Quello che sta sotto chiave non è il che cosa: la struttura dei quattro anni è pubblica, autori compresi. È il quando. E la ragione non ha a che vedere con la segretezza, ma con l'ordine in cui le cose reggono.
Una scuola che mette una password sui propri testi ha l'aria di nascondere qualcosa. L'obiezione è ragionevole, e conviene prenderla di petto invece di aggirarla, perché chi la solleva non è un avversario: è qualcuno che ha visto abbastanza gruppi chiusi da avere imparato a diffidare. Nell'esoterismo la serratura ha una lunga storia di abusi, e chi diffida sta usando bene la testa.
Allora vale la pena guardare da vicino che cosa ci sia, dietro la chiave. Non una dottrina riservata: la struttura dei quattro anni è scritta in chiaro su ciascuna pagina, e chi vuole sapere che cosa si studia al terzo anno lo legge senza chiedere niente a nessuno. Sono pubblici gli autori, l'ordine in cui si affrontano, le ore che ogni settimana chiede. È pubblico anche tutto il resto: undici ingressi della soglia libera senza nessuna password, tre saggi lunghi, un lessico di ottantasette termini, quattro settimane di Anno Zero che si fanno per intero senza iscriversi. Quello che è chiuso non è il che cosa. È il quando.
La distinzione sembra un cavillo e non lo è. Il materiale degli anni non è raro: Steiner sta in libreria, i sermoni di Eckhart si comprano in edizione economica, le Upanishad si trovano in rete gratis in tre traduzioni. Se lo scopo della chiave fosse tenere quei testi fuori dalla portata di qualcuno, sarebbe una chiave ridicola, perché protegge cose che chiunque trova in venti minuti. Non protegge un contenuto. Fa un'altra cosa, e vale la pena dire quale.
Nelle scuole antiche il riserbo non serviva a proteggere il segreto: serviva a proteggere chi ascoltava. Giamblico racconta che i pitagorici tenevano i nuovi venuti cinque anni ad ascoltare senza parlare. La Mishnà, in Ḥagigà 2,1, proibisce di esporre la visione del Carro perfino a un uomo solo, «a meno che non sia saggio e capisca da sé». I trattati alchemici disperdono i passaggi volutamente, in modo che chi non ha già lavorato non riesca a rimetterli in ordine.
Oggi tutto questo si legge come elitismo, e qualche volta lo era davvero. Ma sotto c'è un'osservazione tecnica, e quella regge ancora: certe cose, dette al momento sbagliato, non vengono ignorate. Vengono capite male. E un fraintendimento è più difficile da togliere di un'ignoranza, perché occupa il posto: chi non sa può ancora imparare, chi ha capito male è convinto di sapere già.
Il dispositivo antico, però, oggi non funziona più, e sarebbe disonesto fingere di poterlo usare. Non si tiene più niente fuori dalla portata di nessuno: tutto è stampato, tradotto, indicizzato, e il silenzio non è più uno strumento disponibile. Resta però in piedi il problema che il silenzio risolveva, ed è un problema di ordine.
Che cosa fa, allora, una chiave che non nasconde? Tiene insieme una sequenza. Un anno di Athanor non è una raccolta di testi, è un calendario: una pratica al mattino e una alla sera, letture disposte nell'ordine in cui si reggono l'una sull'altra, note che danno per fatto l'esercizio di sei settimane prima. Leggere a gennaio la pagina di novembre non fa danno a nessuno: la rende inutile. Chi la legge trova parole giuste che non hanno ancora niente a cui attaccarsi, e quando arriverà il mese in cui servirebbero avrà la sensazione di saperle già. È il modo più efficace di sprecarle.
Per la stessa ragione restano cifrati anche i titoli delle sezioni, ed è la parte che a prima vista sembra più eccessiva. Ma un titolo è già una promessa: dice dove si andrà a parare, e leggerlo in anticipo basta a far preparare la risposta prima della domanda. Chi arriva a quella pagina con la risposta già pronta non ci trova più niente da fare. La struttura dell'anno resta pubblica, il tipo di lavoro e il ritmo che chiede; sono i nomi delle stanze a restare coperti fino al mese in cui si aprono.
Quindi la serratura non separa chi sa da chi non sa. Separa chi ha cominciato da chi deve ancora cominciare, e la data la decide il calendario, non il merito. La chiave arriva con l'iscrizione e non si guadagna: non c'è nessuna prova da superare, nessun grado da esibire, nessuno che valuti se uno è degno. Chi entra riceve la chiave dell'anno in cui è, e non quella degli anni successivi, per la stessa ragione per cui non gli si consegna il quarto volume prima del primo.
Si potrebbe obiettare che tanto varrebbe pubblicare tutto e lasciare a ciascuno la responsabilità del proprio ordine. È una posizione seria, e per una biblioteca sarebbe quella giusta: i libri di cui questi anni si nutrono sono in commercio, chiunque può comprarli domani e leggerli nella successione che preferisce, e nessuno glielo impedisce. Ma una scuola non è una biblioteca con un orario. Quello che ha da dare non è l'accesso ai testi, che non le è mai stato delegato: è un ordine di lavoro già provato, e qualcuno che risponde quando quell'ordine non funziona. Toglierle l'ordine vuol dire lasciarle solo i testi, cioè la cosa di cui c'era meno bisogno.
Resta la parte scomoda, e saltarla sarebbe comodo. Una porta chiusa produce sempre un effetto collaterale: fa sembrare prezioso quello che sta dietro, e dà a chi ha la chiave un piccolo prestigio che nessuno ha chiesto. Quell'effetto non si elimina; si può solo evitare di alimentarlo. Per questo tutto ciò che serve a giudicare la scuola sta fuori dalla serratura e non costa niente: quante ore chiede alla settimana, quanto dura, quanti posti ci sono, che cosa si legge, e il fatto che non ci sia nessuna retta, perché la scuola si regge su donazioni libere e donare non iscrive. Se dietro la chiave ci fosse soltanto il prestigio di averla, i numeri lo direbbero.
C'è un'ultima cosa, ed è la ragione per cui esiste l'Anno Zero. Quattro settimane aperte, senza password, con esattamente la forma degli anni chiusi: un gesto al mattino, uno alla sera, un ritmo da tenere quando non se ne ha voglia. Servono a misurare il passo prima di prendere impegni, e servono a rendere verificabile quello che qui sopra è scritto: chi le attraversa sa già che cosa succede dietro la chiave, perché è la stessa cosa, tenuta più a lungo.
La chiave, alla fine, non custodisce un contenuto. Tiene una porta all'ora giusta. È molto meno interessante di un segreto, e molto più utile.