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Athanor · Diario del custode · Una parola · soglia libera

Il discernimento comincia il giorno dopo

31 luglio 2026

Se è la prima volta che capiti qui, da dove comincio →

Ignazio di Loyola non chiede se l'esperienza è stata vera. Chiede cosa resta della decisione presa mentre l'anima era ancora calda. Il criterio non è qualitativo, è temporale.

Oggi, 31 luglio, è la memoria di Ignazio di Loyola, morto a Roma nel 1556. Il lessico di questa biblioteca definisce il discernimento come la capacità di distinguere «tra un'intuizione reale e una proiezione». È una definizione onesta e insufficiente: dice cosa bisognerebbe fare, non come. Gli Esercizi spirituali sono uno dei pochi testi della tradizione occidentale che provano a dire il come, e lo fanno con una freddezza da manuale.

Le regole del discernimento occupano poche pagine. Partono da una distinzione che conviene capire bene, perché quasi tutte le divulgazioni la sbagliano. Ignazio chiama consolazione ogni movimento interiore che accresce fede, speranza e amore e attira verso l'alto; desolazione l'oscurità dell'anima, l'inquietudine, il movimento verso le cose basse, il trovarsi tiepidi e come separati. Non sono umori. Sono direzioni. Si può essere di ottimo umore e in desolazione, e si può piangere in consolazione. Il criterio non è come mi sento: è dove mi sta portando.

Incisione: Ignazio di Loyola in piedi, in casula riccamente ricamata, il capo circondato da un fascio di raggi e rivolto in alto; la mano destra è alzata, la sinistra posa su un libro aperto sul leggio con le parole «Ad maiorem Dei gloriam». In alto a destra, fra le nuvole, il monogramma IHS.
Il libro aperto porta quattro parole sole, Ad maiorem Dei gloriam. L'iscrizione nel margine registra la canonizzazione del 12 marzo 1622 e lo dice fra i primi «per il dono dell'orazione e delle lacrime»; sulla guancia l'incisore le ha messe. Nel suo diario spirituale Ignazio le annotava giorno per giorno, come un dato da registrare.Schelte a Bolswert da un dipinto di Pieter Paul Rubens, 1623-33 circa · The Metropolitan Museum of Art, 51.501.7130

Da qui viene la regola che citano tutti, la quinta: nel tempo della desolazione non si cambia mai una decisione presa prima. Chi ha praticato qualcosa con continuità sa già perché. Nel punto basso ogni proposito sembra sbagliato, e la lucidità che si crede di avere è solo la voglia di smettere che si è messa l'abito del giudizio. È una buona regola e si impara presto.

La regola difficile è l'ultima, l'ottava della seconda serie, e non la cita quasi nessuno. Ignazio ammette che esista una consolazione «senza causa precedente», non provocata da niente che uno abbia fatto o pensato: arriva, e su quella lui non ha dubbi, viene da Dio, e non c'è inganno. Poi aggiunge la frase che ribalta il quadro. Bisogna distinguere con cura il tempo della consolazione dal tempo che le viene dietro, quando l'anima è ancora calda e porta con sé gli effetti di ciò che è passato. In quel secondo tempo si formano propositi, decisioni, certezze, e quelle non sono garantite: possono venire dal nostro ragionamento, dalle conseguenze che tiriamo da soli, o dallo spirito buono o da quello cattivo. Vanno esaminate prima di essere messe in atto.

Vale la pena di rileggerla, perché è controintuitiva. Ignazio non mette in dubbio l'esperienza. Mette in dubbio l'ora dopo. Ed è l'ora dopo la parte che ciascuno si porta a casa e su cui agisce: il proposito preso alla fine del ritiro, la decisione presa uscendo dal concerto, la lettera scritta la notte in cui finalmente si era capito. La luce può essere autentica e la deduzione che ne ricaviamo essere soltanto nostra.

Il resto delle regole lavora nella stessa direzione, che è quella retrospettiva. La quinta della seconda serie chiede di esaminare il decorso dei pensieri per intero, principio, mezzo e fine: se cominciano bene, procedono bene e finiscono in qualcosa che lascia in pace, è un segno; se a un certo punto la cosa si torce, distrae, inquieta, toglie la pace che c'era, l'origine è un'altra, e la si riconosce solo alla fine. La sesta dà a questo un nome che da solo vale la pagina, coda serpentina: la coda del serpente si vede quando il serpente è già passato. E consiglia, una volta scoperta, di ripercorrere all'indietro il buon pensiero da cui tutto era cominciato, per riconoscerlo la volta successiva.

La forma è nota a chi frequenta questa biblioteca. Ripercorrere il decorso all'indietro, dal punto in cui si è arrivati verso quello da cui si era partiti, è la stessa struttura della revisione a ritroso con cui comincia l'Anno Zero. La struttura, non il contenuto: Ignazio parla di due spiriti che agiscono sull'anima, e chi legge oggi può tenere l'osservazione lasciando cadere la metafisica, ma dovrebbe sapere che togliendola toglie anche la ragione per cui la regola era formulata così. Somiglianze di questo genere qui si chiamano convergenze strutturali, e non identità.

Resta la verifica pratica, del tipo che in queste pagine si preferisce. Non «l'esperienza era vera», domanda su cui non si conclude niente. Ma: l'ultima decisione che ho preso in uno stato elevato, quanto è durata? Se una settimana dopo era ancora in piedi, era discernimento. Se si è sciolta insieme al calore che l'aveva prodotta, era la coda del pensiero e non il pensiero. Ignazio non chiedeva di diffidare della luce. Chiedeva di firmare il giorno dopo.

Le regole per il discernimento degli spiriti stanno negli Esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, ai numeri 313-327 (prima serie) e 328-336 (seconda). Le definizioni di consolazione e desolazione sono ai nn. 316-317; la regola sul non mutare in tempo di desolazione al n. 318; la consolazione senza causa precedente ai nn. 330 e 336; il decorso dei pensieri e la coda serpentina ai nn. 333-334. Nel lessico: discernimento · revisione a ritroso · attenzione. La pratica sta nella prima settimana dell'Anno Zero.
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