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Athanor · Diario del custode · L'epoca · soglia libera

Come si dismette un sapere

31 luglio 2026

Se è la prima volta che capiti qui, da dove comincio →

Nessun decreto tolse l'astrologia dalle università d'Europa. Ci vollero due secoli, un ministro prudente, un editto contro le avvelenatrici e una beffa letteraria. È così che i saperi finiscono.

Chi cerca il giorno in cui l'astrologia fu tolta dai luoghi dello studio non lo trova. Non c'è una data, non c'è un decreto, non c'è un rogo. C'è invece un episodio parigino che viene raccontato spesso, e che vale la pena guardare da vicino proprio per la sua modestia, perché nella sua modestia dice quasi tutto.

Parigi, 1666. Jean-Baptiste Colbert fonda per volontà di Luigi XIV l'Accademia reale delle scienze. Nel disegno della nuova istituzione le materie degne di studio sono elencate una per una: geometria, astronomia, meccanica da una parte, anatomia, chimica, botanica dall'altra. L'astrologia non compare. Non viene condannata, non viene discussa, non viene nominata. Colbert fa sapere che l'Accademia non pubblicherà scritti di materia astrologica, e di lì a poco agli accademici sarà proibito esercitarla. Non c'è un processo, non c'è un avversario: c'è un elenco in cui un nome non c'è più.

Non è la Sorbona, ed è bene dirlo, perché la storia si racconta spesso così. La facoltà di teologia parigina aveva colpito l'astrologia giudiziaria molto prima, e le università francesi non ricevettero mai una circolare che la cancellasse dai programmi. Fu una cosa più lenta e più efficace di un divieto: una materia che smette di essere finanziata, poi di essere richiesta, poi di essere insegnata, e infine di essere ricordata come qualcosa che si insegnava.

Perché conviene ricordare che cosa esattamente stava scomparendo. Per quattro secoli l'astrologia era stata materia ordinaria d'università, non una curiosità di margine. A Bologna e a Padova aveva la sua cattedra: il giovane Copernico, arrivato a Bologna nel 1496, fu assistente dell'astrologo di studio Domenico Maria Novara. A Cracovia una cattedra nacque nel 1459 dal lascito di Marcin Król di Żurawica. A Salamanca ne fu istituita una intorno al 1460. E soprattutto era legata alla medicina: stabilire il momento propizio per un salasso o per una purga, prevedere il giorno critico di una febbre, erano compiti che il medico apprendeva insieme all'anatomia. L'astrologia non stava all'università come ospite tollerata, ci stava come servizio.

Il seguito è la parte istruttiva, ed è quasi comica. Mentre a Parigi la si dichiarava indegna dell'Accademia, i titolari delle cattedre di astronomia continuavano a compilare d'ufficio gli almanacchi astrologici per gli studenti di medicina: a Salamanca fino al 1770, a Bologna fino al 1799. Più di un secolo dopo l'esclusione parigina, un professore bolognese calcolava ancora previsioni in cui verosimilmente non credeva più nessuno, semplicemente perché quello era il suo mansionario. I saperi non muoiono quando vengono confutati. Restano in servizio per inerzia, svuotati, molto dopo che il loro senso se n'è andato, e questo li rende ancora più facili da abolire quando finalmente qualcuno ci pensa.

Le ragioni per cui se ne andò sono almeno cinque, e nessuna è quella che ci si aspetta.

La prima venne da dentro. Le Disputationes adversus astrologiam divinatricem di Pico della Mirandola, pubblicate postume nel 1496, non sono l'attacco di un devoto spaventato: sono lo smontaggio tecnico di un uomo che quel mondo lo conosceva da vicino. Pico osservava, tra l'altro, che gli astrologi non concordano fra loro, e che una disciplina i cui esperti si contraddicono non può pretendere il rango che pretende. Le critiche che spostano qualcosa arrivano quasi sempre da chi sta dentro.

