Binah, la madre, forma la prima unione da cui vengono le sette inferiori.
  • נקודה ראשונה
    Nekudah rishonah il punto primordialeHa posizione e non ha estensione: c'è, e non se ne può dire nulla.
  • ראשית
    Reshit principioDalla prima parola della Torah, che il Targum rende «con sapienza».
  • מחשבה
    Machshavah il pensieroIl pensiero come atto, prima che abbia un pensato.

A ogni Sefirah la tradizione associa poi un nome divino, un membro dell'Adam Kadmon e, per le sette inferiori, uno dei sette pastori che si invitano nella capanna della festa delle Capanne. Sono corrispondenze medievali e interne alla tradizione ebraica. Le corrispondenze con i pianeti, i colori e gli arcani, che si incontrano ovunque, sono ottocentesche e stanno fuori da queste pagine: la stanza madre spiega perché.

Il nome divino

יה Yah
Il nome breve, le prime due lettere del Tetragramma. Compare in halleluyah e nel Salmo 68. Che alla sapienza tocchi un nome dimezzato è coerente: la seconda Sefirah è il principio di un nome, non un nome intero.

Nell'Adam Kadmon

L'emisfero destro del capo, e nella lettura generativa il seme.

Cinque

Le vie che la toccano

Quattro delle ventidue vie passano di qui, e ciascuna porta una lettera dell'alfabeto ebraico. La ripartizione in tre madri, sette doppie e dodici semplici viene dal Sefer Yetzirah; quale lettera stia su quale linea è invece la disposizione fissata da Kircher nel Seicento e ripresa dalla Golden Dawn, come la stanza madre dichiara una volta per tutte.

  • א
    Aleph il buevia 11 · tre madri · sale da Keter
  • ד
    Daleth la portavia 14 · sette doppie · scende verso Binah
  • ה
    He la finestravia 15 · dodici semplici · scende verso Tiferet
  • ו
    Vav il ganciovia 16 · dodici semplici · scende verso Chesed
Sei

Lo squilibrio

Una sapienza che non passi mai in intelligenza resta un lampo, e un lampo non illumina: acceca e finisce. Lo squilibrio proprio di Chokhmah è l'intuizione che rifiuta di prendere forma, e che si difende dalla forma sostenendo che la forma la tradirebbe. È una posizione che ha sempre l'aria di essere la più profonda, ed è la più comoda, perché nulla di ciò che non ha preso forma può essere verificato da nessuno, a cominciare da chi lo ha avuto.

Vale la pena notare che la Kabbalah non conosce Chokhmah senza Binah. Le due stanno sulla stessa riga, congiunte dalla via di Daleth, e la tradizione le chiama i due compagni che non si separano mai. Non c'è, in questa grammatica, una via alta della sola intuizione.

La radice corrispondente è Ghagiel, che le liste rendono con gli ostacolatori o gli impedenti. Il rovescio del lampo non è il buio: è ciò che impedisce l'inizio, cioè un principio che non comincia mai.

La radice corrispondente

Ghagiel, la radice IX nella figura del rovescio. I dieci nomi delle radici, nella forma e nell'ordine in cui si incontrano oggi, vengono da un elenco vittoriano che riordina materiali medievali: la parte 5 della stanza ne ricostruisce la provenienza, e spiega perché qui il rovescio dell'albero si legga e non si visiti.

Sette

Come questa biblioteca la legge

La biblioteca usa Chokhmah come misura, e la misura serve contro un errore frequente. Un'esperienza fulminea e incomunicabile, in questa grammatica, non è il vertice del cammino: è il suo secondo gradino dall'alto, e resta incompiuta finché non trova un luogo dove svolgersi. È lo stesso avvertimento che i saggi del sito ricavano da tutt'altra parte, quando osservano che nella via interiore l'errore e la conferma hanno la stessa forma, e che per questo il criterio non può stare nell'istante.

Il rimando che tengo aperto è con il nous plotiniano, e lo tengo aperto per contrasto oltre che per somiglianza: in Plotino l'Intelletto è il livello in cui pensiero ed essere coincidono e il movimento vi si compie; qui la sapienza è un punto che deve ancora essere accolto. Sono due architetture, non due parole per la stessa.

Lo Sha'are Orah percorre le dieci porte dal basso verso l'alto, e conviene fare lo stesso: si comincia da Malkhut, non da Keter.