La seconda è che cambiò il cielo. La stella nuova del 1572, le comete che attraversavano indisturbate le sfere che avrebbero dovuto essere solide, poi il cannocchiale e infine la terra che si sposta dal centro. Il punto non è che i conti degli astrologi risultassero sbagliati: le effemeridi, semmai, in quegli stessi anni miglioravano. Il punto è che saltò l'architettura. Un cosmo di sfere concentriche disposte attorno all'uomo si può leggere come si legge una pagina. Uno spazio omogeneo, immenso e indifferente non si legge, si misura. L'astrologia perse il terreno sotto i piedi molto prima di perdere una discussione.

La terza è teologica, e più contorta di come si racconta. Sisto V condannò ogni forma di astrologia giudiziaria con la bolla Coeli et terrae del 1586; Urbano VIII inasprì le pene con Inscrutabilis nel 1631. Quest'ultimo, però, era personalmente persuaso della validità dell'arte, e ricorreva a pratiche astrali per proteggere la propria vita: colpiva un mestiere che temeva, non una dottrina in cui non credeva. La posta in gioco era il libero arbitrio, e insieme la sicurezza dei potenti, dal momento che pronosticare la morte di un principe è sempre stato un gesto politico prima che astronomico.

La quarta è la più concreta. I principi smisero di stipendiare astrologi di corte, e con i protettori se ne andò lo status. Restarono gli almanacchi popolari, che si vendevano benissimo ma facevano dell'astrologo un mestierante da fiera. Nel 1682, dopo lo scandalo dell'affare dei veleni, Luigi XIV proibì per editto la divinazione esercitata come professione. Si noti la mira: non una teoria da confutare, un mestiere da chiudere.

La quinta è il ridicolo, ed è probabilmente quella che diede il colpo definitivo. Nel 1708 Jonathan Swift, sotto il nome di Isaac Bickerstaff, pubblicò le sue previsioni per l'anno: fra queste, la morte dell'almanacchista John Partridge, prevista per il 29 marzo verso le undici di sera, di febbre violenta. Il 30 marzo uscì il resoconto del decesso. Partridge, vivissimo, passò i mesi successivi a dimostrare di essere vivo, mentre i passanti gli chiedevano notizie della vedova. Smise di pubblicare. Un secolo di confutazioni non aveva ottenuto quello che ottenne una beffa in due mesi: un sapere che ha perduto i suoi protettori non sopravvive alla risata.

Ciò che se ne andò con lei, però, non era la tecnica di predire. Era una grammatica. L'idea che il tempo abbia una qualità e non soltanto una quantità, cioè che i momenti non siano tutti intercambiabili; l'idea che fra il grande e il piccolo corra una corrispondenza, e che l'uomo sia un microcosmo leggibile. Erano le premesse condivise da tutta la cultura simbolica europea, e uscirono dall'università insieme alla materia che le esibiva più apertamente. Il sapere che restò è esatto, ed è il più potente che l'uomo abbia mai costruito. È anche, per costituzione, muto sul senso.

Questa non è una richiesta di riaprire cattedre di oroscopi, e conviene dirlo senza giri di parole. Ciò che tornò nei giornali del Novecento è precisamente il rovescio di quel che si era perso: la tecnica sopravvissuta alla grammatica, le previsioni senza la visione, la colonna in ultima pagina fra il meteo e le parole crociate. Quando nel 2001 l'astrologia rientrò per la porta della Sorbona, con la tesi di dottorato in sociologia di Élizabeth Teissier, vi rientrò come oggetto di studio e non come sapere, e fece scandalo lo stesso. È il modo in cui un esilio si conferma anziché finire.

Resta la lezione, che riguarda chiunque studi qualcosa che il proprio tempo non premia. Un sapere non si perde quando qualcuno lo confuta: si perde quando smette di essere insegnato, e nessuno se ne accorge perché nessuno lo ha vietato. Prima il posto in cattedra, poi il lettore, poi la lingua per dirlo. Contro questa forma di scomparsa non serve avere ragione. Serve che qualcuno continui a leggere quei libri, a tenerli in ordine e a passarli a qualcun altro. È tutto quello che una biblioteca sa fare, ed è più di quanto sembri.

Le voci di questa nota nel lessico: Corrispondenze · Qualità del tempo · Microcosmo · Simbolo. Del cosmo come pagina leggibile si parla per esteso ne «Il Cristo cosmico»; le tradizioni che condividevano quella grammatica sono nella mappa delle tradizioni.
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